TTIP oggi maggio 2015 e l’acqua in California 2 situazioni lontane ma particolarmente vicine

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Dopo il voto di approvazione alla Commissione Commercio Internazionale dello scorso 28 maggio, la contestata Risoluzione Lange sul TTIP verrà presentata il prossimo 10 giugno al Parlamento Europeo a Strasburgo in seduta plenaria. Per questo la Campagna Stop TTIP Italia in stretta collaborazione con le reti Stop TTIP internazionale propone una serie di azioni e iniziative per aumentare la pressione sui parlamentari.

A cominciare dal #TTIPTuesday di domani, per aumentare la pressione sugli Europarlamentari italiani del gruppo dei Socialisti e Democratici e dei Popolari in Europa.

Il prossimo fine settimana, nei giorni del 5, 6 e 7 giugno, in vista del G8 che si terrà in Germania e soprattutto dell’avvicinarsi della data della seduta plenaria di Strasburgo, sono state organizzati presidi ed iniziative per controinformare, mobilitare e raccogliere adesioni contro il #TTIP (elenco in continuo aggiornamento). Obiettivo della petizione europea è raggiungere quanto prima le due milioni di firme, una campagna che si può anche sostenere online firmando su http://stop-ttip.org/firma

di Marco Bersani (Attac Italia)

Il gruppo Socialisti & Democratici ha fortemente voluto questa risoluzione, proprio perché espressione concreta del potere di controllo che detiene il Parlamento e, dunque, attraverso di esso, i cittadini”. Così commenta, sul suo sito personale, l’eurodeputata del Pd Alessia Mosca l’avvenuta approvazione (29 voti a favore, 12 contrari) alla Commissione internazionale (INTA) del Parlamento europeo del progetto di relazione sul TTIP.

La risoluzione in oggetto aveva il preciso scopo di rilanciare lo strumento dell’ISDS (Investor-State Dispute Settlement) -un meccanismo che consente alle imprese multinazionali di citare in giudizio presso corti internazionali di arbitrato commerciale le autorità pubbliche in seguito all’approvazione di norme che, a loro giudizio, potrebbero recare danno alla profittabilità dei propri investimenti- dopo le pesanti critiche emerse anche da una consultazione pubblica promossa nel 2014 dalla stessa Commissione Europea, che ha visto oltre 150.000 persone esprimere il proprio totale dissenso.

Il gruppo Socialisti & Democratici ha avuto un ruolo centrale: ha infatti svolto una profonda

azione di mediazione, ascoltando le preoccupazioni e le richieste dei cittadini da una parte e cercando, dall’altra, di trovare una soluzione che non compromettesse la realizzazione di un trattato con grandi potenzialità di crescita e sviluppo” conclude l’ineffabile Mosca. Di quali cittadini stia parlando non è chiaro; certamente non dei 2 milioni di persone che hanno sinora sottoscritto la petizione dal basso per chiedere l’immediato stop al negoziato. Quanto alle grandi potenzialità di crescita e sviluppo aperte dal TTIP, basterebbe all’eurodeputata una rapida consultazione degli studi commissionati dalla stessa Unione Europea. Ebbene, lo studio cui spesso si richiama la Commissione Europea, per giustificare il negoziato, è quello del CEPR, pubblicato nel marzo 2013, che stima un impatto diretto sul Pil europeo di + 0,48% a partire dal 2027! Mentre per quanto riguarda l’occupazione, lo stesso studio così si esprime: “(..) la semplificazione legata al modello econometrico utilizzato non permette di misurare le possibili conseguenze sul mondo del lavoro” (http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2013/march/tradoc_150737.pdf )

