Santiago Maldonado, Mapuche e Luciano Benetton

Santiago Maldonado, il desaparecido argentino nelle terre di Luciano Benetton

Santiago

L’ONU lo cerca. Il Governo Macrì ha ammesso sia sparito. Ma chi è Santiago Maldonado?

Santiago Maldonado è un artigiano di 28 anni della provincia di Buenos Aires, trasferitosi qualche mese fa in Patagonia, nella provincia di Rio Nero. Un luogo dove è presente una forte comunità Mapuche. Da sempre Santiago appoggia le lotte delle popolazioni indigene, anche se non è un vero e proprio militante.

Il gruppo Resistenza Ancestrale Mapuche ha messo in atto delle azioni di protesta per chiedere la liberazione del proprio leader, Facundo Jonas Huala, arrestato a giugno e su cui i tribunali cileni vorrebbero mettere le mani.
La comunità Mapuche occupa dal 2015 la striscia di terra nella città di Cuhamen, provincia di Chubut, che il capitalista italiano Luciano Benetton rivendica essere di sua proprietà. Santiago era partito per dare solidarietà alla lotta degli indigeni.

Durante le azioni repressive organizzate dalla gendarmeria nazionale per evacuare le proteste il 1 agosto, Santiago Maldonado è sparito. Da quel momento non è stato più rivisto. L’attacco della polizia è stato molto duro. Sono stati utilizzati sia proiettili di gomma che di piombo.

Alcuni mapuche hanno dichiarato di aver visto Santiago aggrapparsi a un albero, mentre tutti gli altri attraversavano a nuoto il fiume per scappare alla repressione. Altri hanno dichiarato di averlo visto circondato e pestato da agenti della Gendarmeria per poi essere caricato su un furgone.

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Diversi gruppi della sinistra di classe, tra cui il PTS argentino (FT-CI) hanno organizzato un corteo dinanzi al Congresso Nazionale per protestare contro la sua sparizione. Anche in questo caso la polizia ha brutalmente caricato il corteo. Un clima repressivo che sembra aumentare sempre più in Argentina e che cresce con l’avvicinarsi delle primarie politiche di domenica.

Sulla questione è intervenuta anche l’ONU, che ha chiesto di mettere in campo tutti gli sforzi possibili per ritrovarlo.
La famiglia di Santiago indica come colpevole la Gendarmeria nazionale e accusa questa di aver lavato i furgoni utilizzati durante l’operazione repressiva per depistare le indagini.

Il fratello, Germàn Maldonado, ha dichiarato pubblicamente che Santiago è stato torturato e che lo tengono imprigionato aspettando che passino i segni di violenza presenti sul suo corpo.

Un caso politico che indebolisce il già impopolare governo Macrì, succeduto a quello peronista della Kirchner.

Douglas Mortimer

Santiago Maldonado compaia vivo – Mapuche non sono separatisti – Benetton e Multinazionali nemici di uno Stato plurinazionale

comune-info.net In Argentina è in pieno corso una nuova violenta campagna contro i Mapuche, il popolo indigeno della Patagonia che – malgrado lo sterminio – né i conquistadores della corona spagnola né l’esercito argentino del generale Roca, nella Conquista del desierto degli ultimi anni del XIX secolo, riuscirono mai a sottomettere completamente. Nelle campagne dei conquistatori
dei giorni nostri si rinnovano i protagonisti, in primo luogo l’estrattivismo minerario e petrolifero, poi le coltivazioni di soia Ogm, l’intero schieramento mediatico mainstream, i politici corrotti, i latifondisti come Benetton e infine, naturalmente, i giudici e i gendarmi.

Uno schieramento impressionante che usa ogni mezzo necessario, perfino quelli che evocano l’orrore di tempi più neri dell’Argentina: dalla tortura nelle carceri alla recentissima sparizione di Santiago Maldonado, un artigiano ventottenne sequestrato durante una protesta con la comunità mapuche il primo di agosto.

