OH ARGENTINA………….Boca-River, finale della «Copa conquistadores»

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Meroni, il ribelle granata, muore investito da un’auto qualche giorno dopo l’assassinio del mitico rivoluzionario Che Guevara.

Il calcio come strumento per guadagnare consenso politico: dal Comandante Lauro a Berlusconi.

Calciatori belli e adorati come i divi di Hollywood. Perfino un centravanti capace con i suoi gol di ammorbidire la protesta degli operai della Fiat.

Poi gli eroi di Superga, gli anni di piombo, calciatori opinionisti televisivi, la Mano de Dios e quel tocco di saudade obbligatorio quando si parla di calcio.

Darwin Pastorin e Andrea Bozzo ci raccontano la Storia d’Italia attraverso i ritratti dei calciatori che sono stati specchio e sublimazione di tutto ciò che è successo nel nostro Paese negli ultimi 70 anni.

 

Rimbalzo due articoli usciti sul quotidiano ilManifesto sono un po lunghi ma ne vale la pena:

Giansandro Merli

La “prima volta” di Boca-River

Argentina. Matrimoni rinviati, battesimi «calcistici», risse e incendi: il superclásico è l’inedita finale della coppa Libertadores. La partita di oggi mette momentaneamente fuori gioco la profonda crisi economica del paese

«In America Latina succedono poche cose che non hanno qualche tipo di relazione, diretta o indiretta, con il calcio», disse una volta Eduardo Galeano. Chissà cosa avrebbe pensato il compianto scrittore uruguayano della finale di Coppa Libertadores che si giocherà tra poche ore: Boca Juniors contro River Plate. È la prima volta nella storia. A Buenos Aires il calcio è ovunque: 66 stadi di varie categorie, 12 club nella massima serie. Il derby più importante nella finale più ambita, però, rappresenta un evento straordinario. La città trattiene il fiato ormai da dieci giorni.

LE SEMIFINALI
Precisamente dalle 23.43 di mercoledì 31 ottobre, dall’istante in cui Wilmar Roldàn ha soffiato per la terza volta in un fischietto nel mezzo dello stadio del Palmeiras, a San Paolo. Il direttore di gara colombiano si è assunto la responsabilità di sancire il passaggio di turno del Boca.

Il River attendeva di conoscere la rivale già da un giorno. Ventiquattro ore prima, a Porto Alegre, aveva eliminato il Gremio. Gol al 95′ su un rigore fischiato dopo una segnalazione dei tecnici del Var. L’incontro è terminato con quattordici minuti di recupero, una maxi rissa e la fuga dell’arbitro Andrés Cunha scortato dalla polizia.

La squadra brasiliana ha presentato ricorso perché il tecnico avversario, Marcelo Gallardo, ha incontrato i suoi giocatori nello spogliatoio durante l’intervallo nonostante fosse squalificato. Ma non c’è stato niente da fare.

IL CLIMA
Intanto il clima è sempre più caldo. Nel centro della capitale, un tifoso del Boca è stato ucciso dal cognato del River dopo una discussione sul match. In provincia, una rissa calcistica tra vicini è terminata con una casa incendiata. In tutto il paese si moltiplicano le richieste di giorni di ferie e malattia a ridosso della partita. Diversi matrimoni sono stati rimandati. Una coppia ha battezzato il figlio River Plate.

Dall’altra parte del mondo, i sostenitori dello Zenit San Pietroburgo accusano Leandro Paredes di essersi fatto espellere volontariamente per saltare l’incontro successivo, con il Cska Mosca, e volare a Buenos Aires: l’ex calciatore della Roma non ha risposto alle critiche, ma la sua presenza è confermata sugli spalti della Bombonera.

I PRECEDENTI
Fino al 2018, in 85 anni di calcio professionistico argentino, Boca e River avevano giocato soltanto una finale. Il 22 dicembre 1976, nello stadio del Racing, il Boca sconfisse il River 1 a 0 vincendo un campionato che era diviso in due, metropolitano e nazionale, e si concludeva ai play-off. Rubén Suñé infilò su punizione un gol di cui sono rimaste soltanto delle fotografie: la leggenda racconta che un militare del River, durante la dittatura, fece sparire l’unico video dell’azione.