E, già che sta studiando, consiglierei all’eurodeputata Mosca anche la lettura della ricerca indipendente realizzata da Ofse (Austrian Foundation for Development Research), pubblicata nel marzo 2014, che punta il dito sui guadagni economici relativi rispetto ai costi sociali dovuti alla revisione di normative e standard ambientali o di sicurezza sanitaria o dei consumatori, e a quelli dovuti alla disoccupazione o alla ristrutturazione del mercato del lavoro. Una previsione basata su stime conservative e che fa riferimento alla possibile riallocazione di una forza lavoro compresa tra 400mila e poco più di un milione di persone implicherebbe costi variabili tra 5 e 14 miliardi di euro per gli ammortizzatori sociali, senza considerare quelli per formazione e aggiornamento. A cui si dovrebbero sommare le risorse perse a causa della cancellazione di dazi e tariffe, attorno ai due miliardi di euro all’anno che, sommati sui 10 anni di implementazione, supererebbero i 20 miliardi. (http://www.guengl.eu/uploads/plenary-focus-pdf/ASSESS_TTIP.pdf)

Insomma, la metta come vuole l’eurodeputata Mosca, ma un dato è certo: il suo voto dell’altro giorno è servito a ridare fiato, in un momento di difficoltà, al negoziato TTIP. Quanto ai cittadini, non si preoccupi di dar loro voce: se la prenderanno autonomamente, nelle piazze di tutta Europa.

 

Pubblicato su Il Manifesto del 30 maggio 2015 per la rubrica Nuova Finanza Pubblica

Per esempio quello che sta succedendo in California….

L’acqua che tira in California

Stati uniti. Dopo 4 anni di siccità e con le scorte della Sierra Nevada ridotte al minimo, la California è sull’orlo di una crisi di nervi. La penuria di acqua, la risorsa che ha fatto di questa regione semiarida il paniere e la locomotiva economica degli Usa, obbliga a ridimensionare quel «lifestyle»  che ha scolpito nell’immaginario mondiale l’identità californiana

La parola del momento in Cali­for­nia è water sha­ming: non erano pas­sate due set­ti­mane dalla dichia­ra­zione d’emergenza del gover­na­tore Jerry Brown che il nuovo ter­mine è stato regi­strato nel novero dei neo­lo­gi­smi, ultimo tor­men­tone slang del les­sico pop californiano.

La «gogna acqua­tica» è l’ultima pro­pag­gine dell’emergenza sic­cità, ine­vi­ta­bile di que­sti tempi social, quando è così facile sver­go­gnare il vicino che insa­pona il Suv con la pompa sem­pre accesa o il dirim­pet­taio che irrora il mar­cia­piede con gli spruz­za­tori al mas­simo a mez­zo­giorno. Il «bul­li­smo idrico» è dun­que desti­nato a diven­tare un meme dell’estate che si avvi­cina senza l’ombra di una nuvola in cielo e i bacini dello stato sotto il livello di emergenza.

Razio­na­mento!

Il mese scorso Brown ha annun­ciato il razio­na­mento chie­dendo alle città di imporre agli utenti una dra­stica ridu­zione del 25% nei con­sumi d’acqua dei cittadini.

Dopo quat­tro anni di sic­cità e con le scorte dei nevai della Sierra Nevada ridotte al 20% del nor­male, lo stato più popo­loso d’America è sull’orlo di una crisi di nervi. La penu­ria di acqua, la risorsa che ha fatto di que­sta regione semi arida il paniere e loco­mo­tiva eco­no­mica d’America, obbliga a ridi­men­sio­nare le aspi­ra­zioni fon­da­tive di svi­luppo e di life­style che fanno parte dell’identità californiana.

E nell’immaginario col­let­tivo l’ideale Eldo­rado comin­cia a somi­gliare a uno dei film disto­pici sfor­nati da Hol­ly­wood; se non Mad Max allora almeno Inter­stel­lar coi suoi campi di mais minac­ciati dal nuovo dust bowl: un luogo e un tempo su cui aleg­gia l’inquietante sen­sa­zione di aver rag­giunto e forse supe­rato i limiti dello svi­luppo sostenibile.

I mer­canti

Le proteste a Sacramento

Le pro­te­ste a Sacramento

Le riper­cus­sioni sono sem­pre più evi­denti: la scorsa set­ti­mana ci sono stati nuovi pic­chetti davanti alle sedi della Nestlé a Los Ange­les e Sacra­mento. Fra i com­parti della mul­ti­na­zio­nale ali­men­tare infatti c’è l’acqua in bot­ti­glia e da anni la Nestlé Waters North Ame­rica com­mer­cia­lizza acqua sor­giva cali­for­niana con il mar­chio Arro­whead, imbot­ti­glian­done ogni anno 2 miliardi e mezzo di litri alla sor­gente mon­tana vicino a San Ber­nar­dino e ven­den­dola in tutto il paese.

