NO AL CETA

Dopo la lunga carrellata dei vincitori economici italiani grazie al CETA abbiamo visto il lato illuminato della luna, ci piacerebbe vedere anche il lato scuro della luna perchè mi è sembrata corta la voce dei gruppi dissidenti e dei loro motivi al NO CETA.
Rai3 ieri sera https://www.raiplay.it/video/2019/01/Presa-diretta-La-guerra-dei-dazi-c34db9db-4b50-41cd-90e0-dbf05ef9c651.html
Un po di chiarezza:
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DALLE DICHIARAZIONI AI FATTI
Perché dobbiamo fermare il CETA e TUTTI i suoi (brutti) fratelli

Il Governo italiano – a fronte di importanti impegni pubblici – assunti ai massimi livelli – di bocciare la ratifica di importanti e simbolici accordi come il CETA, ha intrapreso di recente l’importante iniziativa diavviare una consultazione nazionale di esperti, parti interessate, parti sociali, accademia e rappresentanti della società civile, dei consumatori e dei comitati di cittadini. L’intento è valutare l’opportunità e i possibili vantaggi/svantaggi, per ciascuna delle Regioni italiane, settore per settore, dei principali trattati bilateralicommerciali e dell’agenda multilaterale che la Commissione europea sta negoziando, in competenza esclusiva o condivisa, per conto dei Paesi membri.

Il CETA, infatti, non è che il primo di una serie di accordi commerciali con la stessa struttura che andranno a indebolire non soltanto la competitività del nostro Paese – perché stretti in larga parte con grandi Paesi esportatori – ma anche perché presentano tutti gravi minacce alla capacità normativa e di autodeterminazione democratica del nostro Paese, a interi comparti produttivi nazionali, alla protezionedell’ambiente, dei diritti dei lavoratori, dell’agricoltura (a partire dalla protezione dai prodotti Made in Italy con Indicazioni geografiche protette).

Eu-Japan (Jefta), Eu-Mexico, Eu-Mercosur, Eu-Vietnam, Eu-Indonesia, Eu-Singapore, Eu-Tunisia (Aleca), Eu- Marocco, Eu-Australia e Eu-Oceania, gli EPAs e il percorso post-Cotonou con i Paesi di Africa, Caraibi e Pacifico sono alcuni dei negoziati appena conclusi o in corso che presentano le problematiche già evidenziate. La Commissione europea (in scadenza), a fronte delle perplessità e resistenze che emergono negli Stati membri rispetto al CETA e ai suoi (brutti) fratelli, invece di aprire una fase di seria riflessione evalutazione d’impatto complessivo della politica commerciale Ue e sull’attuale struttura dei trattatiesistenti, sta moltiplicando gli sforzi per approvare più accordi possibili prima delle prossime elezioni.

La strategia adottata dalla Commissione europea per accelerare, in alcuni casi, è quella di “alleggerirli” delleparti di competenza strettamente nazionale relative agli investimenti, evitando, così, il passaggio della ratifica e quindi un esame più accurato dei loro impatti da parte degli esecutivi e dei Parlamenti dei Paesi membri. Ricordiamo, però, che attualmente ambiti negoziali come l’agricoltura(e quindi il cibo), l’energia, i servizi(tra cui acqua e sanità), regole e standard, di grande rilevanza per la protezione di diritti universali legati alla cittadinanza in Paesi come il nostro,sono considerati (a nostro giudizio impropriamente) di competenza della Commissione, e che quindi i Parlamenti nazionali sono esclusi da decisioni che invece riguardano strettamente il perimetro della sovranità loro affidata dalle nostre Costituzioni.

Dal collasso della Ministeriale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio a Seattle, nel 1999, è al lavorouna rete volontaria stabile di esperti, organizzazioni, sindacati, università, produttori che a livello globale individua nella struttura, nelle priorità e nelle strategie commerciali messe in atto dai principali attori globali – in primo luogo Europa e Stati Uniti, ma anche grandi esportatori del Sud del mondo – alcuni tra i fattori determinanti della crisi economica, sociale e ambientale che la maggior parte degli abitanti delpianeta paga da almeno trent’anni in termini di riduzioni di diritti e di salari, e di crescenti diseguaglianze efragilità sociali e ambientali. Fermare la polverizzazione da parte europea di politiche così importanti in una raffica di trattati bilaterali commerciali e per gli investimenti, plasmati sugli interessi di un pugno di imprese e dei loro azionisti di maggioranza, e riorientare questi strumenti a vantaggio del bene comune è l’obiettivooggi di migliaia di organizzazioni, enti locali, cittadine e cittadini.

Al CETA e al JEFTA abbiamo dedicato specifici dossier, così come al nuovo TTIP. È in elaborazione anche uno specifico esame del percorso EPAs e transizione verso il dopo-Cotonou. Di seguito evidenziamo, trattato per trattato, alcune delle criticità che emergono da una loro analisi attenta e in dettaglio, ottenuta con la

Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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lettura diretta dei testi disponibili e attraverso una revisione comparata delle principali analisi a disposizione. Tuttavia, nelle pagine che verranno, e qui sotto in sintesi,vogliamo evidenziare alcune problematiche evidenti di struttura che li connotano tutti:

  1. Guadagni economici minimali privati, non automaticamente compensati da entrate erariali, a fronte di una sicura perdita di entrate pubbliche da dazi non adeguatamente calcolate.
  2. Limitazioni alla sovranità e ai diritti dei governi di regolamentare nell’interesse pubblico per proteggere la salute, i diritti dei consumatori e l’ambiente introdotte, ad esempio, con l’obbligo di notifica all’altra Parte della previsione dell’introduzione di normative che possano influenzare iflussi commerciali di beni e servizi oggetto dei trattati.
  3. Valutazioni d’impatto ex ante, in corso di vigenza o post approvazione dei trattati carenti o assenti, non proiettate sui singoli Paesi, condotte con scarsa o insufficiente partecipazione e trasparenza, per lo più basate sui modelli Computable General Equilibrium (CGE) applicati dalla Banca Mondiale, i cui limiti,i come strumenti di valutazione delle riforme del commercio, sonodolorosamente emersi negli esiti delle politiche di liberalizzazione degli anni ’80 e ’90ii.
  4. Riservatezza e scarsa trasparenza sul lavoro delle Parti fino alla finalizzazione dei testi dei trattati, sulla composizione e sulle consultazioni condotte dalle Parti e dai Comitati istituiti dai trattati
  5. Previsione dell’abbattimento progressivo non soltanto di dazi e dogane, ma in larga maggioranzadegli ostacoli non tariffari al commercio che possono includere regolamenti in materia di tutela dell’ambiente, della salute e dei consumatori, oltre a standard e norme tecniche.
  6. Livellamento verso il basso degli attuali standard di produzione, distribuzione e consumo con laprevisione dell’allineamento a disposizioni “che non creino eccessiva/ingiustificata distorsione del commercio”.
  7. Evoluzione normativa permanente portata avanti nelle decine di Comitati istituiti dai trattati sui singoli temi, che possono modificare il testo sottoscritto dalle Parti e le sue disposizioni senza obbligatorietà di consultare il Parlamento europeo o quelli nazionali.
  8. Previsione non centrale del principio di precauzione europeo – il più delle volte a malapena citato –e adozione dei criteri anglosassoni dell’“evidenza scientifica” e della “analisi costi/benefici” chehanno portato, ad esempio, a condanne per l’Ue a seguito del bando della carne di animali allevati con ormoni della crescita o del rifiuto dell’impiego degli Ogm nell’alimentazione umana.
  9. Corsia preferenziale per gli investitori stranieri con la previsione del controverso ICS/ISDS che ne protegge le prerogative rispetto alle priorità degli Stati e anche a quelle degli investitori nazionali
  10. Servizi pubblici e appalti pubblici non adeguatamente protetti dalle liberalizzazioni selvagge in baseal loro impatto sulla garanzia dei servizi essenziali ai cittadini. Utilizzo della “lista negativa” per elencare tutti i servizi esclusi dalla liberalizzazione (la Wto utilizza una lista “positiva”), che attribuisce ampia discrezionalità sui servizi nuovi o non in elenco.
  11. Dichiarazioni di intenti anziché misure vincolanti rispetto alle emissioni globali nella lotta ai cambiamenti climatici. La legislazione sul clima è spesso considerata come un fattore distorsivo del commercio o una misura protezionistica.
  12. Non obbligatorietà delle disposizioni relative al rispetto delle convenzioni internazionali sul lavoro, nonostante la loro violazione sia tra le forme più efficaci di competizione sleale contro i Paesi in cui i diritti dei lavoratori vengono garantiti al meglio.
  13. Indebolimento,nel medio-lungo periodo, dell’efficacia del sistema europeo della protezione delle Indicazioni geografiche con l’utilizzo di liste troppo ridotte, non sempre rappresentative dell’interointeresse nazionale e delle potenzialità di espansione di alcuni prodotti.