Il 15 marzo di quest’anno, invece, i due club si sono giocati la Supercoppa argentina: 2 a 0 per il River sul campo del Godoy Cruz, nella città di Mendoza. Le due finali precedenti, comunque, non possono essere considerate neanche l’antipasto di quella in arrivo.

ANDATA E RITORNO
È l’ultima volta che il massimo trofeo latinoamericano sarà assegnato su due turni. Dalla prossima edizione si disputerà una sola finale, secca. Come in Champions League. Regole e modelli Uefa condizionano pesantemente il calcio dell’emisfero australe. Del resto, la stessa Libertadores nacque nel 1960 per trovare una sfidante intercontinentale alla squadra vincitrice della vecchia Coppa dei campioni. Oggi come allora, il centro economico del mercato globale del calcio è il vecchio continente. Secondo il sito specializzato transfermarkt, le rose complete di Boca e River valgono rispettivamente 115 e 74 milioni di euro. Le due punte della Juventus, Paulo Dybala e Cristiano Ronaldo, costano 110 milioni a testa. La Juventus al completo 783. Per non parlare di Barcellona, Manchester e Real: superano il miliardo.

La partita di andata si giocherà nella cornice della mitica Bombonera. Uno dei templi del calcio mondiale, a forma di D, con 49mila posti a sedere, spalti impennati sopra le linee di bordocampo e biglietti introvabili. L’impianto si trova nel famoso quartiere della Boca, per tanti anni barrio tano, popolato dagli emigranti italiani (soprattutto genovesi) che sbarcavano a Buenos Aires, e oggi spazio urbano al centro di torsioni differenti, tra gentrification, turismo e persistenza di un’anima popolare.

Il ritorno è previsto per sabato 24 novembre nell’imponente Monumental. Lo stadio può contenere fino a 61mila corpi ed è situato tra Belgrano e Nuñez, due delle zone più facoltose della capitale argentina. L’ovale fu chiuso con il secondo anello della curva sud in occasione dei Mondiali del 1978. Il dittatore Jorge Rafael Videla non voleva che la finale si giocasse nel Cilindro di Avellaneda, il campo del Racing costruito da Juan Domingo Peròn (di cui adesso porta il nome) in mezzo a un enorme quartiere operaio.

UN SOLO TEMPO
L’ultima volta che Boca e River si sono incrociate in una partita di Coppa Libertadores si è giocato soltanto un tempo. Era il 14 marzo 2015, ritorno del quarto di finale, stadio gialloblù. Prima dell’inizio della ripresa Adrián Napolitano, detto il «Panadero», riuscì a infilare un ordigno artigianale allo spray urticante nel tunnel degli ospiti, che per uno scherzo architettonico si addentra nello stomaco della curva più calda. Risultato: cinque giocatori del River in ospedale con ustioni di primo grado, sconfitta a tavolino per il Boca, Bombonera squalificata per diverse giornate, il «Panadero» bandito dagli stadi.

TENSIONI SPORTIVE E SOCIALI
I problemi di ordine pubblico hanno tenuto banco nel dibattito politico appena si è materializzata la possibilità del superclásico in finale. Le date dei match sono state cambiate per evitare la sovrapposizione con il G20, che si terrà a dieci isolati dal Monumental appena tre giorni dopo la partita di ritorno. In controtendenza, il presidente della nazione Mauricio Macri, che ha usato il Boca come trampolino di lancio per la sua carriera politica, ha chiesto che le partite fossero accessibili anche ai tifosi ospiti, «come simbolo di maturità». Una circostanza che in Argentina non si verifica da cinque anni, da quando una lunga serie di morti e feriti ha portato al divieto definitivo di tutte le trasferte di campionato. Alla fine, come di consueto, saranno presenti solo i tifosi di casa.

La finalissima è entrata a gamba tesa nel dibattito politico argentino, mettendo temporaneamente in fuori gioco le questioni legate alla drammatica situazione economico-sociale. Nel corso dell’anno, il pesos si è svalutato fino al 122% rispetto al dollaro: il crollo monetario più pesante a livello planetario. Il 30% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, con milioni di persone che non hanno accesso ai beni di prima necessità. L’accordo da 50miliardi di dollari con il Fondo monetario internazionale, con le relative politiche di aggiustamento strutturale, incombe sul futuro prossimo di tutti gli argentini.