Eppure la resistenza dei Mapuche, fatti passare come al solito per secessionisti e terroristi, non si piega: subiscono una persecuzione da secoli ma non si arrendono e vogliono il riconoscimento di uno Stato plurinazionale e l’affermazione del diritto a una vita dignitosa nella terra che hanno sempre abitato, quella che i protagonisti del genocidio di ieri e di oggi continuano a considerare un “deserto” da colonizzare.
Darío Aranda ha raccontato ai nostri compagni de lavaca.org cosa c’è dietro la nuova campagna di repressione contro la Gente della terra

di Darío Aranda comune.info.net  
Il modello estrattivo: petrolifero, minerario, agricolo, forestale.
Una multinazionale, Benetton, con influenza diretta nel potere politico e giudiziale.
Politiche di Stato di spoliazione e sottomissione.
Un genocidio che mai ha avuto il suo “nunca más” (mai più).
Sono solo alcuni degli elementi dietro la campagna che chiede la repressione del Popolo Mapuche.
Estrazione
Durante il governo di Carlos Saúl Menem, il cosiddetto menemismo, venne adottata l’ingegneria legale che diede adito al consolidamento dell’estrattivismo in Argentina: leggi minerarie, privatizzazione dell’YPF (Yacimientos Petrolíferos Fiscales), legge forestale, approvazione di transgenici con utilizzo di agrotossici. Ma la messa in atto di queste leggi sul territorio evvenne durante i governi progressisti dei coniugi Kirchner (kirchnerismo).

Due esempi: si passò dai 40 progetti minerari allo studio del 2003 agli 800 del 2015; dai 12 milioni di ettari di terra dedicati alla coltura di soia transgenica ai 20 milioni (attualmente sono 22).

Il governo peronista di destra di Muaricio Macri sta continuando su questa linea: toglie restrizioni al settore minerario, abbassa quelle sull’agricoltura e sulla flessibilità lavorativa dei lavoratori in ambito petrolifero. Più estrattivismo, più avanzamento nei territori rurali, dove vivono i popoli indigeni e i contadini.
Amnesty Internacional ha quantificato circa 250 casi di conflitto, tra i quali ha scoperto un punto in comune: dietro ci sono sempre imprese (agricole, industrie petrolifere e minerarie, tra le altre) che agiscono in complicità, per azione od omissione, con i governi.
Come successe con la Campagna del Deserto, che aveva come fine economico quello di annettere terre al mercato capitalista, l’Argentina del Secolo XXI ripete la storia di “progredire” sulla pelle dei Popoli Indigeni.

Preesistente
“Mapuche” significa in lingua mapuzungun “Gente della Terra”. I Mapuche, come tutti i Popoli Indigeni del continente, esistono perché hanno un vincolo con la Terra. Da lì provengono la loro storia, la loro cultura, la loro filosofia, la loro vita e da quello stesso territorio dipendono i loro figli, i nipoti e il futuro come popolo.

In Argentina un argomento falso per attaccare gli Indigeni del Sud è quello di dire che sono cileni. I Popoli Indigeni hanno migliaia di anni di storia, e il Popolo Mapuche, in particolare, esiste da molto prima della creazione degli Stati-Nazione. Cioè, sono precedenti alla creazione dell’Argentina e del Cile. L’articolo 75 della Costituzione Nazionale (argentina, ndt) lo riconosce:

Riconoscere la preesistenza etnica e culturale dei Popoli Indigeni argentini. Garantire il rispetto della loro identità ed il diritto ad un’educazione bilingue ed interculturale; riconoscere le persone giuridiche delle sue comunità, il possesso e le proprietà comunitarie delle terre che tradizionalmente occupano; regolare la consegna di altri territori atti e sufficienti per lo sviluppo umano (..) Assicurare la partecipazione nella gestione riguardo alle risorse naturali e a tutto ciò che loro concerne.”

In occasione di ogni campagna mediatica di attacco ai Mapuche, gli accademici ripudiano le falsità degli ambienti giornalistici. Lo scorso gennaio, degli investigatori del Conicet hanno scritto un testo che riassume cento studi accademici: “Affermiamo che i Mapuche non sono Araucani di origine cilena e non sterminarono i Tehuelche (…) I Mapuche non sono “Indios Cileni”, ma un Popolo preesistente. Questo significa che vivevano in questi territori prima che esistessero gli Stati e che c’erano Mapuche in quella terra che oggi è Argentina”.