Caratteristiche gravi e non emendabili che suggeriscono, come chiede la Campagna Stop TTIP/CETA e le organizzazioni che la sostengono, di bocciare il CETA per aprire una attenta riflessione in Italia e in Europa su quali priorità e struttura debbano poggiare dei nuovi trattati,per assicurare all’Italia, ai suoi territori e aisuoi partner in Europa e nel mondo, un commercio finalmente giusto e sostenibile.

Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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Sommario

Sommario …………………………………………………………………………………………………………………………………… 3EU-MERCOSUR, ……………………………………………………………………………………………………………………………… 5

  1. Carne, soia, riso, zucchero e gli altri prodotti problematici ………………………………………………………… 5
  2. Il principio di precauzione ……………………………………………………………………………………………………… 6
  3. La sicurezza sanitaria e fitosanitaria………………………………………………………………………………………… 7
  4. La protezione della Proprietà intellettuale e delle Indicazioni geografiche…………………………………… 8
  5. L’ISDS non c’è ma già lo prevedono altri trattati in vigore tra le parti ………………………………………….. 9
  6. Lo sviluppo sostenibile ………………………………………………………………………………………………………… 10

EU-MEXICO …………………………………………………………………………………………………………………………………. 10

  1. Le linee tariffarie…………………………………………………………………………………………………………………. 11
  2. Il settore agroalimentare……………………………………………………………………………………………………… 11
  3. Il principio di precauzione ……………………………………………………………………………………………………. 13
  4. Lo sviluppo sostenibile ………………………………………………………………………………………………………… 13
  5. Shopping europeo dei servizi pubblici messicani …………………………………………………………………….. 14

EU-CILE………………………………………………………………………………………………………………………………………. 14

  1. La valutazione d’impatto europea sull’accordo ………………………………………………………………………. 15
  2. Il Parlamento cileno e le valutazioni d’impatto……………………………………………………………………….. 15
  3. Il primo trattato Ue con un capitolo su donne e commercio …………………………………………………….. 16

EU-VIETNAM (EVFTA)……………………………………………………………………………………………………………………. 16

  1. Dazi, tariffe e il caso del riso…………………………………………………………………………………………………. 17
  2. Addio “Made in Italy”e indicazioni geografich ………………………………………………………………………… 17
  3. Servizi essenziali e diritti delle imprese: largo all’ISDS/ICS ……………………………………………………….. 19
  4. Lo sviluppo sostenibile e i diritti umani………………………………………………………………………………….. 19

EU-INDONESIA, …………………………………………………………………………………………………………………………….. 20

  1. Corporations contro sviluppo sostenibile ………………………………………………………………………………. 20
  2. Come mettere sotto pressione il “campione anti-ISDS” …………………………………………………………… 21
  3. Il mercato agroalimentare e il caso dell’olio di palma ……………………………………………………………… 21
  4. Principio di precauzione e abbattimento delle regole ……………………………………………………………… 22
  5. Sviluppo sostenibile e diritti umani ……………………………………………………………………………………….. 23

EU-SINGAPORE (EUSFTA)……………………………………………………………………………………………………………….. 23

  1. Dazi e tariffe ………………………………………………………………………………………………………………………. 24
  2. La battaglia sull’ISDS e la protezione degli investimenti …………………………………………………………… 24
  3. Indicazioni geografiche ………………………………………………………………………………………………………… 25

EU-TUNISIA (ALECA),……………………………………………………………………………………………………………………… 27

Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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  1. Aumento dei flussi commerciali: un obiettivo fine a se stesso? ………………………………………………… 27
  2. I delicati scambi agricoli……………………………………………………………………………………………………….. 28
  3. Liberalizzazione dei servizi……………………………………………………………………………………………………. 29
  4. Proteggere gli investitori o le persone? …………………………………………………………………………………. 29
  5. La cooperazione regolatoria e la protezione della salute …………………………………………………………. 29
  6. Una minaccia alla stabilità dell’area ………………………………………………………………………………………. 30

EU-MAROCCO,……………………………………………………………………………………………………………………………… 31

  1. Un nuovo accordo sulla pesca ………………………………………………………………………………………………. 31
  2. Il contestatissimo accordo commerciale ………………………………………………………………………………… 31
  3. Lo schiaffo di Consiglio e Commissione alla Corte europea di Giustizia ……………………………………… 32
  4. La “finta consultazione” della Commissione e le responsabilità italiane …………………………………….. 32

EU-AUSTRALIA E EU-NUOVA ZELANDA ………………………………………………………………………………………………… 33

  1. Tanti partner, tanti problemi………………………………………………………………………………………………… 33
  2. Incostituzionalità degli arbitrati e protezione delle Indicazioni geografiche ……………………………….. 34
  3. Potenziali rischi per l’ambiente e l’occupazione ……………………………………………………………………… 35

Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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EU-MERCOSUR,

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L’Ue sta negoziando un accordo commerciale con i quattro Stati fondatori del Mercosur – Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay – che vale circa 5 volte il CETA, come parte di un più ampio accordo di associazione tra le due regioni. Le imprese dell’UE esportano già molto verso il Mercosur: 42 miliardi di euro di beni nel 2016 e 22 miliardi di euro di servizi nel 2015. Il Mercosur, però, è anche un importante investitore nell’Ue, con un portafoglio di 115 miliardi di euro nel 2014. Gli ostacoli sul tavolo negoziale, tuttavia, non sono trascurabili tanto che il primo incontro tra le parti si è tenuto nel 1999, il primo round di negoziati ufficiali è iniziato nell’aprile del 2000 a Buenos Aires e siamo ancora lontani dal risolvere i nodi economici, per non parlare di quelli regolamentari e di sicurezza sociale e ambientale che, a detta della società civile delle due parti, sarebbero davvero preoccupanti se venissero ignorati.

L’ultimo round di negoziato che si è tenuto a Bruxellesiiifa pensare che le parti, nonostante si stiano affrettando per chiudere il confronto, siano ancora distanti in molti ambiti: tra i temi più controversi,l’abbattimento di dazi e dogane, in particolare per i prodotti agroalimentari, le regole d’origine, le barriere non commerciali, la difesa della proprietà intellettuale (con in testa le Indicazioni geografiche) gli appalti pubblici e i sussidi.

