un abbraccio a Muhammad Ali

Questa è solo una breve scheda tecnica la vita è un’altra cosa….
Muhammad Ali è morto a Phoenix, in Arizona. Nato a Louisville, in Kentucky, nel 1942 come Cassius Marcellus Clay Jr.,
Dopo aver vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma del 1960 è stato campione del mondo dei pesi massimi a più riprese tra il 1964 e il 1978. Nel 1965 si convertì all’islam e nel 1968 si rifiutò di partecipare alla guerra del Vietnam. Per diversi anni non potè quindi combattere negli Stati Uniti e il suo incontro con George Foreman, a Kinshasa, in quello che all’epoca era lo Zaire, è probabilmente il suo match più memorabile. Da tempo Alì era affetto dalla sindrome di Parkinson. Aveva 74 anni.
Un saluto all’uomo che è e resterà una leggenda….
Riporto un articolo di Maurizio Maggiani sul domenicale del Sole24Oredi oggi 5 giugno.

Ma a lasciarci è stato Cassius Clay

Mi dispiace perché non è giusto e non è corretto e è mancanza di rispetto, ma a morire è stato Cassius Clay non Muhammad Alì. Non parlo per tutti, ma per noi, cinque non di più che siamo rimasti e ci siamo sentiti stamattina per telefono, telefoni e numeri che è un pezzo che non val la pena di cambiare visto che siamo ancora tutti vivi, chi più chi meno si intende, e va bene così, perché un tempo eravamo in dieci, conto pari, ma uno è morto, un altro è sprofondato in una galera, un altro in un SERT, e poi c’è chi è sparito e basta.

Dicevo che ci siamo sentiti per dire che Cassius Clay è morto, come se fosse morto uno che non è nessuno e si deve passare la parola tra amici; ci siamo sentiti, che per l’appunto lo facciamo ogni morte di papa, e naturalmente a nessuno è venuto in mente di dire hai sentito che è morto Muhammad Alì? Era Cassius Clay quando eravamo in dieci conto pari, ragazzi di paese come fratelli, come cugini, e ci chiamavamo compagni, e eravamo attaccati con la colla, e ci sembrava di fare la rivoluzione, e eravamo sempre contenti come pasque perché era facile fare la rivoluzione, bastava fare casino cercando di stare attenti alla prospettiva. Cassius Clay era quella roba lì, e lo amavamo più di Rosa Luxemburg che oltretutto era una bellissima. Anche lui era bello e più di tutto era bello il suo nome Cassius. Certo che è un nome da schiavo negro, ma era bello proprio per questo. Cassius è come dire Spartacus. Cassius non è la redenzione, Cassius è la rivolta. Cassius non è il ritorno, Cassius è l’addio. Cassius non è una faccenda che si mette a posto, Cassius è il tremendo della storia che non si sa come andrà a finire.

E certo che eravamo tutti e dieci, anche se già un po’ ammaccati, chi più chi meno si intende, a prendere una notte intera e a metterla nel conto dell’ultima battaglia di Spartacus, Spartacus come nei film di Maciste sempre in trasferta, quella volta a Kinshasa, ma dov’è di preciso? C’eravamo ancora tutti quanti e ci sgolavamo con i neri di laggiù. «Ali boma ye, Alì boma ye, Alì boma ye». Che vuol dire: fatti coraggio, fatti coraggio, fatti coraggio. Così capivamo noi, così era meglio che fosse, visto che avevamo ancora bisogno di vedere un uomo bello e coraggioso cercare di non morire anche questa volta, nonostante capissimo bene che tutto quanto il bello della nostra gioventù stava per andare a ramengo. Infatti era il 1974 e non c’era da aspettare troppo.

 

 

 

 

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