Giornalismo repressivo
“Denunciano legami di gruppi Mapuche con le FARC (Forze armate Rivoluzionarie della Colombia)”, ha titolato il giornale “Perfil” domenica 8 gennaio in un esteso articolo, riferito al conflitto del Lof (comunità) di Resistenza Cushamen con l’impresa Benetton. La nota, firmata da Cecilia Moncalvo, accusava:

“Man mano che vengono alla luce altre informazioni, l’azione di Facundo Huala e del suo gruppo può essere letta come il germe di una forma violenta di protesta e di fare politica. Si sa che la Gendarmeria inviò ulteriori agenti nelle zone limitrofe, mentre deputati cileni, giornalisti e imprenditori argentini fanno riferimento alle FARC colombiane come parte del finanziamento del gruppo (…) Pone punti interrogativi su una zona liberata, precedentemente, dal traffico di armi dall’Argentina al Cile. Facundo Jones Huala sarebbe il collegamento.”

Due giorni dopo, martedì 10 gennaio, ci furono feroci azioni repressive nel Lof Mapuche. Una di mattina ad opera della Gendarmeria Nazionale. L’altra nel pomeriggio per mano della Polizia del Chubut. Il mercoledì è avvenuta una terza incursione violenta. Tre repressioni in due giorni. Una battuta di caccia contro i Mapuche. Una decina di arresti. Altrettanti feriti. Due gravi.

L’immagine di Fausto Jones Huala, colpito da un proiettile al collo, è stata diffusa in tutta l’Argentina. Alla campagna anti-indigena si è aggiunto il quotidiano “Clarín”, con un ampio articolo annunciato sulla copertina della domenica 22 gennaio e una doppia pagina interna. “Facundo Jones Huala, il mapuche violento che ha dichiarato guerra all’Argentina e al Cile”, era il titolo di un articolo firmato da Gonzalo Sánchez. Citava in sei casi voci ufficiali del Ministero della Sicurezza Nazionale, della Cancelleria e della Segreteria della Sicurezza. Tutte voci “off”, senza nome né cognome che accusano il Lof Cushamen di fatti talmente insoliti quanto inverosimili.

Secondo Clarín:
-I Mapuche hanno legami con gruppi curdi e con l’ETA dei Paesi Baschi.
-Hanno ricevuto finanziamenti dal Governo Kirchner.
– Il Lof Cushamen avrebbe causato incendi, sequestro di persone e tentativi di assassini, tra gli altri fatti.

Non viene apportata nessuna prova di tutti questi eventi. Solo l’opinione del governatore Mario Das Neves e voci “off”.

Gonzalo Sánchez, autore della nota ed editorialista del giornale, ripete ciò che ha dichiarato Cecilia Moncalvo nel “Perfil”: collega il Lof Cushamen e Jones Huala all’organizzazione Resistenza Ancestrale Mapuche (RAM), quando la comunità non ha mai dichiarato di far parte di questa organizzazione.
Seconda coincidenza: Sánchez non concede una riga né alla voce del Lof Cushamen, né ai suoi avvocati, né alle organizzazioni dei diritti umani che li sostengono.

Nemmeno il giornale “Infobae” s’è tirato indietro. “Violenza, anarchia ed appoggio esterno: il profilo di due gruppi mapuche che tengono con il fiato sospeso il Cile e l’Argentina”, ha titolato il 9 agosto un articolo di Martín Dinatale, con tutte voci “off” e nessuna intervista ai Mapuche. Un articolo che avrebbe potuto essere scritto da Patrizia Bullrich.

Insolita la nota di Claudia Peiró in “Infobae”. Accusa i Mapuche di essere finanziati dagli Inglesi. “La Nazione Mapuche, il Popolo originario con sede in Bristol, Inghilterra.” Non apporta una sola prova che accrediti questa relazione.
Clarín ribatte. “Jones Huala raddoppia la posta: ha incitato il suo popolo alla ribellione e alla lotta armata. Dalla prigione dove è detenuto, il referente dei Mapuche ha chiamato apertamente all’azione violenta.” Firma il corrispondente da Bariloche, Claudio Andrade, conosciuto dalle organizzazioni mapuche per i continui discorsi che sfiorano il razzismo.

D’altra parte, emergono anche comunicatori, intellettuali, artisti e politici che non hanno esitato a gettare sospetti sul leader qom Félix Díaz di Formosa e, contemporaneamente, passare sotto silenzio le atrocità del governo feudale di Gildo Insfrán. Figure marginali affini al kirchnerismo sminuiscono le richieste qom fino a rilasciare interviste a favore di Insfrán.