1. Carne,soia,riso,zuccheroeglialtriprodottiproblematici

Sul piano tariffario, fino ad oggiil 92.7% dei prodotti esportati dai Paesi del Mercosur godrebbero di un dazio zero rispetto al 90% garantito ai prodotti europei, e la maggior parte delle nuove aperture si realizzerebbe in agricoltura. In base a quanto appreso, i negoziatori dell’Ue hanno offerto ai paesi del Mercosur un aumento di 99.000 tonnellate nelle importazioni di carne bovina(erano 70.000 all’inizio dellatrattativa) e questa offerta dovrebbe aumentare fino a 100.000-130.000 tonnellate secondo quanto richiesto da Brasile e Argentina, rispetto a un livello attuale che già vede i Paesi del Mercosur esportare circa 200.000 tonnellate di carne bovina nell’Ue. L’Ue sta cercando, così, di abbattere i dazi sulle proprie esportazioni di auto e componenti, ma i Paesi del Mercosur hanno chiesto un periodo di transizione di 15 anni, rispetto ai 10 anni originariamente proposti, per attenuare l’impatto sulla propria industria di settoreiv.

Oggi l’86% delle importazioni di carne bovina in Ue proviene da questi Paesi, che non rispettano le nostre stesse norme di qualità e tracciabilità, e il testo del trattato sulla determinazione dell’origine non migliora leattuali condizioniv. Eppure ce ne sarebbe bisogno: la parte del leone nell’export di carne verso l’Europa la fail Brasile, che è stato travolto nel 2017 dal terribile scandalo della carne marcia venduta per fresca. A seguito delle indagini, sono stati incriminati numerosi ispettori locali del Ministero dell’Agricoltura e il caso ha coinvolto persino il presidente Temer. Secondo dati della stessa Commissione europea, dallo scoppio dello scandalo fino alla fine del maggio 2018, 108 carichi brasiliani sono stati respinti a seguito di controlli alla frontiera. In 77 casi era stato riscontrato il virus della salmonella, negli altri residui di farmaci ed escherichia colivi.

In aggiunta, mentre l’Italia ancora combatte per ottenere specifiche protezioni europee per il riso nazionale colpito da dumping, il trattato ne aumenterebbe sensibilmente i contingenti d’entrata. Senza contare che inegoziatori europei hanno offerto alla controparte quote aggiuntive da 78.000 tonnellate per il pollame e 150.000 tonnellate per lo zucchero (a un dazio di 98 euro a tonnellata, per proteggere il settore saccarifero europeo in grave crisi), oltre a 600.000 ettolitri d’etanolo che però non sono giudicati sufficienti persbloccare il negoziato.

Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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Lo zucchero è un tasto dolente per l’economia del nostro Paese, che potrebbe rivelarsi anche più doloroso.Per esempio, l’importazione di mais o grano dal Mercosur a tariffe più basse potrebbe contribuire ad aumentare la produzione europea di isoglucosio. Con le nuove regole comunitarie in vigore dal 1° ottobre 2017, sono state infatti abolite le quote di produzione per zucchero(precedentemente 13 milioni di tonnellate) e isoglucosio (in precedenza 700.000 tonnellate) prodotto dal mais. Le tariffe esterne per lo zucchero sono rimaste invariateviie, di conseguenza,la quota di mercato del prodotto potrebbe aumentare a causa del fatto che l’isoglucosio è più economico dello zucchero da barbabietola e questo potrebbe atterrare definitivamente lo zucchero italiano da barbabietola. La Commissione europea prevede che la produzione di isoglucosio nell’Ue potrebbe aumentare da 700.000 a 2,3 milioni tonnellate entro il 2025viii.

Il prodotto più esportato dai Paesi del Mercosur verso l’Ue ad oggi è la soia, che rappresenta il 22% del valore delle esportazioni. Il 94% delle importazioni europee di farina di soia proviene da questi Paesi. Il primo problema della soia proveniente dai grandi produttori dell’America latina è che è per la maggior parte transgenica. Quasi il 100% della superficie di soia argentina e circa il 96% del Brasile sono coltivate con varietà geneticamente modificateix. Il leader di mercato per è la società Bayer-Monsanto, le cui varietà “Roundup Ready” sono diserbate con il principio attivo glifosato, classificato come “probabile cancerogeno” per l’uomox dall’Organizzazione mondiale della sanità nel 2015 e che di recente è stato oggetto negli Usa di una causa di risarcimento vinta da un giardiniere affetto da tumorexi.

Gli impatti della produzione di soia e dell’allevamento di bestiame nella foresta amazzonica e gli ecosistemi correlati, inoltre, sono ben documentati. La regione amazzonica del Brasile ha perso 37.000 km2 di copertura forestale nel 2016, un’area approssimativamente grande come la Svizzera, quasi tre volte di più rispetto al 2015. Tra il 2013 e il 2015, circa 19.000 km2 di foresta sono stati distrutti nella regione tropicale savana del Cerrado, ancora in Brasilexii. Il piano di sviluppo intensivo del bestiame in Argentina per il nord del paese prevede un aumento della produzione di circa 10 milioni di mucche, principalmente per l’esportazione verso l’Europa e la Cina. Questa espansione minaccia 10 milioni di ettari di foreste protette nella regione del Gran Chaco. Dati che non possono lasciare indifferentixiii.

Il 6.8% del valore delle importazioni dai Paesi del Mercosur, inoltre, riguarda la frutta fresca e trasformata:l’80% della frutta importata proviene dall’Argentina (principalmente pere da tavola, mentre,per una quota inferiore, limoni, arachidi e noci),diretta concorrente dell’ortofrutta nazionale che è in difficoltà con la competizione sui prezzi in Europa da molti anni. In ambito di sicurezza alimentare, per gli agrumi si segnalano, inoltre, le problematiche fitosanitarie dei prodotti provenienti da Paesi del Mercosur, contaminati da Black-spot o Macchia nera degli agrumi. Risulterebbe pertanto necessarial’implementazione immediata dell’obbligo di etichettatura d’origine anche per i prodotti ortofrutticolitrasformati, che però il trattato al momento non prevede.

Come altri “brutti fratelli” del CETA, il trattato tra l’UE e il Mercosur riserva un capitolo specifico al mutuo riconoscimento delle pratiche enologiche che non risolve del tutto gli attuali problemi incontrati dai nostri prodotti. Il potenziale dell’export di vini e mosti verso tali Paesi da parte delle produzioni Ue è limitato, come nel caso del Canada,da un accordo interno tra i Paesi Mercosur che favorisce i prodotti di Cile ed Argentina e che non verrebbe toccato in alcun modo dal trattato.

2. Ilprincipiodiprecauzione

Nonostante tutti i problemi sopra elencati, il principio di precauzione europeo appare solo una volta nel progetto consolidato di testo negoziale. La formulazione proposta dall’Ue nel capitolo del trattato su Commercio e sviluppo sostenibile è molto vaga. Essa afferma che, quando si implementano misure per proteggere l’ambiente o condizioni di lavoro, le parti dovrebbero tenere conto di aspetti scientifici e tecnici e informazioni “compreso il principio di precauzione”. Il testo proposto spiega anche che“Dove ci sono

Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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minacce di danni gravi o irreversibili, la mancanza di piena certezza scientifica non deve essere utilizzata come motivo per rinviare misure efficaci in termini di costi per prevenire il degrado ambientale”. In questo contesto, l’Uesembra voler perdere l’opportunità di chiarire il ruolo dell’efficienza economica nell’applicazione del principio di precauzione e di dare alla protezione ambientale una priorità molto più elevata rispetto all’efficienza dei costi.

Le parti si limitano a confermare i propri obblighi in quanto firmatarie delle convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro e degli Accordi multilaterali sull’ambiente. Tuttavia, al momento, non pongono esplicitamente la protezione del consumatore come area tematica separata, e non adottano meccanismi generali di risoluzione delle controversie che garantiscano sanzioni per le violazioni delle rispettive disposizioni,come la sospensione degli scambi o delle preferenze.