LE VOCI
«C’è un clima strano – racconta Franco Ciancaglini, tifoso del River – in tutte le case, in tutti i bar, in tutte le strade non si parla d’altro. Ma la situazione sociale è esplosiva, tutti i discorsi si politicizzano immediatamente. Questa finale si giocherà con l’immaginario di dicembre latente nella testa di tutti». Dicembre è il mese della rivolta del 2001 che mise in fuga il governo De La Rùa e i tecnici dell’Fmi. «Sono molto nervoso. Siamo tutti molto nervosi – dice Roberto Parrottino, supporter del Boca – La città è piena dei simboli delle due squadre: alle finestre, sugli autobus, ovunque. Ma tutti sanno che la partita è anche un’occasione per confondere le tensioni dovute alla grave crisi che stiamo vivendo».

«La finale segnerà un prima e un dopo – sostiene Nacho Yuchark – Questa sfida ha una dimensione sociale enorme, sebbene le misure adottate dal governo negli ultimi anni abbiano fatto allontanare tanta gente dal calcio. Siamo stanchi dell’uso dello sport che fanno i partiti e soprattutto siamo stanchi di questa classe politica».

«Da alcuni anni ho smesso di seguire il calcio professionistico con la stessa passione di prima – afferma Nicanor Guerri – Certo che guarderò questa partita, è impossibile non farlo. Io che ho sempre tifato Boca, però, spero vinca il River: voglio vedere la delusione sulla faccia di Macri, che con il suo governo sta distruggendo l’Argentina».

Il calcio d’inizio sarà alle 21 italiane. Il ritorno tra 15 giorni. Difficile credere che lo scontro si limiti ai 180′ o al rettangolo verde.

«In America Latina succedono poche cose che non hanno qualche tipo di relazione, diretta o indiretta, con il calcio», disse una volta Eduardo Galeano. Chissà cosa avrebbe pensato il compianto scrittore uruguayano della finale di Coppa Libertadores che si giocherà tra poche ore: Boca Juniors contro River Plate. È la prima volta nella storia. A Buenos Aires il calcio è ovunque: 66 stadi di varie categorie, 12 club nella massima serie. Il derby più importante nella finale più ambita, però, rappresenta un evento straordinario. La città trattiene il fiato ormai da dieci giorni.

LE SEMIFINALI
Precisamente dalle 23.43 di mercoledì 31 ottobre, dall’istante in cui Wilmar Roldàn ha soffiato per la terza volta in un fischietto nel mezzo dello stadio del Palmeiras, a San Paolo. Il direttore di gara colombiano si è assunto la responsabilità di sancire il passaggio di turno del Boca.

Il River attendeva di conoscere la rivale già da un giorno. Ventiquattro ore prima, a Porto Alegre, aveva eliminato il Gremio. Gol al 95′ su un rigore fischiato dopo una segnalazione dei tecnici del Var. L’incontro è terminato con quattordici minuti di recupero, una maxi rissa e la fuga dell’arbitro Andrés Cunha scortato dalla polizia.

La squadra brasiliana ha presentato ricorso perché il tecnico avversario, Marcelo Gallardo, ha incontrato i suoi giocatori nello spogliatoio durante l’intervallo nonostante fosse squalificato. Ma non c’è stato niente da fare.

IL CLIMA
Intanto il clima è sempre più caldo. Nel centro della capitale, un tifoso del Boca è stato ucciso dal cognato del River dopo una discussione sul match. In provincia, una rissa calcistica tra vicini è terminata con una casa incendiata. In tutto il paese si moltiplicano le richieste di giorni di ferie e malattia a ridosso della partita. Diversi matrimoni sono stati rimandati. Una coppia ha battezzato il figlio River Plate.

Dall’altra parte del mondo, i sostenitori dello Zenit San Pietroburgo accusano Leandro Paredes di essersi fatto espellere volontariamente per saltare l’incontro successivo, con il Cska Mosca, e volare a Buenos Aires: l’ex calciatore della Roma non ha risposto alle critiche, ma la sua presenza è confermata sugli spalti della Bombonera.

I PRECEDENTI
Fino al 2018, in 85 anni di calcio professionistico argentino, Boca e River avevano giocato soltanto una finale. Il 22 dicembre 1976, nello stadio del Racing, il Boca sconfisse il River 1 a 0 vincendo un campionato che era diviso in due, metropolitano e nazionale, e si concludeva ai play-off. Rubén Suñé infilò su punizione un gol di cui sono rimaste soltanto delle fotografie: la leggenda racconta che un militare del River, durante la dittatura, fece sparire l’unico video dell’azione.