Nel migliore dei casi, i media restavano in silenzio davanti alla violazione dei diritti. Il giornalismo vicino al kirchnerismo ha appoggiato fervidamente la sfruttamento dell’industria petrolifera a Vaca Muerta, benché lì fossero violati i diritti indigeni con repressioni attuate in passato e anche ai giorni nostri. Con Macri al potere, quegli stessi giornalisti, intellettuali ed artisti inorridiscono e ripudiano la violenza che subiscono i Mapuche.

Giornalisti di entrambi gli schieramenti (Macri e Kirchner) hanno un punto in comune: scrivono su un fatto senza viaggiare per il territorio. Non visitano, né visiteranno, le comunità indigene. Sono giornalisti di scrivania. E le loro menzogne rimbalzano nel peggiore dei modi: legittimano le repressioni.

Le madri di Plaza de Mayo e Perez Esquivel chiedono che lo Stato restituisca Santiago Maldonado vivo. E’ stato fatto scomparire il primo agosto scorso durante lo sgombero di una protesta

Genocidio
Rapimento di neonati. Sparizione di persone. Torture. Campi di concentramento. Assassini.
Li ha sofferti la società argentina durante l’ultima dittatura civico-militare.
Li ha sofferti il Popolo ebreo durante il Nazismo.
Anche il Popolo Mapuche ha subito il rapimento di neonati, la sparizione di persone, le torture, i campi di concentramento, gli assassinii. Ma non c’è mai stata richiesta di perdono da parte dei carnefici per questi crimini, né riparazione né giustizia. Non c’è mai stato mai un “Nunca Más” (1) per ciò che hanno sofferto i Popoli indigeni.

Diana Lenton, dottoressa in antropologia e docente dell’UBA (Università di Buenos Aires), riassume così: “Lo Stato fu costruito su un genocidio, stabilendo che non ci fossero più diversità etniche sul territorio argentino, annullando ogni precedente trattato con gli indigeni e garantendo che non ci sarebbe stata alcuna interferenza nella costituzione dello Stato stesso. È quello che si chiama genocidio costituente, sono genocidi che danno origine ad uno Stato“.

Recuperi
“Wiñomüleiñ ta iñ mapu meu” significa in lingua mapuche “territori recuperati”. È un anelito, una pratica di rivendicazione e, soprattutto, un diritto dei Popoli originari: ritornare ad avere appezzamenti di terra che, in passato, furono loro sottratti con la forza. Negli ultimi quindici anni, e dopo aver esaurito l’istanza amministrativa e giudiziale, il Popolo Mapuche ha recuperato 250 mila ettari che si trovavano nelle mani di grandi proprietari terrieri.

I piccoli borghesi urbani possono rimanere tranquilli: gli indigeni non occuperanno i dipartimenti di Palermo o della Recoleta, né sono interessati alle magioni di Nordelta. Vogliono solo ritornare alle terre dei loro antenati che oggi sono proprietà di grandi imprese.

Anche i legalitari possono star tranquilli: i recuperi territoriali sono supportati da trattati internazionali, che hanno un livello superiore alle leggi locali.
“Sempre che sia possibile, i Popoli Indigeni dovranno avere il diritto di ritornare alle loro terre ancestrali non appena smettano di esistere le cause che motivarono la loro deportazione e ricollocazione”, precisa l’articolo 16 della Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) che ha valore prevalente sulle leggi nazionali.

Anche l’articolo 14 dichiara: “Si dovranno prendere misure per salvaguardare il diritto dei Popoli interessati all’utilizzo non solo delle terre da loro occupate ma anche per quelle a cui hanno avuto accesso storicamente per attività tradizionali e di sussistenza”.

La Dichiarazione delle Nazioni Unite (ONU) sui Diritti dei Popoli Indigeni, approvata nel settembre 2007, sottolinea nel suo articolo 10 “l’opzione del ritorno” di fronte alle deportazioni forzate e, nel suo articolo 28, legifera che “hanno diritto alla riparazione, avvalendosi di mezzi che possono includere la restituzione per i territori e le risorse che tradizionalmente abbiano posseduto od occupato o utilizzato in altra forma e che siano stati confiscati, presi, occupati, utilizzati o danneggiati.”