I governi dei Paesi del Mercosur sono stati in passato molto critici sull’azione e il funzionamento del principio di precauzione, preoccupati dall’impatto di un approccio cautelativo sul commercio di un’areafortemente vocata all’export. Ad esempio, i quattro paesi del Mercosur erano parte di un gruppo di 17 che, insieme agli Stati uniti, avevano intentato causa contro la moratoria dell’Ue sull’autorizzazione degli Ogm per il consumo umano presso l’Organizzazione mondiale del commercio, a giustificazione della quale il vecchio continente invocava il principio di precauzione. L’Unione europea ha perso la causa.

Il trattato, allo stato attuale, non chiarisce infine i requisiti essenziali delle “regole di origine” per far sì che le importazioni siano controllate dagli Stati e non autocertificate dalle società, evitando che i prodotti fabbricati quasi interamente in paesi terzi siano immessi senza tariffe perché considerati come fabbricati all’interno delle Parti interessate dall’accordo. Nonostante ciò sia stato chiesto esplicitamente dai produttori agricoli europei, sembra che la Commissione stia mantenendo una formulazione ampia per aprire il mercato del Mercosur a prodotti del tessile/abbigliamento e delle calzature commercializzati da marchi europei ma realizzati in Paesi asiatici, che hanno già provocato problemi all’Unione in virtù di definizioni più stringenti contenute in altri trattati commercialixiv.

3. Lasicurezzasanitariaefitosanitaria

Secondo il progetto di testo consolidato, l’accordo inoltre includerà un capitolo sulla Sicurezza sanitaria e fitosanitaria (SPS) e un altro sulle barriere non tariffarie al commercio (TBT) che vincoleranno le Parti al rispetto dei livelli di sicurezza definiti in ambito Wto, molto meno restrittivi di quelli attualmente in vigorein molti Paesi dell’UE, Italia compresa. Paradossalmente, è proprio l’Europa, nel capitolo SPS dell’accordo con il Mercosur,a presentare una proposta che limita il raggio d’azione del principio di precauzione, specificando che una Parte importatrice che attua una misura precauzionale relativa al capitolo SPS deve“fornire la giustificazione scientifica per la sua misura”.

La bozza di testo comprende anche la costituzione di diverse commissioni e sottocommissioni con ampi poteri per la governance del trattato, che avrebbero anche il potere di aggiungere parti o modificare l’accordo dopo la sua entrata in vigore. Una previsione tra le più controverse comprende anche la parte riguardante la Sicurezza sanitaria e fitosanitaria (SPS), e specifica che la commissione incaricata della sua tutela avrebbe il potere di “stabilire le disposizioni necessarie per risolvere i problemi sollevati dall’attuazione del capitolo SPS”, “raccomandare la modifica degli allegati” ed“eseguire ogni altra funzione”ad essa riferita dalle Parti. La sottocommissione avrebbe inoltre il diritto di modificare l’elenco dei prodotti alimentari soggetti alle condizioni commerciali regionali, senza alcun obbligo rispetto ai soggetti istituzionali, sanitari, dei consumatori o di settore da coinvolgere in tali modifiche.

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4. La protezione della Proprietà intellettuale e delle Indicazioni geografiche

Uno dei capitoli più controversi del progetto di testo riguarda la protezione della proprietà intellettuale e dei prodotti a Indicazione geografica tutelata in UE. Le parti, negli ultimi round negoziali, hanno discusso alcune questioni in sospeso in sezioni relative all’applicazione della legge sui diritti di proprietà intellettuale (comprese le misure alle frontiere), al diritto d’autore e alle disposizioni e ai principi generali senza, però, trovare un modo efficace per fare tutti contenti.

Il mercato della copia non autorizzata, non soltanto in settori quali quelli degli audiovisivi e dei beni di lusso, ma anche dei farmaci, dei semi, di prodotti chimici e alimentari, gode in quei Paesi di un sostegno ben superiore a quello riservato alla protezione della proprietà intellettuale, anche se l’impatto dei limiti proposti dev’essere valutato con grande attenzione. Il trattato, infatti, propone di allungare la durata della protezione del copyright – per quei Paesi che non aderiscono già alla Convenzione di Berna – di 70 anni oltre la vita dell’autore. Parliamo di oltre 20 anni in più rispetto a quanto garantito dalla Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale (World Intellectual Property Organization- Wipo) e dal trattato sugli aspetti commerciali della proprietà intellettuale (Agreement on Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights – Trips) della Organizzazione mondiale del commercio (Omc/Wto). In tutti i paesi firmatari della Convenzione di Berna, la protezione del copyright è concessa agli autori per un periodo limitato, come premio in cambio del diritto del pubblico, a un certo punto nel futuro, di riutilizzare incondizionatamente e attingere a tali opere. Allo scadere dei termini del copyright, le opere entrano nel pubblico dominio, dove possono essere utilizzate da chiunque per qualsiasi scopo. Questo estremo rafforzamento dei diritti di proprietà intellettuale previsto dall’accordo renderebbe, ad esempio nel settore dei medicinali, più difficile e costosa nei Paesi del Mercosur la vendita di farmaci generici, cruciali per una lotta efficace a pandemie come l’Hivxv.

Il testo di accordo proposto, secondo l’ultima versione disponibile, prevede limitazioni o eccezioni ai diritti esclusivi solo in alcuni casi particolari, che non sono in conflitto con un normale sfruttamento dell’oggetto e non pregiudicano in modo ingiustificato gli interessi legittimi dei titolari dei diritti. Ma chi decide che cosa sia o non sia giustificato rimane indefinitoxvi. Inoltre, è in atto un confronto serrato tra l’Europa e i Paesi delMercosur sullo scopo del capitolo. Secondo i Paesi latinoamericani, infatti, la protezione della proprietà intellettuale non dovrebbe in alcuna misura ridimensionare la portata di Convenzioni internazionali come quella sulla Biodiversità, che ha introdotto la protezione e la condivisione dei benefici delle risorse naturali con le comunità locali e la difesa dei saperi tradizionali. L’Europa invece vorrebbe limitarne le esigenze di trasparenza,introducendo degli obblighi relativi alla protezione dei prodotti eventualmente registrati a partire da quelle risorse, puntando sul concetto della protezione dell’innovazione introdotta. L’Ue, infine, sioppone all’introduzione di meccanismi condivisi con la società civile sulle disposizioni di questo capitolo, in particolare per la verifica condivisa del rispetto dell’interesse pubblicoxvii.

D’altro canto, l’Ue mira a ottenere protezione per 357 prodotti agroalimentari a Indicazione geografica protetta, mentre i Paesi del Mercosur sarebbero disposti a riconoscerne l’80%. Permangono disaccordi per circa 50 prodotti, tra i quali i formaggi Feta, Manchego e Parmigiano, il Cognac e i vini Rioja e Proseccoxviii. A quanto si apprende dagli ultimi testi sottratti alla riservatezza e relativi a una delle riunioni del luglio 2018,per quanto riguarda i prodotti italiani resta sospesa la protezione dei nomi “Fontina”, “Emilia/dell’Emilia”, “Grana”, mentre “Grana Padano” in dicitura completa dovrebbe essere gradualmente protetto in tutti i Paesi; via libera graduale alla protezione di “Parmigiano Reggiano”, ma aperta la coesistenza per “parmesano”, “parmesao” e “reggianito”; problemi per “Asiago” in Uruguay, andrebbe in protezione graduale in Brasile mentre due Paesi pongono problemi di preferenze accordate ai Paesi più poveri in ambito Wto (Eif). Via libera graduale alla protezione del “Pecorino romano” mentre “romano” e “romanito”restano in sospeso; “Prosecco” è in discussione in Brasile; “Prosciutto di Parma” andrebbe in protezione graduale in Brasile, problematico per gli altri Paesi; “Taleggio” andrebbe in protezione graduale in

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Argentina e Brasile come il Marsala”, mentre è soggetto alla disciplina Eif per gli altri tre Paesi come “Prosciutto Toscano”, che lo è in tutti i Paesi interessati.