Il 15 marzo di quest’anno, invece, i due club si sono giocati la Supercoppa argentina: 2 a 0 per il River sul campo del Godoy Cruz, nella città di Mendoza. Le due finali precedenti, comunque, non possono essere considerate neanche l’antipasto di quella in arrivo.

ANDATA E RITORNO
È l’ultima volta che il massimo trofeo latinoamericano sarà assegnato su due turni. Dalla prossima edizione si disputerà una sola finale, secca. Come in Champions League. Regole e modelli Uefa condizionano pesantemente il calcio dell’emisfero australe. Del resto, la stessa Libertadores nacque nel 1960 per trovare una sfidante intercontinentale alla squadra vincitrice della vecchia Coppa dei campioni. Oggi come allora, il centro economico del mercato globale del calcio è il vecchio continente. Secondo il sito specializzato transfermarkt, le rose complete di Boca e River valgono rispettivamente 115 e 74 milioni di euro. Le due punte della Juventus, Paulo Dybala e Cristiano Ronaldo, costano 110 milioni a testa. La Juventus al completo 783. Per non parlare di Barcellona, Manchester e Real: superano il miliardo.

La partita di andata si giocherà nella cornice della mitica Bombonera. Uno dei templi del calcio mondiale, a forma di D, con 49mila posti a sedere, spalti impennati sopra le linee di bordocampo e biglietti introvabili. L’impianto si trova nel famoso quartiere della Boca, per tanti anni barrio tano, popolato dagli emigranti italiani (soprattutto genovesi) che sbarcavano a Buenos Aires, e oggi spazio urbano al centro di torsioni differenti, tra gentrification, turismo e persistenza di un’anima popolare.

Il ritorno è previsto per sabato 24 novembre nell’imponente Monumental. Lo stadio può contenere fino a 61mila corpi ed è situato tra Belgrano e Nuñez, due delle zone più facoltose della capitale argentina. L’ovale fu chiuso con il secondo anello della curva sud in occasione dei Mondiali del 1978. Il dittatore Jorge Rafael Videla non voleva che la finale si giocasse nel Cilindro di Avellaneda, il campo del Racing costruito da Juan Domingo Peròn (di cui adesso porta il nome) in mezzo a un enorme quartiere operaio.

UN SOLO TEMPO
L’ultima volta che Boca e River si sono incrociate in una partita di Coppa Libertadores si è giocato soltanto un tempo. Era il 14 marzo 2015, ritorno del quarto di finale, stadio gialloblù. Prima dell’inizio della ripresa Adrián Napolitano, detto il «Panadero», riuscì a infilare un ordigno artigianale allo spray urticante nel tunnel degli ospiti, che per uno scherzo architettonico si addentra nello stomaco della curva più calda. Risultato: cinque giocatori del River in ospedale con ustioni di primo grado, sconfitta a tavolino per il Boca, Bombonera squalificata per diverse giornate, il «Panadero» bandito dagli stadi.

TENSIONI SPORTIVE E SOCIALI
I problemi di ordine pubblico hanno tenuto banco nel dibattito politico appena si è materializzata la possibilità del superclásico in finale. Le date dei match sono state cambiate per evitare la sovrapposizione con il G20, che si terrà a dieci isolati dal Monumental appena tre giorni dopo la partita di ritorno. In controtendenza, il presidente della nazione Mauricio Macri, che ha usato il Boca come trampolino di lancio per la sua carriera politica, ha chiesto che le partite fossero accessibili anche ai tifosi ospiti, «come simbolo di maturità». Una circostanza che in Argentina non si verifica da cinque anni, da quando una lunga serie di morti e feriti ha portato al divieto definitivo di tutte le trasferte di campionato. Alla fine, come di consueto, saranno presenti solo i tifosi di casa.

La finalissima è entrata a gamba tesa nel dibattito politico argentino, mettendo temporaneamente in fuori gioco le questioni legate alla drammatica situazione economico-sociale. Nel corso dell’anno, il pesos si è svalutato fino al 122% rispetto al dollaro: il crollo monetario più pesante a livello planetario. Il 30% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, con milioni di persone che non hanno accesso ai beni di prima necessità. L’accordo da 50miliardi di dollari con il Fondo monetario internazionale, con le relative politiche di aggiustamento strutturale, incombe sul futuro prossimo di tutti gli argentini.