“Le comunità indigene nella giurisprudenza della Corte Interamericana dei Diritti umani (CIDH)”, è il titolo del lavoro sul Diritto internazionale di Rolando Gialdino, ex segretario dei Diritti umani della Corte Suprema di Giustizia della Nazione, il massimo tribunale del Paese. Analizzando l’azione della CIDH, l’autore ha affrontato il tema del possedimento ancestrale: “I membri dei Popoli Indigeni che involontariamente hanno perduto il possesso delle loro terre, e queste siano state trasferite legittimamente a terzi innocenti, hanno diritto di recuperarle o ad ottenere altre terre di uguale estensione e qualità.”

Il recupero territoriale implica molto più che ettari di terreno: crea una concezione differente della terra che include il concetto di proprietà individuale alla ricerca di rendita e lo sostituisce con uno spazio di occupazione collettivo, “territorio ancestrale”, imprescindibile per lo sviluppo come Popolo originario.

Benetton
Nel 2007, la comunità Mapuche Santa Rosa di Leleque ritornò al territorio indigeno: recuperò 625 ettari dentro quello che era allora parte della estancia di Leleque della Compañía de Tierras Sud Argentino (Gruppo Benetton), situata tra Esquel e El Bolsón. Il caso ebbe ripercussione nazionale ed internazionale. Rosa Rúa Nahuelquir ed Atilio Curiñanco, autorità della comunità, viaggiarono a Roma con il Premio Nobel per la Pace, Adolfo Pérez Esquivel. Si incontrarono con la famiglia Benetton che promise loro la donazione di terre nella Regione del Chubut. Ma la Compagnia offrì solo appezzamenti che erano improduttivi.

La comunità non accettò e chiarì che i Popoli Indigeni non accettavano una “donazione” bensì la “restituzione” di terre che erano state rubate da privati. La causa andò avanti nei tribunali, ci furono tentativi di sgomberi, ma la comunità rimase sul posto. Benetton non accettò mai la sconfitta perché temeva che avrebbe potuto portare a delle conseguenze e che altre comunità potessero ripetere l’azione.

Nel novembre 2014, lo Stato provinciale e nazionale concluse il rilevamento territoriale della comunità Santa Rosa di Leleque. Nel contesto della Legge Nazionale 26.160 riconobbe il possesso e l’utilizzo dei 625 ettari da parte del Popolo Mapuche. La comunità ha sempre denunciato le irregolarità nel titolo di acquisto da parte della compagnia Benetton (spiegate in dettaglio nel libro “Ese ajeno sur”, del ricercatore Ramón Minieri).

Il 13 marzo 2015 c’è stato un nuovo recupero territoriale nell’Estancia di Leleque di Benetton.

“Reagiamo di fronte alla situazione di povertà in cui versano le nostre comunità, senza acqua, costrette a vivere in terre improduttive e all’usurpazione che è stata realizzata dalla cosiddetta Conquista del Deserto fino ai giorni nostri da parte dello Stato e dei grandi latifondisti. Si aggiunge a ciò l’immensa quantità di reiñma (famiglie) private delle loro terre dove vivere degnamente”.
Questi i principi base di ogni loro rivendicazione, come si legge nel comunicato firmato dal Lof in Resistencia del Dipartimento di Cushamen ed il Movimento Mapuche Autonomo (MAP). Non era solo ormai un cattivo esempio. Erano già due. E possono essere di più.

Benetton impegnò tutto il suo apparato legale contro i Mapuche e ingaggiò un’agenzia internazionale di stampa e lobby (Jeffrey Group) per una campagna mediatica, tanto a livello provinciale che nazionale. Il responsabile in Argentina di Jeffrey Group è Diego Campale che si presenta come “specialista in risoluzione di conflitti e gestione di crisi.”

Periodicamente arrivavano le cronache di stampa e le foto in alta definizione degli “attentati” che subiva la Estancia di Benetton. I suoi principali destinatari erano: il giornale “Jornada” (Chubut), Rio Negro, il più letto in Patagonia, Clarín e La Nación. Gli stessi comunicati arrivavano all’ufficio del governatore del Chubut, Mario Das Neves e ai suoi ministri. La campagna mediatica faceva i suoi primi passi e legava i Mapuche ai gruppi paramilitari ETA e FARC.