I Paesi sudamericani hanno circa 250 IG nella propria lista, ma entrambe le liste, oltre alle esclusioni e alle restrizioni di cui si vocifera, sono a rischio per i veti incrociati che arrivano dagli Usa rispetto al possibile accordo tra Trump e l’Unione europea: In una lettera al presidente Donald Trump, i gruppi dell’industria alimentare statunitense che rappresentano agricoltori e produttori di diversi settori hanno invitato gli Stati uniti a mettere immediatamente sotto pressione il Giappone, il Messico e le nazioni del Mercosur perché limitino al massimo gli elenchi delle indicazioni geografiche (IG) che stanno considerando di includere negli accordi commerciali con l’Unione europea, e perché non includano la produzione di quelli che loro considerano nomi comuni di alimenti (tra i quali troviamo “parmigiano” e “Bologna”xix).Ancora non è chiaro se, contrariamente a quanto fatto col CETA, la lista potrà essere rivista dal comitato congiunto Ue-Mercosur creata dal trattato.

Le indicazioni offerte per la convivenza di marchi registrati e IG nella bozza di testo recentemente resa nota sono incredibilmente dettagliate, a suggerire quanto importante sia sul mercato latinoamericano la presenza di prodotti completamente riecheggianti i prodotti europei. Se un marchio, ad esempio, è famoso in quei Paesi, fatto salvo che chiarisca la sua diversità dal prodotto originario, non potrà essere rimosso dal mercato anche dopo che la corrispondente indicazione geografica verrà protetta. I due prodotti a identico marchio, si specifica, dovranno coesisterexx.

Una previsione richiesta dai Paesi del Mercosur, che introdurrebbe un precedente pericoloso per il sistemadi tutela delle IG nell’incrocio delle diverse aree di libero scambio, è quella che richiede di permettere, in caso di omonimia, la coesistenza di un marchio o una IG famosa in un Paese terzo o protetta in futuro daaltri accordi con un marchio o una IG protetta dall’Eu-Mercosur.Questa eccezione genera un evidente pregiudizio per le IG europee o italiane in molti mercati terzi. Il trattato, inoltre, introduce per la primavolta una lista molto sostanziosa di “nomi comuni” europei – cioè da non proteggere se non parti di una IG specifica: tra essi troviamo, per l’Italia, “aceto balsamico”, “aceto balsamico tradizionale”, “alla cacciatora”,“bresaola”, “cacciatora”, “cantucci”, “cantuccini”, “cecina”, “culatello”, “mortadella”, “mozzarella”,“mozzarella di bufala”, “oli”, “pancetta”, “pasta”, “pecorino”, “pera”, “pomodoro”, “prosciutto”,“provolone”, “salamini”, “salame”, “vino”, “zampone”. Nelle etichette dei produttori del Mercosur potranno comparire nomi di vini italiani famosi come: Barbera, Dolcetto, Fiano, Greco, Lambrusco, Lambrusco Gasparossa, Montepulciano, Trebbiano Toscano. I seguenti, invece, dovrebbero sparire dalle etichette latinoamericane nel giro di 5 anni: Castelvetro, Chianti, Piemonte, Prosecco, Sorbara, Tocai e Tufo, oltre a Borgogna come tipo di lavorazione. Rimane aperta la questione se le diciture “TIPO Gorgonzola” e “TIPO Parma” potranno essere ancora presenti nelle etichette dei prodotti latinoamericani una vota che iltrattato entrerà in vigore.

5. L’ISDS non c’è ma già lo prevedono altri trattati in vigore tra le parti

Nell’accordo Eu-Mercosur le parti negoziali intendono includere regole specifiche sugli investimenti nel capitolo dedicato e in quello sui servizi, prevedendo un allegato che dettagli i settori liberalizzati e le linee tariffarie che continueranno ad essere esentate dalla liberalizzazione. Nella sua forma attuale, tuttavia, non include regole per la protezione degli investimenti o il controverso sistema di risoluzione delle controversie investitore-Stato (ISDS), che consente agli investitori stranieri di citare in giudizio i governi presso tribunali arbitrali ad hoc. È importante considerare, però, che numerosi trattati bilaterali di investimento (BITs) conclusi tra i Paesi del Mercosur e gli Stati membri dell’Ue prevedono già meccanismi ISDS per l’esame delledispute tra investitori e Stati. L’Argentina ha firmato BITs con 21 Stati membri dell’Ue, l’Uruguay con 14, il Paraguay con 14 e il Brasile con 10xxi.

Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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6. Losvilupposostenibile

L’ Unione europea e i Paesi del Mercosur dedicano un capitolo del trattato allo Sviluppo sostenibileimpegnandosi “allo sviluppo del commercio internazionale e degli investimenti in modo da contribuire all’obiettivo dello sviluppo sostenibile” (art. 2)xxii.Nonostante i Paesi del Mercosur siano tra quelli nei quali sono più diffusi i casi di violazione dei diritti del lavoro, dei diritti umani e della protezione dell’ambiente a causa dell’aumento delle esportazioni, le Parti confermano i loro obblighi in quanto firmatari delle principali convenzioni delle organizzazioni internazionali in merito, ma non istituiscono meccanismi di vera tutela. Il progetto di trattato infatti non prevede che le possibili violazioni vengano punite attraverso la sospensione delle preferenze commerciali.

Anche per i trattati che contengono una clausola specifica a tutela dei diritti umani, in realtà, la Commissione europea, fino al 2013(stando almeno ai 23 casi che hanno coinvolto essenzialmente Paesi delle ex colonie in Africa Caraibi e Pacifico in virtù dell’accordo di Cotonou) non è andata molto più a fondo di una semplice consultazione della controparte sui casi sollevati nei comitati consultivi istituiti dalla stessa clausolaxxiii.

Le violazioni “ordinarie” dei diritti umani sono state raramente motivo di attivazione della clausola.L’efficacia è anche limitata dal fatto che non ci sono meccanismi adeguati di controllo e reclamo. Inoltre, non può essere attivata per prevenire le violazioni dei diritti umani associate agli obblighi stessi dei trattati.Se consideriamo che le previsioni attuali contenute nel trattato sono molto più “deboli” di quelle inclusenella clausola e che, pur istituendo un comitato bilaterale per la società civile, riserva ad esso un ruolo puramente consultivo diversamente dalla totalità delle altre commissioni bilaterali previste dal trattato, è evidente che se anche venissero segnalati gravi casi di impatti del trattato sullo sviluppo sostenibile essi non potrebbero essere efficacemente affrontati e/o risolti con questi strumenti.

Come provano unanimemente la maggior parte degli studi,l’Accordo tra Europa e Messico che la Commissione europea vuole portare all’approvazione dell’Europarlamento e alla ratifica nazionale entro questa legislatura, è assolutamente fallimentare dal punto di vista del miglioramento dello svilupposostenibile delle due parti e dei diritti dei lavoratori messicani, uno dei cavalli di battaglia dell’Europa per l’approvazione della sua prima versione nel 2000xxiv.

Non che i risultati attesi dal punto di vista economico siano lusinghieri: stando al rapporto di valutazioned’impatto ex ante della Commissione europea, “per l’Ue, dove oltre l’80% della produzione è attribuibile al settore dei servizi, e il Messico non è uno dei principali partner commerciali, si prevede che i corrispondenti cambiamenti nella produzione siano minimi (intorno al + 0,1%) in tutti i settori. I maggiori benefici relativi riguardano uno 0% di aumento di Pil e uno 0,4% di aumento della produzione di latte e prodotti lattiero- caseari, 0,3% in prodotti chimici e 0,2% in prodotti petrolchimici. I maggiori decrementi relativi (0,2%) sono previsti per le macchine elettriche e i prodotti in pelle”. Stando agli stessi dati, “per il Messico il trattatocomporterà un aumento del Pil pari allo 0,4%, e un aumento della produzione di veicoli a motore del 1,2%, un -1,2% per le altre macchine e un -3% nel settore lattiero-caseario”xxv.

