Nobel per la Guerra

Il discorso di Obama alla sessione plenaria delle Nazioni Unite di mercoledí 24 settembre ha lasciato il pubblico ammutolito: secondo il presidente degli Stati Uniti i tre pericoli maggiori che corre l’umanitá sono dovuti: 1 al virus Ebola; 2 alla Russia; 3 allo Stato Islamico e ai terroristi dell’ISIL. Sullo sfondo il bombardamento in corso alla Siria, settimo paese a subire le bombe USA durante gli ultimi 5 anni della presidenza Obama.

Il Ministro degli Esteri russo Lavrov ha affermato che le preoccupazioni di Obama sono perlomeno soprendenti, dichiarando di non aver capito bene se il presidente USA stesse parlando sul serio o scherzando, quando ha piazzato la Russia al secondo posto tra le minacce alla pace e alla stabilitá internazionale. Il fatto che il discorso sia stato pronunciato davanti all’assemblea delle nazioni unite rende l’uscita di Obama globalmente imbarazzante. Ma ormai Obama colleziona parole in libertá, e ai suoi portavoce sono dedicate sezioni speciali nei media non mainstream, per via delle gaffes a ripetizione di cui sono protagonisti.

Sotto la guida di Obama la politica estera statunitense é ormai un marasma di iniziative caotiche e guerrafondaie, punteggiate da dichiarazioni imbarazzanti, che lasciano interdetti osservatori di tutto il mondo, inclusi quelli statunitensi.

E’ ovvio infatti che la guerra lanciata dagli Stati Uniti contro la Russia,  che avrebbe dovuto essere combattuta…fino all’ultimo ucraino, é fallita. L’offensiva punitiva di truppe regolari e battaglioni speciali nazisti contro le province ribelli si é saldata in un fiasco, anche se non ha risparmiato vittime e distruzione. Del Boeing abbattuto non si parla piú, delle truppe russe in ucraina nemmeno. Il piano di pace rassomiglia moltissimo a quello suggerito da Putin ma non si puó dire apertamente, le controsanzioni russe in Europa fanno strage di agricoltori e di imprese e ora che arriva l’inverno la classe politica europea dovrá rivedere la politica filo-Obama se vuole il gas russo e i voti dei cittadini..

L’Ucraina intanto é al capolinea: la moneta sta ruzzolando, la bancarotta é alle porte, non si sa se ci saranno i soldi per il gas, l’FMI e le sue misure di austeritá picchieranno duro e il paese é disfatto. I sondaggi danno i gruppi neonazi e nazionalisti in caduta libera tanto quanto la moneta. Per Obama e i neocon, per ora partita persa.

Quindi si passa al piano B, versione X:  l’offensiva sulla Siria senza mandato ONU, insieme a una coalizione di accoliti perlomeno imbarazzante: Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Giordania. Oggi si é aggiunta la Turchia che ha bombardato gli jiadisti nel Nord della Siria. A confortare la coalizione ci si é messa anche Israele, che ha abbattuto un jet siriano sul Golan pochi giorni fa. Un gruppetto difficile da far digerire per chi si proclama paladino di Freedom and Democracy, specialmente per quanto riguarda quella accozzaglia di satrapi tagliateste, torturatori e misogini che siedono su montagne di petrodollari e si definiscono come monarchie del Golfo. Francia e Inghilterra non ci sono stati, per ora, ma i tagliatori di teste a comando sono all’opera e non é detto che prima o poi non si aggreghino.

Gli jiadisti che hanno causato strage e distruzione in Siria, Iraq e Libano sono finanziati dagli USA, dall’Arabia Saudita e dal Qatar. La Turchia li addestra militarmente nelle sue basi NATO e offre una frontiera porosa da cui i mercenari si infiltrano in Siria. Israele supporta gli jiadisti sul Golan, dove circolano liberamente e ha messo loro a disposizione ospedali per la cura e la riabilitazione dei feriti. La Giordania, ufficalmente fuori dal conflitto, offre basi di addestramento dove consiglieri USA si occupano di formare i combattenti. Inoltre Turchia e Israele si occupano di convogliare il petrolio estratto dagli jiadisti dai pozzi che controllano in Siria e Iraq verso terminali marittimi, da cui viene caricato nelle navi cisterna e venduto. A nessuno sfugge che le Toyota fiammanti incolonnate nel deserto da qualche parte devono pur essere arrivate, come dice il ministro degli esteri siriano, “gli jiadisti non sono stati paracadutati in Siria…” e neanche in Iraq se per quello.