LE VOCI
«C’è un clima strano – racconta Franco Ciancaglini, tifoso del River – in tutte le case, in tutti i bar, in tutte le strade non si parla d’altro. Ma la situazione sociale è esplosiva, tutti i discorsi si politicizzano immediatamente. Questa finale si giocherà con l’immaginario di dicembre latente nella testa di tutti». Dicembre è il mese della rivolta del 2001 che mise in fuga il governo De La Rùa e i tecnici dell’Fmi. «Sono molto nervoso. Siamo tutti molto nervosi – dice Roberto Parrottino, supporter del Boca – La città è piena dei simboli delle due squadre: alle finestre, sugli autobus, ovunque. Ma tutti sanno che la partita è anche un’occasione per confondere le tensioni dovute alla grave crisi che stiamo vivendo».

«La finale segnerà un prima e un dopo – sostiene Nacho Yuchark – Questa sfida ha una dimensione sociale enorme, sebbene le misure adottate dal governo negli ultimi anni abbiano fatto allontanare tanta gente dal calcio. Siamo stanchi dell’uso dello sport che fanno i partiti e soprattutto siamo stanchi di questa classe politica».

«Da alcuni anni ho smesso di seguire il calcio professionistico con la stessa passione di prima – afferma Nicanor Guerri – Certo che guarderò questa partita, è impossibile non farlo. Io che ho sempre tifato Boca, però, spero vinca il River: voglio vedere la delusione sulla faccia di Macri, che con il suo governo sta distruggendo l’Argentina».

Il calcio d’inizio sarà alle 21 italiane. Il ritorno tra 15 giorni. Difficile credere che lo scontro si limiti ai 180′ o al rettangolo verde.

2° ARTICOLO

Giansandro Merli:

Boca-River, finale della «Copa conquistadores»

Boca-River. Oggi a Madrid il ritorno della finale della Copa Libertadores, dopo gli incidenti accaduti a Buenos Aires prima della partita di ritorno, poi rinviata

L’altare di Zeus smontato dall’acropoli di Pergamo e rimontato in un museo di Berlino è ancora bello? E i frontoni del Partenone sui piedistalli del British Museum? Dipende dai punti di vista. In ogni caso, oltre le considerazioni estetiche esistono dei precisi significati politici dietro queste collocazioni.

Sabato 24 novembre si sarebbe dovuto giocare il ritorno della finale di coppa Libertadores. Il River Plate avrebbe dovuto ospitare il Boca Juniors 15 giorni dopo l’andata, terminata 2 a 2 alla Bombonera. Quando alcune pietre hanno raggiunto i vetri dell’autobus che trasportava la squadra gialloblù, lo stadio Monumental era già un formicaio con 66mila tifosi assiepati sulle gradinate. Il fischio d’inizio è stato rimandato di un’ora, poi di due, poi di un giorno e infine di due settimane e 10mila chilometri. La decisione è stata presa dalla Confederación sudamericana de Fútbol (Conmebol) con l’appoggio dei vertici della Fifa.

«Che la finale di una coppa che si chiamava Libertadores de América si giochi nella capitale del paese da cui l’America si è liberata ha fatto in modo che in tanti l’abbiano ribattezzataConquistadores de América” – ha affermato lo scrittore e giornalista argentino Martín Carrasco, ospite della catalana Tv3 – Che inoltre si giochi in casa di un club che si chiama Real per il re da cui si ottenne l’indipendenza è una grande assurdità».

«Voglio chiedere a Domínguez (presidente della Conmebol, ndr) che diavolo dovrei fare se la mia famiglia volesse vedere questa partita a Madrid – ha tuonato Diego Armando Maradona ai microfoni di radio La Red – Pensano che siamo tutti come Macri? Questa gente è la piaga del calcio». Anche Juan Román Riquelme, indimenticato campione che con il Boca ha vinto tutto, ha espresso dure critiche: «Poche cose sono nostre: l’asado, il mate, il dulce de leche e il superclásico. Ci hanno appena tolto quest’ultimo. Era la festa del nostro paese. È triste che si giochi da un’altra parte. La finale non sarà la stessa cosa, sarà solo l’amichevole più cara della storia».