Per questo, al rilancio del negoziato nell’aprile 2017, come Fairwatch sottoscrivemmo un appello comune insieme a oltre 50 organizzazioni europee con la richiesta di accendere i riflettori sul negoziatoxxvi. In quella lettera sottolineavamo che “la ‘clausola democratica’ dell’accordo preesistente non ha portato a decisioni o

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EU-MEXICO

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Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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misure che aiutassero ad alleviare in Messico le continue violazioni dei diritti umani, anche da parte di investitori stranieri dell’Ue”xxvii. Purtroppo, nulla di ciò è stato preso in considerazione durante la progettazione del nuovo mandato per il negoziato attuale ed è preoccupante, come facevamo notare nella lettera, “che il nuovo trattato approfondisca lo stesso modello di liberalizzazione commerciale invece dipromuovere un nuovo tipo di relazioni basate sulla complementarietà economica, che ponga il pieno rispetto dei diritti umani e il diritto dei governi di determinare modelli di sviluppo economico, al di sopradella concorrenza e il profitto delle grandi imprese”.

Anzi: il nuovo negoziato ha fornito l’occasione per inserire anche in questo trattato il meccanismod’arbitrato ISDS/ICS a protezione dei diritti delle imprese, proprio come nel negoziato con il Vietnam e nel CETA con il Canadaxxviii.

Rispetto alla liberalizzazione del mercato dei servizi, inoltre, questo trattato ripropone il modellofortemente criticato già rispetto al CETA di “lista negativa” per indicare i servizi sottratti alla liberalizzazione.

Anche questo accordo continuerà a “vivere” dopo la firma, perché affida la sua implementazione permanente a una decina di Comitati settoriali che ne aggiorneranno le parti in libertà, senza necessità di coinvolgere il Parlamento europeo o quelli nazionali.

Infine, pur considerando quanto sia importante per la sopravvivenza delle piccole aziende agricole familiari salvaguardare la loro possibilità di scambiare liberamente i semi e di riprodurli in azienda, l’Europa hapremuto perché il Messico riconoscesse la Convenzione internazionale del 1991 per la protezione delle nuove varietà vegetali (UPOV), che restringe ulteriormente la libera circolazione dello scambio di sementi e minaccia la biodiversità delle specie messicane di mais, pietra angolare della sicurezza alimentare del Paesexxix.

1. Lelineetariffarie

Il petrolio rappresenta circa il 20% delle esportazioni del Messico verso l’Ue. E il trattato, noncurante degliobiettivi di lotta ai cambiamenti climatici condivisi sia dall’Ue che dal Messico, vuole facilitare questo flusso.Due terzi dell’attuale commercio bilaterale tra Europa e Messico, tuttavia, si concentrano nella manifattura (il 72% delle esportazioni europee verso il Messico e il 64% delle importazioni), mentre il 19% riguarda iservizi e il resto è nell’agroalimentare (l’8% delle esportazioni Ue e il 17% di quelle messicane). Prodotti chimici, veicoli a motore e altre macchine rappresentano oltre la metà dei flussi commerciali.

Nella sua nuova versione,l’accordo Ue-Messico liberalizza l’85% delle linee tariffarie che non erano state toccate dall’accordo del 2000, che già aveva abbattuto il 95% di quelle all’epoca esistenti. La maggior parte di esse riguardano prodotti alimentari, sui quali il Messico ottiene grandi concessioni. Da tenere a menteche il Messico sta rinegoziando l’area di libero scambio NAFTA con Usa e Canada, e in seguito ad essa molti prodotti canadesi e statunitensi che già circolano liberamente in Messico verranno considerati d’originemessicana e potranno godere di condizioni agevolate problematiche.

2. Ilsettoreagroalimentare

Il capitolo delle liberalizzazioni nel settore agroalimentare è molto sostanzioso. Una delle materie primemessicane per cui si valuta un deciso aumento dell’import da parte dell’Ue è lo zucchero di canna, per uso combustibile e alimentare. L’accordo consentirà inoltre la liberalizzazione di tutti i prodotti agricoli trasformati con uno smantellamento tariffario rapido o immediato per pasta, cioccolatini, dolciumi, biscotti, lattosio e sciroppo di lattosio. Gli scambi di mele raggiungeranno la completa liberalizzazione in 10 anni e le

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Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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pesche in lattina saranno liberalizzate in 7 anni. Il Messico ha ottenuto la liberalizzazione completa del pollame tranne che per il petto di pollo (TRQ con dazio preferenziale di 10.000 t), e dei prodotti a base di uova (TRQ con dazio preferenziale di 10.000 t). Ha anche portato a casa una quota di export verso l’Europadi 10.000tonnellate di carne bovina in più (con un dazio del 7,5% in 5 anni), e altrettanta di frattaglie di carne.

Il Messico ha anche ottenuto una completa liberalizzazione per il maiale ad eccezione del prosciutto congelato (TRQ di 10.000 t equivalente peso carcassa). Per il miele, prodotto sensibile per l’Europa(considerata la moria delle api e la difficoltà degli apicoltori europei a sopravvivere con i prezzi attuali), il Messico ha ottenuto la piena liberalizzazione degli scambi in 7 anni, con una quota iniziale di 35.000 tonnellate in più senza dazi. Per quello che riguarda l’Europa, il principale risultato è una TRQ di 20.000 t in 5 anni per i formaggi stagionati e 5.000 t in 5 anni per i formaggi freschi, 50.000 t suddivisi in 5 anni per il latte scremato in polvere.

Nonostante la annosa battaglia condotta in sede Oms contro la diffusione del latte artificiale nei Paesi piùpoveri, le imprese europee hanno ottenuto un dimezzamento in 5 anni della tariffa MFN sull’export di latte artificiale per l’allattamento infantile. Il trattato contiene, inoltre, una sezione dedicata agli alcolici che pone delle prime coordinate per il riordino del settore ma viene giudicata, come quella contenuta nel JEFTA, insufficiente a proteggere le migliori pratiche enologiche europee. Per di più il “Sub-Committe e on Trade in Wine and Spirits” istituito dal trattato, stando al testo pubblicato “ha il potere di prendere in autonomia decisioni concernenti “definizioni di prodotto,pratiche enologiche e restrizioni”xxx.

Al momento. la Commissione non ha ancora pubblicato la lista dei 340 prodotti a Indicazione geografica protetta in Europa che verranno difesi dal trattato in Messico, ma tra essi elenca in una sintesi “il formaggiofrancese Comté, quello portoghese Queijo São Jorge, il Szegediszalámi ungheresee le prugne Magiun de prune Topoloveni della Romania”xxxi. Sarà forse un caso, ma il 1 agosto 2018 la Federazione dei produttori di latte americana, insieme ad altri gruppi industriali del settore, scrivevano al ministro al commercioamericano Robert Lighthizer e al ministro all’agricoltura Sonny Perdue dicendosi “preoccupati di perderevendite importanti sul mercato messicano se l’Uefosse riuscita a ottenere il diritto esclusivo di utilizzare determinati nomi di formaggio come Feta, Muenster e Fontina”.“Fortunatamente, i dettagli delle potenziali restrizioni alle Indicazioni geografiche europee in Messico non sono ancora stati finalizzati – si legge nella missiva – pertanto vi chiediamo di neutralizzare gli attacchi dell’Europa ai prodotti lattiero-caseari statunitensi come obiettivo specifico del NAFTA”, hanno scritto i gruppi industriali. “Il Messico è di gran lunga il nostro più grande e importante mercato lattiero-caseario, l’anno scorso abbiamo esportato più di 400 milioni di dollari di formaggio e l’industria lattiero-casearia statunitense non può permettersi di perdere mercati che hanno lavorato così duramente e investito così tanto per costruire”xxxii.