Il nemico interno
Nel dicembre 2016, il governatore Das Neves accusò il giudice Guido Otranto per non avere condannato Facundo Jones Huala (lonko del Lof in Resistencia de Cushamen). “Non vogliamo giudici federali che agiscano in connivenza con delinquenti”, riferì in relazione ai Mapuche. Inoltre, sollecitò affinché la popolazione disubbidisse al giudice: “Che la gente reagisca, che non permetta, per quanto sia un giudice, di portare a termine questo tipo di azioni.”

Il Ministero della Sicurezza, guidato da Patrizia Bullrich, accusò in una relazione interna dell’agosto 2016 i Popoli originari della Patagonia di delitti federali e li ritenne responsabili di fatti criminali senza apportare alcuna prova. La relazione interna fu intitolata “Rivalorizzazione della legge. Problematica in territorio Mapuche” e riconobbe che la Polizia di Sicurezza Aeroportuale (PSA) realizza “compiti di investigazione” illegali e catalogava le rivendicazioni come “minacce per la sicurezza sociale”. Il Ministero della Sicurezza fece propria la posizione delle industrie petrolifere che argomentarono l’”usurpazione” che realizzavano le comunità indigene nei campi petroliferi.

Un centinaio di organizzazioni di Popoli Originari, Amnesty Internacional, il Servizio di Pace e Giustizia (Serpaj), e l’Assemblea Permanente dei Diritti Umani (APDH), emisero un comunicato per allertare sulla “stigmatizzazione e persecuzione del Popolo Mapuche.” Il testo intitolato ”La lotta indigena non è un delitto” argomentò contro il governo: “Il Ministero della Sicurezza pone le rivendicazioni territoriale mapuche come minacce per la sicurezza sociale (…) Lo Stato privilegia gli interessi delle imprese petrolifere e criminalizza il Popolo Mapuche”.

Il 21 giugno scorso, un centinaio di effettivi della gendarmeria nazionale giunse alla comunità mapuche Campo Maripe, in Vaca Muerta, nella provincia di Neuquén, chiuse le strade interne e scortò squadre dell’YPF per realizzare una nuova perforazione petrolifera. I membri della comunità chiesero spiegazioni, sollecitarono che esibissero l’ordine giudiziale (non glielo mostrarono) e pretesero che si ritirassero dal territorio indigeno.

La Gendarmeria impedì perfino che la comunità abbandonasse la propria terra. “YPF usa la Gendarmeria per entrare illegalmente in territorio mapuche. Entrarono senza consultazione, né autorizzazione, con un procedimento assolutamente esagerato, senza alcuna mediazione verbale e senza esibire un ordine giudiziale. I membri del Lof (comunità) furono minacciati e presi in ostaggio nel proprio territorio”, denunciò il Consiglio Zonale Xawvn Ko della Confederazione Mapuche di Neuquén che criticò la “militarizzazione” del luogo ed accusò la ministra della Sicurezza, Patrizia Bullrich, di “un inasprimento della repressione.”

Pericolo
Essere indigeno oggi vuol dire essere “sovversivo”, ha riassunto con semplicità durante una mateada (incontro dove si gusta mate, il tipico infuso sud-americano) Jeremías Chauque, mapuche, musicista, produttore di alimenti sani, senza agrotossici. E ha aggiunto: “Noi indigeni non accettiamo le politiche estrattive. Non le accetteremo mai. E lotteremo fino alla morte contro le miniere, le industrie petrolifere, le imprese transgeniche. Per questo motivo ci considerano un pericolo.”

Facundo Jones Huala, dalla prigione di Esquel, era sulla stessa linea: “Il Popolo Mapuche spinge per la ricostruzione del nostro mondo e il rifiuto di politiche estrattive dal territorio. Come Mapuche non possiamo vivere in terre devastate, non possiamo essere Mapuche con pozzi petroliferi o con miniere. Abbiamo bisogno della nostra terra sana, in equilibrio ed armonia. Ristabilire questo equilibrio è oggi rivoluzionario, è alterare l’ordine attuale del capitalismo estrattivo. Per questo motivo noi Mapuche siamo un problema per il potere.”