Il presidente del River Rodolfo d’Onofrio ha definito il trasferimento della partita «la vergogna del calcio argentino» accusando la Asociación del Fútbol Argentino (Afa) di non aver impedito che la finale uscisse dal Sudamerica. Il Boca, intanto, ha continuato a presentare ricorsi su ricorsi per ottenere la vittoria a tavolino. Il presidente Daniel Angelici e tutta la dirigenza degli Xeneizes sono legati a doppio filo al presidente Mauricio Macri, che proprio dagli uffici della Bombonera lanciò la sua carriera politica. Alla base della richiesta c’è il parallelo con un episodio accaduto nel 2015, l’ultima volta che le due squadre si erano incontrate nel torneo più ambito.

Era il ritorno di un quarto di finale e tra primo e secondo tempo un ultras del Boca infilò un ordigno urticante nel tunnel da cui uscivano i calciatori del River. La partita fu sospesa e la squadra di casa condannata 0 a 3. Stavolta, però, l’episodio di violenza è accaduto all’esterno dello stadio, fuori dall’area di competenza del club ospitante.

L’autobus che trasportava i giocatori gialloblù è finito incredibilmente nell’area di afflusso dei tifosi di casa. Lo spray che ha intossicato i calciatori è stato sparato dalla polizia di Macri. Una dinamica che, secondo la giornalista argentina Cristina Pérez, «lascia più domande, che risposte». La ministra della Sicurezza Patricia Bullrich aveva affermato: «Se ospiteremo un G20, perché non possiamo far giocare un Boca River?». L’incontro dei 20 uomini più potenti del mondo si è concluso senza incidenti, nonostante le provocazioni delle forze dell’ordine. Il superclásico, invece, non si è ancora disputato.

In tanti hanno puntato il dito contro le barras bravas, organizzazioni di ultras protagoniste di ripetuti episodi di violenza. Si stima che negli ultimi 50 anni in Argentina siano morte 350 persone per scontri legati al calcio. Inutile negare che esiste un problema, ma pensare di ridurre la questione al lancio di qualche sasso significa guardare il dito che indica la luna. Macri, che inizialmente aveva addirittura proposto di aprire i due stadi ai tifosi ospiti, ha detto in tv che bisogna farla finita con le barras. Peccato che queste organizzazioni si siano strutturate con la connivenza di politici, dirigenti sportivi e poliziotti. Anche grazie alla possibilità di gestire redditizie attività economiche: dai parcheggi intorno agli stadi, alla rivendita di biglietti, fino ai «contributi» delle società per evitare troppo casino.

Soldi che, comunque, sono solo le briciole del grande negozio del calcio. Gli interessi veri stanno altrove e certamente rendono di più se pagati in euro invece che nella traballante valuta locale. Il destino dei giovanissimi talenti sudamericani segue le rotte percorse nei secoli scorsi dall’argento di Potosí o dall’oro di Ouro Preto. Dei 23 convocati argentini per il mondiale russo solo tre giocavano in Primera división. Numeri simili riguardano la selezione brasiliana e, in generale, tutte le squadre fuori dal vecchio continente, il centro del mercato globale del pallone.

River e Boca giocheranno nello stadio del Real Madrid, la squadra che ha vinto 4 delle ultime 5 Champions League. Lo scorso anno intorno a quella coppa sono ruotati 1,3 miliardi di euro.

La rosa del Real vale mille milioni, mentre tutti i calciatori dei 28 club che compongono la serie A argentina raggiungono appena i 735. I tornei nazionali e le coppe continentali dell’America del Sud sono organizzati di riflesso agli equivalenti europei. Orari e date del superclásico erano già stati modificati per accomodarli alle esigenze del pubblico nostrano.

Nonostante tutto questo, il trasferimento della finale tra andata e ritorno, dopo che era già stata programmata, dopo che decine di migliaia di tifosi erano già accorsi allo stadio per incitare la loro squadra e guardare la partita dal vivo è una vergogna senza precedenti nella storia. «È la conclusione del processo di saccheggio del calcio argentino – ha detto Carrasco – Per molti anni ci siamo rassegnati a vendere a Spagna, Italia, Francia, Inghilterra e Germania i nostri giocatori più forti. Ma vendere anche la nostra migliore partita non era nel piano. Adesso sì».

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