A fronte di queste ulteriori minacce ai livelli di prezzi della materia prima agroalimentare europea, e ai loroproduttori, nel capitolo del trattato relativo all’agricoltura leggiamo che dopo l’approvazione del trattato “nessuna Parte può adottare o mantenere alcuna sovvenzione all’esportazione per qualsiasi bene agricoloesportato o incorporato in un prodotto che viene esportato nel territorio dell’altra Parte”, ma anche che “nessuna Parte può mantenere, introdurre o reintrodurre altre misure di effetto equivalente su un prodotto agricolo esportato o incorporato in un prodotto esportato nel territorio dell’altra Parte, a meno che tali misure di effetto equivalente non soddisfino i termini e le condizioni determinate negli accordi e nelle decisioni della Wto o in qualsiasi altro impegno o decisione dalla Wto in relazione a tali misure”,limitando così fortemente lo spazio d’intervento nazionale in agricolturaxxxiii.

Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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3. Ilprincipiodiprecauzione

Il trattato con il Messico è esemplare dell’indebolimento che la Commissione europea perpetra con i negoziati commerciali al principio di precauzione, a solo vantaggio della riduzione dei costi e dei controlli. Nel capitolo sulle Misure Sanitarie e Fitosanitarie le due parti in premessa dichiarano, come Usa e Ue nel TTIP, “che le misure sanitarie e fitosanitarie attuate dalle parti non creano ostacoli inutili al commercio”xxxive all’art. 2 vincolano i loro obblighi ai limiti (molto blandi) posti dalla Wto.In generale, “riconosconol’importanza di garantire che le rispettive misure sanitarie e fitosanitarie siano basate su principi scientifici e conformi alle pertinenti norme internazionali, linee guida e raccomandazioni”.

Nei casi in cui le prove scientifiche risultino insufficienti a fronte degli interessi commerciali, le misure SPS possono essere adottate solo in via provvisoria “e devono essere ottenute ulteriori informazioni per la valutazione del rischio entro un ragionevole periodo di tempo”. Il capitolo SPS non fa riferimento al principio di precauzione. Ogni volta che le parti vorranno proporre “importanti misure normative”, infine, dovranno far sì “che le proprie autorità di regolamentazione pertinenti, coerentemente con le proprie norme e procedure, effettuino valutazioni dell’impatto della regolamentazione (RIA)” e le notifichino all’altra Parte per commenti, con grave pregiudizio della sovranità nazionale e dell’Unionexxxv.

Le misure SPS che possono essere adottate in casi urgenti (misure d’emergenza) devono essere assunte solo “provvisoriamente”, su “gravi motivi” e se “necessarie per la protezione di persone, animali o piantesalute”. In effetti, l’unica citazione del principio di precauzione appare nel capitolo su “Coerenza normativa”, che non è né esecutivo, né sostenuto da sanzioni. Inoltre, ne viene utilizzata solo una formulazione parziale e molto debole.

Eppure sarebbe bene che mantenessimo una certa cogenza nell’efficacia del principio di precauzione. Se i limiti che il trattato pone, ad esempio, ai residui minimi di pesticidi ammissibili negli alimenti sono allineati a quelli promossi dal Codex Alimentarius, risultano meno stringenti di quelli rispettati in Europa visto che diversi prodotti chimici agricoli disponibili in Messico sono stati vietati nell’Ue.In Messico la società Bayer (oggi Bayer-Monsanto) vende due insetticidi, Semevin 350 (usato su mais, sorgo, soia e cotone) e Poncho Super (su mais e sorgo)xxxvi, che contengono il principio attivo tiodicarb, vietato in Europa dal 2007xxxviinon solo perché sospettato di provocare il cancro, ma anche molto pericoloso per le apixxxviii.

4. Losvilupposostenibile

La valutazione d’impatto commissionata dall’Ue sul trattato non si è ancora conclusa, ma dal secondo rapporto preliminarexxxix emergono alcune notizie interessanti. Innanzitutto che, nonostante l’apertura decisa al commercio operata dal Messico negli ultimi trent’anni, “mentre il quintile più povero della popolazione messicana ha gradualmente aumentato la sua quota di reddito nazionale, la struttura del reddito del Messico è rimasta in gran parte invariata, con il quintile più ricco che cattura ancora oltre la metà del reddito totale del Paese”xl. Si stima che l’occupazione informale rappresenti quasi il 60% del mercato del lavoro messicano, con conseguenze negative in tutti i settori dell’economia, e che il trattato non cambierebbe in nulla questa condizione. Il Messico ha anche ratificato sette delle otto convenzioni fondamentali dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) sui diritti dei lavoratori, la convenzione che protegge il diritto di organizzarsi e partecipare alla contrattazione (ILO n. 98), che inficia la capacità dell’Ue di utilizzare l’accordo commerciale per promuovere i diritti dei lavoratori.

Per quello che riguarda i diritti umani, di genere e degli indigeni, uno studio commissionato dal Parlamentoeuropeo ha chiarito che “La clausola sulla democrazia nell’accordo globale Ue-Messico e, per estensione, l’accordo di libero scambio Ue-Messico, richiedono il rispetto dei diritti umani fondamentali. Se questi vengono violati, può essere invocata una clausola sanzionatoria. Le violazioni dei diritti umani, ampiamente diffuse in Messico, sono affrontate attraverso il meccanismo del ‘dialogo politico’. Visto che l’accordo, oltre

Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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a questi meccanismi volontari, comprende articoli di cooperazione sulla politica sociale, i cui risultati non sono vincolanti,è difficile stabilire un nesso chiaro tra i potenziali effetti delle clausole relative ai diritti umani nell’Accordo globale sulla situazione dei diritti umani in Messico”xli.

5. Shopping europeo dei servizi pubblici messicani

Nonostante la difficoltà riscontrata di valutare l’impatto dell’accordo sui diritti umani dei due Paesi, il Messico ha riconfermato l’apertura alle imprese europee di alcune importanti centrali di appalti pubblici come l’Istituto Messicano di Previdenza Sociale (IMSS), l’Istituto statale per la sicurezza sociale e i servizi sociali (ISSSTE) e le due maggiori entità energetiche: la Commissione Federale dell’Elettricità (CFE) e PEMEX (Petróleos Mexicanos). Da parte sua, l’Ue ha offerto un accesso reciproco per i fornitori messicani al mercato europeo degli appalti, compreso il mercato delle utilities.

Con la firma dell’accordo, il Messico si è inoltre impegnato ad avviare negoziati con gli Stati messicani per aprire agli offerenti dell’Ue l’accesso agli appalti pubblici di alcuni di loro. Un altro impegno prevede di raggiungere una copertura minima di enti pubblici per gli Stati che aprono l’accesso agli offerenti dell’Ue. È la prima volta che il Messico apre gli appalti pubblici a livello statale in un accordo commerciale.

Il 25 gennaio del 2018 è stato declassificato il mandato negozialexlii che i Paesi dell’Ue hanno attribuito alla Commissione nel novembre 2017 per trattare un accordo di libero scambio con il Cile, che nel 2003 è stato il primo paese dell’America latina a concludere un accordo di associazione con l’Unione. Il commercio tra le due parti dal 2003 al 2016 è raddoppiato e ora ammonta a 15,9 miliardi di euro. L’Ue è il terzo partner commerciale del Cile e rappresenta il 15% del suo commercio estero. L’Unione europea è anche il principale investitore straniero nel paese, responsabile di un terzo degli investimenti. I flussi di investimento sono raddoppiati nei primi dieci anni dell’accordo. Secondo Eurostat, nel 2016 il valore totale delle merci esportate dall’Unione verso il Cile ammontava a oltre 8,6 miliardi di euro (principalmente prodotti industriali come macchinari e attrezzature di trasporto e manifatturieri, mentre il valore totale delle merci esportate dal Cile verso l’UE ammonta a 7,4 miliardi di euro (principalmente prodotti agricoli, rame e altri metalli nonché prodotti industriali come cibo, vino e cellulosa).