Con i cit­ta­dini costretti ad estir­pare prati e aiuole per sosti­tuirli con la ghiaia e fare la doc­cia con il cro­no­me­tro, l’export di acqua cali­for­niana a favore degli utili Nestlé, d’improvviso appare dav­vero inac­cet­ta­bile — e lo scal­pore coa­lizza nuove mili­tanze. «È scan­da­loso e immo­rale», ha dichia­rato Laura Lea­vitt, por­ta­voce del Cou­rage Cam­paign, una asso­cia­zione no-profit di Los Ange­les che ha fatto cir­co­lare nume­rose peti­zioni online per revo­care la licenza alla Nestlé. L’indignazione gene­rale ha ridato impulso al movi­mento ambien­ta­li­sta con­tro le bot­ti­glie di pla­stica e preso di mira altri com­mer­cianti di acqua pota­bile come Wal­mart e Starbucks.

La catena del caffè seriale — per la verità — vista l’aria che tira ha pre­fe­rito inter­rom­pere volon­ta­ria­mente le ope­ra­zioni cali­for­niane della sub­si­diary Ethos Water, la marca di acqua in bot­ti­glia ven­duta nei pro­pri negozi.

D’ora in poi l’acqua di Star­bucks pro­verrà da fonti al di fuori dello Stato. Con quasi 40 milioni di abi­tanti e pre­vi­sioni che non esclu­dono la peg­giore sic­cità in mille anni, gli umori sono deci­sa­mente incu­piti. Il modello di svi­luppo che è il van­gelo mito­po­ie­tico della Cali­for­nia, si scon­tra ora con scom­pensi ambien­tali e demo­gra­fici che pre­ve­di­bil­mente inte­res­se­ranno sem­pre più spesso anche altre regioni.

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In altre parole, la crisi cali­for­niana pre­sa­gi­sce dina­mi­che che potreb­bero pre­sto essere assai più comuni.

La «com­mo­di­fi­ca­zione»

L’emergenza inve­ste diret­ta­mente il rap­porto fra ambiente, svi­luppo e capi­tale, ripro­po­nendo in modo con­creto una que­stione rima­sta finora in gran parte acca­de­mica: l’acqua è una risorsa pub­blica, un bene com­mer­ciale o un diritto universale?

La rispo­sta è con­di­zio­nata da una sto­ria che a ben vedere, come in molte eco­no­mie di mer­cato, ha pre­vi­sto sin dall’inizio una siste­ma­tica «com­mo­di­fi­ca­zione» dell’acqua.

In Cali­for­nia que­sto ha per­messo lo svi­luppo stre­pi­toso di una vasta area semi deser­tica dove metro­poli e col­ture inten­sive sono sorte gra­zie all’importazione della risorsa su enormi distanze.

Come dimo­strano gli acque­dotti di 500 km che rifor­ni­scono 20 milioni di abi­tanti nella Cali­for­nia del sud, l’atto fon­da­tivo dello stato (e dell’Ovest ame­ri­cano) è stato il com­mis­sa­ria­mento e la pri­va­tiz­za­zione — di fatto — delle acque. Ora che l’esplosione demo­gra­fica e il muta­mento cli­ma­tico hanno pro­dotto l’inevitabile, le solu­zioni pro­spet­tate sono tutt’altro che sem­plici o indolori.

Dopo l’annuncio del gover­na­tore sulle ridu­zioni obbli­ga­to­rie dei con­sumi, si è imme­dia­ta­mente sca­te­nato il puti­fe­rio legale e amministrativo.