Sparizioni
A seguito della sparizione di Santiago Maldonado, nell’ambito di una repressione da parte della Gendarmeria Nazionale il 1 agosto, la ministra Patrizia Bullrich si è rivolta contro le comunità indigene: “Non permetteremo una repubblica autonoma e mapuche in mezzo all’Argentina. Questa è la logica che stanno mettendo in atto: una logica anarchica, non riconoscere lo Stato argentino.”

La Società Rurale Argentina, sostenitrice della Campagna del Deserto e parte dell’ultima dittatura civico-militare, ha diffuso un comunicato: “Deve finire l’impunità per i gruppi criminali e violenti del Sud”, in riferimento ai Mapuche.
La Confederazione Mapuche di Neuquén ha risposto alla Ministra della Sicurezza: “La funzionaria Patrizia Bullrich nelle sue dichiarazioni cariche di disprezzo razziale e ignoranza, costruisce una vera miscela di concetti errati. Ignora concetti basilari di stati moderni ed evoluti che si assumono come Stati plurinazionali. La nostra condizione di Nazione Mapuche è basata sulla preesistenza millenaria che riconosce la stessa Costituzione argentina. Negare questa realtà è proprio degli stati autoritari e colonialisti che non riconoscono la diversità”.

“Uno stato plurinazionale non dipende dal permesso di una funzionaria. Dipende dall’esistenza sul territorio delle popolazioni indigene da migliaia di anni, in confronto ad uno stato moderno di soli due secoli di esistenza”, ha spiegato la Confederazione Mapuche ed ha affermato: “La plurinazionalità non è una proposta separatista né escludente. Al contrario, è uno strumento per l’unità nella diversità. Se noi Mapuche non assumessimo la nostra nazionalità, saremmo un Popolo senza storia e peggio ancora senza futuro.”

Il Consejo Asesor Indígena (CAI), organizzazione storica mapuche della Patagonia, ha emesso un documento: “Ripudiamo il modo di agire dello Stato di fronte ai fatti accaduti (Cushamen), e manifestiamo la nostra solidarietà con le vittime della violenza statale e le sue famiglie. Esigiamo che Santiago Maldonado compaia vivo e responsabilizziamo lo Stato Nazionale per l’attuale situazione di militarizzazione che sono costretti a soffrire i Popoli originari.”

“Non vogliamo che l’atteggiamento dello Stato e della società di fronte a noi sia di repressione, discriminazione e razzismo” ha precisato l’organizzazione indigena. Ha poi ricordato che il Popolo Mapuche ha subito incendi, persecuzioni giudiziali e di polizia, minacce di morte, inseguimenti, vessazioni, irruzioni in proprietà private e tentativi di sgombro. Ed il CAI ha rilasciato una dichiarazione: “Continuiamo a sostenere la nostra rivendicazione e la fermezza nella nostra lotta.”

Soluzione?
Una domanda ricorrente è: per dove passa la soluzione? E la risposta indigena è solita essere semplice: “Che si rispetti la legge.”
L’Argentina ha una ricca legislazione che favorisce i Popoli Indigeni: dalla Costituzione Nazionale (Articolo 75, inciso17) le costituzioni provinciali, la legge 26160 (freno agli sgomberi), la Convenzione 169 dell’OIL e la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Popoli Indigeni. La legislazione vigente stabilisce che “i Popoli indigeni devono poter contare su terre adatte e sufficienti e che si deve realizzare la consultazione libera, preventiva ed informata davanti a qualsiasi fatto che li possa riguardare”.

Tradotto: nessuna impresa estrattiva potrebbe entrare in territorio indigeno senza prima realizzare un processo di consultazione, che può durare anche anni, con la comunità. Con giudici ed avvocati di parte, queste leggi non vengono rispettate.

Perché l’inadempimento? Perché è una politica di Stato che attraversa tutti i governi: violare i diritti indigeni a beneficio delle industrie petrolifere, dei grandi latifondisti, delle imprese agroalimentari e minerarie.

Nota della traduttrice
(1) Nunca más (in spagnolo “mai più”) è il titolo del rapporto della Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas” (Conadep) argentina del settembre 1984, chiamata anche Comisión Sabato, dal nome del suo presidente, lo scrittore Ernesto Sabato
Fonte : lavaca.org
traduzione per Comune-info di Patrizia Larese

 

 

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