UN MONDO SENZA LAVORO? documentario di Philippe Borrel

UN MONDO SENZA LAVORO?

Di Philippe Borrel

Da vent’anni i politici non riescono a risolvere l’endemico problema della disoccupazione di massa e il pieno impiego sembra ormai appartenere ad un lontano passato.

Le macchine “intelligenti”, più affidabili e meno costose degli esseri umani, stanno dunque per prendere il nostro posto?

I progressi tecnologici sono inarrestabili e si susseguono a ritmi sempre più elevati. Nessun settore viene risparmiato. Nessuno è al sicuro. L’automazione si diffonde ovunque, grazie alla potenza dei nuovi algoritmi. La quarta rivoluzione industriale è in corso. Una rivoluzione che, a differenza delle precedenti, non crea posti di lavoro, bensì li riduce. È questa l’opinione di chi, pur non essendo contrario alle innovazioni, guarda con scetticismo e preoccupazione all’invasione dei robot. La società civile inizia a reagire per trovare una soluzione che eviti la catastrofe. Se le macchine sostituiranno l’essere umano, cosa faranno i milioni di persone che resteranno senza lavoro? L’era digitale sta mettendo in crisi la struttura su cui si è finora basata la nostra società. Con l’automazione il modello secondo il quale gli impiegati diventavano consumatori perché disponevano di un potere non funziona più. Alcune nazioni stanno correndo ai ripari. Una delle proposte più controverse e interessanti è quella del “salario minimo universale” in modo da garantire una distribuzione più equa della ricchezza generata dalle macchine. Il documentario, attraverso numerose interviste a ricercatori, imprenditori, sociologi, filosofi e semplici cittadini, cerca di scoprire quale futuro ci attende. Un mondo senza lavoro? La società sarà capace di sbarazzarsi del mito della crescita ad ogni costo in favore alla “piena attività” per tutti?

Questa è la grande sfida del 21esimo.

 

Oggi grandi aziende vedi Amazon cercano di introdurre nuove tecnologie aggregate meglio indossate ai lavoratori

Forse un lavoratore “aggiornato”costa meno di un robot?

Amazon, se l’ottimizzazione del lavoro diventa controllo

Il magazziniere Amazon riceve l’ordine sul proprio palmare e inizia a correre perché spesso non ha più di poche decine di secondi per recuperare i prodotti dagli scaffali e inscatolarli prima di passare all’incarico successivo. Un giovane commesso britannico, proprio pochi giorni fa, ha dichiarato a di non avere più di 15 secondi di tempo per individuare un prodotto e inserirlo nel carrello durante i suoi turni di notte in un magazzino Amazon del Regno Unito. Forse per migliorare questa situazione o rendere ancora più efficiente e produttiva la giornata dei propri magazzinieri, Amazon ha brevettato un braccialetto elettronico che vibra indicando al personale la giusta direzione in cui andare per trovare il prodotto cercato, conducendoli così più velocemente alla meta.

L’idea potrebbe sembrare un aiuto per l’ottimizzazione del flusso produttivo, ma a parte le ovvie considerazioni sui carichi di lavoro e l’impossibilità per gli uomini di comportarsi come robot, l’eventuale implementazione del braccialetto solleverebbe altri problemi, almeno qui in Italia, legati alla privacy.

Già, perché teoricamente il braccialetto potrebbe anche essere facilmente utilizzato per conoscere l’esatta posizione di ciascun commesso in ogni istante e rilevare in tempo reale la sua attività. Un tracciamento inaccettabile che avvicinerebbe il lavoratore a un robot, termine che non a caso è stato ricavato dalla parola ceca robota che significa lavoro pesante, a propria volta derivata dall’antico slavo ecclesiastico rabota, ossia servitù.

Non siamo robot e i robot non sono esseri umani, come hanno scoperto a proprie spese i proprietari di un supermercato scozzese che hanno dovuto “licenziare” il robot che avevano messo in negozio perché incapace di interagire in maniera soddisfacente con i clienti.

Magari, più che far indossare braccialetti ai propri dipendenti, sarebbe meglio, ove possibile, impiegare veri robot e utilizzare gli esseri umani in altri ambiti, dove la loro natura e le loro capacità, oltre che rispettate, potrebbero anche fruttare di più.

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LAVORARE STANCA? In molti, all’inizio del nuovo millennio erano pronti a giurare che il capitalismo stava per lasciare il campo a un nuovo modo di produrre, a una società in cui mezzi di produzione e chance di arricchimento sarebbero stati ampiamente ridistribuiti, con le vecchie gerarchie pronte a lasciare il campo ai network orizzontali di produttori-consumatori. Ma, a distanza di pochi anni, se osserviamo la realtà vediamo un altro panorama: crollo dei livelli occupazionali di classi medie e lavoratori della conoscenza con conseguente calo dei redditi, concentrazioni monopolistiche (Google, Facebook, Amazon, Airbnb, Uber tanto per citare qualcuno), inasprimento delle leggi sulla proprietà intellettuale, balcanizzazione del Web – ridotto a un arcipelago di riserve di caccia aziendali. Sembrerebbe così che Internet non abbia “ammorbidito” il capitalismo né, al contrario, esaltato la capacità di cavalcare l’innovazione per sfruttare la creatività e il lavoro umani. La rivoluzione digitale sta crescendo una generazione di lavoratori della conoscenza flessibili, disciplinati e convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili. Saremo tutti “felici e sfruttati”? Relatori: Carlo Formenti, docente di Scienze della comunicazione, Università del Salento; autore del libro “Felici e sfruttati. Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro” (Egea 2011) Onofrio Romano, docente di sociologia del lavoro, Dipartimento di Scienze politiche, Università degli Studi di Bari Aldo Moro

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