Le società delle acque di molte città (in totale ce ne sono più di 400) si sono subito ribel­late all’idea di essere pre­cet­tate come «poli­zia dell’acqua», sot­to­li­neando di non avere per­so­nale utile ai con­trolli. Un gruppo di utenti della cit­ta­dina di San Juan Capi­strano a sud di Los Ange­les ha fatto un ricorso in tri­bu­nale e il mese scorso una Corte fede­rale ha giu­di­cato ille­git­timi i tarif­fari «pro­gres­sivi» che pre­ve­dono costi che si mol­ti­pli­cano rapi­da­mente oltre date soglie di consumo.

Far pagare l’acqua (molto) cara oltre certi limiti è lo stru­mento prin­ci­pale per incen­ti­vare il rispar­mio, ma il giu­dice del quarto distretto ha rite­nuto ille­gali le tariffe per­ché arbi­tra­rie e «non basate su costi effet­tivi», equi­pa­rando in pra­tica le penali ad aumenti ingiu­sti­fi­cati nei prezzi di un prodotto.

Lotta di classe a Beverly Hills

Inol­tre se si devono imporre limiti ai con­sumi sorge il pro­blema di quali pos­sano essere – e per chi?

Nel vagliare gli effet­tivi con­sumi per allo­care equa­mente i razio­na­menti, si è sco­perto ad esem­pio che nel comune di Beverly Hills i con­sumi quo­ti­diani pro-capite sono qua­dru­pli rispetto a quelli della cir­co­stante Los Ange­les, un modello repli­cato nello Stato ovun­que sor­gano ville masto­don­ti­che cir­con­date da verdi pra­te­rie deco­ra­tive con piscine d’ordinanza o campi da golf impian­tati sulle sab­bie del deserto ad uso di facol­tosi avventori.

Una geo­gra­fia del benes­sere che, non sor­pren­den­te­mente, ha biso­gno di approv­vi­gio­na­menti idrici di gran lunga supe­riori a quelli della cit­ta­di­nanza ordi­na­ria. La crisi eco­lo­gica da ora licenza di trat­tare aper­ta­mente argo­menti finora tabù di par­lare, come fanno alcuni, di impatto ambien­tale dei ricchi.

Ma fra il dire e il fare c’è noto­ria­mente di mezzo un mare (pre­sto, si spera, dis­sa­lato e pota­bile) e rimane la que­stione spi­nosa di come influire sui consumi.

Per niente inti­mi­diti dallo sha­ming i magnati cali­for­niani hanno repli­cato che, potendo per­met­tersi di pagare qua­lun­que tariffa o penale si voglia appli­care, loro i prati non li estir­pe­reb­bero nem­meno per sogno, tan­to­meno saranno dispo­sti a svuo­tare le piscine.

La mappa dello "water shaming" in California

La mappa dello “water sha­ming” in California

Come dire: la ricerca della feli­cità è garan­tita dalla Costi­tu­zione, l’acqua, come tante altre cose, in defi­ni­tiva è di chi se la può permettere.

Alla frutta: Agri­col­tori con­tro città

Ma il para­digma del mer­cato è dav­vero appli­ca­bile all’acqua del «gol­den state», un sopran­nome che deriva sia dalla feb­bre dell’oro, sia dall’originale color ambra dei suoi pae­saggi prima che venis­sero irri­gate? La colos­sale opera di recla­ma­tion, la boni­fica che ha dirot­tato fiumi, costruito dighe e sca­vato canali per creare l’attuale capil­lare infra­strut­tura, è stata, in quanto sov­ven­zione pub­blica all’industria e all’agricoltura, di fatto anche una grande opera di privatizzazione.

Lo dimo­stra l’arcano sistema di pre­la­zione sull’acqua che si regge su com­pli­cate gerar­chie di anzia­nità. Un distretto di irri­ga­zione che sia stato ad esem­pio fir­ma­ta­rio di un trat­tato che all’inizio del Nove­cento gli ha garan­tito deter­mi­nate quote di acqua del Colo­rado river, ha tut­tora invio­la­bili diritti di pre­la­zione su quelle quote.