Nessuna di queste informazioni é segreta: immagini, prove dettagliate, video e fotografie di queste attivitá circolano liberamente. Il tentativo di rovesciare Assad in Siria dura da oltre tre anni e si sa tutto dei canali da cui sono circolati mercenari, soldi e armi per gli jiadisti, prima di tutto a partire dalla Libia. Il senatore neocon USA McCain é stato fotografato a colloquio con i dirigenti jiadisti all’opera in Siria e ha rivendicato senza problemi la cosa. I capi militari  e politici del Califfato sono tutti passati attraverso un centro di detenzione USA in Iraq, dove sono stati addestrati e convenientemente trasformati in assassini psicopatici modello squadrone della morte in nero.

Oggetto del Piano B variante X ancora una volta il rovesciamento di Assad. Poi forse la mutazione degli jiadisti da mercenari prevalentemente arabi a esercito multietnico, a prevalenza asiatica, da lanciare nel futuro prossimo venturo contro Russia e Cina. Il numero crescente di ceceni e di centroasiatici nelle sue fila starebbe a dimostrarlo.

Certo per ora ostacoli al maelstrom bellico obamiano in medio oriente ce ne sono molti: l’esercito siriano combatte da anni gli jiadisti, con importanti sucessi militari. Nelle zone liberate ha avviato processi di riconciliazione, offre ai combattenti che si arrendono e consegnano le armi amnistie e reintegrazione. Non saranno i bombardamenti USA a mettere in crisi questo processo.. I moderati anti Assad non sono mai esistiti, né prima né ora, quindi soldi e armi continuano ad andare a rifornire i gruppi combattenti, che si combattono fra loro e stentano a sfondare nelle province siriane sotto controllo del governo. Nelle aree tribali, a nord e est, c’é l’ostacolo dei kurdi del PKK, che al contrario del kurdi iracheni non sono al soldo degli USA e potrebbero facilmente diventare una mina vagante per la Turchia, che cerca di impedirgli il passaggio in Siria. In Iraq la dissoluzione del governo e del paese non é riuscita come Obama sperava, e l’esercito sembra in grado di rispondere almeno parzialmente: ha impedito la presa di Bagdad, pretesto ideale per la rioccupazione del paese.  Intanto a Gaza le cose sono andate diversamente dal previsto: dopo Hezbollah anche Hamas riesce a mettere in crisi la macchina bellica di Israele, che non ha piú vicini su cui riversare le sue offensive militari senza subirne le conseguenze. Si consola con i civili palestinesi della West Bank, ma combattere civili disarmati non giova agli eserciti e non ne aumenta le capacitá offensive. In Yemen lo stesso, il governo instaurato da USA e Arabia Saudita é dovuto scendere a patti con gli Houthi, che di fatto occupano Sana e sono sciti: un punto guadagnato dall’Iran, un’altra batosta per sauditi e statunitensi.

Per non parlare di quello che succederá nelle varie componenti del califfato che verranno bombardate o supportate a casaccio e che potrebbero non rispondere piú a nessuno degli sponsor storici, trasformandosi in vere e proprie meteore impazzite pronte a dirigersi ovunque, incluso contro il padre padrone, l’Arabia Saudita. E allora booom!

A questo quadro si aggiunge il rafforzamento dei legami politici e economici fra Russia e Cina, fra i BRICS e fra i paesi fuori dalla sfera di influenza USA. Gli scambi fra Cina e Russia non sono in dollari; l’Iran potrebbe aggiungersi al gruppo e allora bye bye petrodollari! Tutto mentre il dollaro vacilla e l’Europa é in recessione.

Insomma, un caos generalizzato, rozzo, talmente a breve termine che cambia di giorno in giorno.  Il nemico del mio nemico é mio amico, ma il mio amico diventa nemico se serve a combattere il nemico, e cosí via. Risultato: essere vicini agli Stati Uniti, come dimostra l’Ucraina, é sempre piú un pericolo e una garanzia per il disastro. L’impero in caduta e senza testa conserva solo la forza militare, i  pretoriani; ma anche quelli, come insegna la storia non é detto che vogliano seguire l’imperatore fin nel baratro.

Con il tempismo che lo contraddistingue il primo ministro italiano Renzi non poteva scegliere un momento migliore per farsi fotografare con Obama, e preparare con lui il futuro dell’Italia.

 

 

Leave a Comment

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>