Dato che un secolo fa le aggre­ga­zioni urbane erano per­lo­più irri­so­rie, sus­si­ste la para­dos­sale situa­zione in cui pic­coli distretti agri­coli spesso con­trol­lano ancora oggi più acqua delle grandi città — con pre­ve­di­bili rica­dute sul libero mer­cato dell’acqua. Con la grande sete, alcuni agri­col­tori hanno fatto due conti e capito che pos­sono rea­liz­zare gua­da­gni mag­giori, e più pre­ve­di­bili, ven­dendo diret­ta­mente alle città la «pro­pria» acqua, che se la usas­sero per coltivare.

Un’aberrazione indi­ca­tiva del fon­da­men­tale equi­voco dell’acqua intesa come pro­prietà. Nono­stante que­sto, alcuni pro­pon­gono ora di pro­se­guire sulla via della pri­va­tiz­za­zione, ampliando e rego­lando veri e pro­pri «water exchange» come quelli già spe­ri­men­tati in Austra­lia, nella zona di Ade­laide, ad esem­pio, dove fun­ziona una spe­cie di borsa tele­ma­tica pri­vata per agri­col­tori per la com­pra­ven­dita dei diritti di irri­ga­zione in tempo reale.

L’agricoltura è ovvia­mente un pro­blema cen­trale. La sic­cità ha esa­cer­bato le ten­sioni già altis­sime fra agri­col­tori e città. Per pro­durre il 98% dei broc­coli, il 97% delle man­dorle, il 89% delle pru­gne e una lunga lista della spesa di frutte e ver­dure, l’agribusiness cali­for­niano uti­lizza l’80% delle risorse idri­che dello stato. Da un lato il dato dimo­stra che anche forti ridu­zioni nei con­sumi «urbani» non inci­de­reb­bero un gran­ché sul totale.

Dall’altro è evi­dente che non ha senso sca­gliarsi «con­tro» l’agricoltura; come l’acqua, il cibo col­ti­vato nei campi è più che sem­plice com­mo­dity ma una fonte di sosten­ta­mento di vita e forse non dovrebbe venire trat­tato alla sem­plice stre­gua di un bene eco­no­mico. La crisi è locale ma in realtà se il paniere d’America appas­si­sce, il pro­blema va ben oltre i con­fini dello stato.

Gli agri­col­tori della Cali­for­nia col­ti­vano oltre un terzo delle ver­dure e due terzi delle noci e della frutta di tutto il paese e la sic­cità ha reso evi­dente l’imprudenza di una tale con­cen­tra­zione pro­dut­tiva, soprat­tutto in una regione arida, una stra­te­gia discu­ti­bile almeno quanto le ster­mi­nate mono­col­ture indu­striali di soia e mais nel Midwest.

Rudy Mussi, "farmer water  right" californiano

Rudy Mussi, “far­mer water right” californiano

Nella migliore delle ipo­tesi l’emergenza ser­virà a riva­lu­tare stra­te­gie agri­cole e ambien­tali: sele­zio­nare col­ti­va­zioni adatte, pri­vi­le­giare microir­ri­ga­zione e sistemi a goc­cia per mini­miz­zare l’evaporazione, con­su­mare e quindi alle­vare meno carne, il più idri­ca­mente inten­sivo dei cibi.

La Cali­for­nia si vanta di una coscienza ambien­ta­li­sta nata dalla neces­sità, della lea­der­ship nelle ener­gie rin­no­va­bili, le nor­ma­tive sull’inquinamento atmo­sfe­rico e l’efficienza delle auto. Al di là dell’influenza più o meno diretta del muta­mento cli­ma­tico, la scar­sità di acqua è desti­nata ad essere un feno­meno sem­pre più glo­bal­mente incisivo.

Per rima­nere labo­ra­to­rio di svi­luppo «pro­gres­si­sta» la Cali­for­nia dovrà riu­scire a fare tesoro dei limiti impo­sti dalla sic­cità e usarla come sti­molo alla con­ser­va­zione, la puri­fi­ca­zione e rici­clo delle acque di sca­rico, alla dis­sa­la­zione. Le stra­te­gie rin­no­va­bili, ciò che occorre imple­men­tare glo­bal­mente per cor­reg­gere errori e spre­chi del passato.

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