Secondo il testo del mandato, “Un accordo aggiornato dovrebbe prevedere il massimo livello possibile diliberalizzazione in materia di scambi di merci, servizi, investimenti e accesso agli appalti pubblici. Va garantito un livello elevato di tutela e applicazione dei diritti di proprietà intellettuale, anche per quanto riguarda le indicazioni geografiche. Si dovrebbe inoltre ampliare il campo di applicazione delle attuali disposizioni sul commercio includendo gli ostacoli non tariffari e gli altri aspetti normativi e basati sulle regole. Un accordo aggiornato dovrebbe garantire il diritto delle Parti di perseguire gli obiettivi legittimi di politica pubblica in tutti gli ambiti pertinenti. L’accordo dovrebbe inoltre tener conto di altre questioni qualiil commercio e lo sviluppo sostenibile, il commercio e le questioni di genere, il commercio e le PMI”xliii.

Uno specifico accento viene posto in questo mandato “nel contesto della sempre maggiore digitalizzazione del commercio”, sul fatto che “dai negoziati dovrebbero scaturire norme sul commercio elettronico e sui flussi di dati transfrontalieri, sui servizi di fiducia e di autenticazione, sulle comunicazioni di commercializzazione diretta non richieste e su obblighi non giustificati di localizzazione dei dati, senza che le negoziazioni includano o interessino le norme Ue di tutela dei dati personali”xliv. Argomento ‘caldo’ anche

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EU-CILE

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in ambito Wto, dove c’è un forte scontro tra Paesi provider di servizi informatici come gli Usa (ma anchel’India)per ‘ammorbidire’ le disposizioni di protezione dei dati personali e della privacy promossi in Europa.

Non c’è, inoltre, alcun dubbio che il trattato debba includere un capitolo per la protezione di investitori einvestimenti che preveda un arbitrato ISDS/ICS sul calco del CETA.

Per quanto riguarda le indicazioni geografiche, “partendo dal livello di tutela delle indicazioni di vini ebevande spiritose già previsto nell’accordo attuale, l’accordo aggiornato – specifica il mandato – dovrebbe offrire una tutela diretta mediante un elenco di indicazioni geografiche di prodotti agricoli/alimentari, conun livello elevato di protezione ispirato all’articolo 23 del TRIPS (anche contro l’evocazione), un controllo rafforzato dell’applicazione, eccezioni ai diritti conferiti ai marchi (coesistenza) e la possibilità di aggiungere nuove indicazioni geografiche”, si precisa probabilmente facendo tesoro delle problematicità delle listepresenti in tutti gli altri trattati lanciati in precedenza. Viene affidata alla Commissione anche la possibilità“di trattare le questioni riguardanti diritti individuali preesistenti, ad esempio connessi a varietà vegetali, marchi e usi precedenti generici o altrimenti legittimi”.

1. Lavalutazioned’impattoeuropeasull’accordo

Ad aprile 2016 la Commissione ha cominciato a stendere una valutazione d’impatto del precedente accordotra Europa e Cile indicando le principali possibilità individuate per un suo eventuale aggiornamentoxlv. Almomento non esiste alcuna valutazione complessiva dell’accordo, ma solo alcune indicazioni di massima“che potrebbero verificarsi” a giudizio della Commissione, e che vertono, senza base numerica a confortarli,sugli assunti che l’economia classica applica all’apertura commerciale tariffaria e non tariffaria. Gli “impattisociali probabili” indicati nel documento sono legati al fatto che “l’iniziativa, facilitando le attivitàcommerciali e di investimento, mira a contribuire all’occupazione e alla crescita – e quindi si prevede un impatto positivo sulla creazione di posti di lavoro che, a sua volta, avrebbe un impatto sociale positivo sia in Cile che nell’Ue. Disposizioni appropriate possono approfondire la cooperazione in questo settore e possono migliorare l’effettiva attuazione da parte delle parti delle convenzioni internazionali sul lavoro. Un accordo modernizzato in modo globale e ambizioso avrà probabilmente maggiori impatti positivi suibenefici del welfare”. Rispetto ai possibili effetti ambientali si spiega, invece, che “l’atteso aumentodell’attività economica potrebbe portare a conseguenze ambientali negative. Tuttavia, le opportunità presenti in un accordo più ampio per promuovere il trasferimento di tecnologie, tecniche e know-how rispettosi dell’ambiente, per lo sviluppo delle energie rinnovabili e un aumento degli scambi di servizi ambientali potrebbero portare a impatti ambientali positivi. Il livello dei quadri normativi ambientali nell’Ue e in Cile è comparabile. In ogni caso, la riduzione degli standard ambientali sarà fuori questione. Disposizioni appropriate possono approfondire la cooperazione in questo settore”xlvi.

La portata e l’orientamento dei potenziali impatti sociali e ambientali collegati alle varie opzioni politiche inesame, annuncia la Commissione, “saranno ulteriormente analizzati nella valutazione d’impatto”, chetuttavia non è stata ancora nemmeno affidata.

2. IlParlamentocilenoelevalutazionid’impatto

Le preoccupazioni della società civile europea e cilena sono molto elevate rispetto alla struttura del trattato, che ripropone a una lettura delle carte ancora coperte da segreto negoziale quanto già visto negli altri FTAs attualmente in discussione. Uno dei problemi più dibattuti dalla società civile delle due parti “è lamancanza di studi che dimostrino chi siano i veri beneficiari degli accordi commerciali firmati dal Cile”, hadenunciato di recente Lucía Sepúlveda, membro della Piattaforma per il Chile Sin TLC (Cile senza accordi di libero scambio – ALS), sottolineando che nell’esperienza nazionale questi trattati avvantaggiano solo ilcapitale privato che asservisce i diritti sociali. “Abbiamo bisogno di valutazioni esaustive di ciò che è già

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successo, degli oltre venti trattati che il Cile ha in vigore,dicono i parlamentari che intendono approvare semplici trattati innocui, ma essi finiscono per occuparsi solo di questioni normative in aree economiche chiave che favoriscono gli investitori, e senza reali progressi verso una politica commerciale più equa e verso la promozione dei diritti sociali”, ha aggiuntoxlvii.

L’8 agosto 2018 la Camera dei Deputati cilena ha approvato la richiesta che il Governo debba esaminare dettagliatamente ogni trattato firmato dal Cile, nonché accordi futuri. “Questo riflette la posizione delle organizzazioni sociali contro gli accordi commerciali che non avvantaggiano i cittadini. Sono essenziali studi dettagliati per accettare o rifiutare un trattato. Il Cile ha 26 accordi di libero scambio e le sue terribili conseguenze sono andate fuori controllo”, ha spiegato Lucio Cuenca, membro dell’Osservatorio latinoamericano dei conflitti ambientalixlviii.

3. Il primo trattato Ue con un capitolo su donne e commercio

Seguendo l’esempio del Cile nel suo accordo commerciale con il Canada, questa sarà la prima volta che l’Unione europea includerà in un accordo disposizioni specifiche volte a promuovere il ruolo chiave delle donne nel commercio. L’iniziativa è stata presa dopo che il Parlamento europeo ha approvato un report su“Gender and trade” (relatrice la parlamentare l’italiana del Gue, Eleonora Forenza) che chiedeva, tra l’altro, alla Commissione come iniziativa di mainstreaming femminile proprio l’inserimento di un capitolo specificonei prossimi FTAs europei per la massimizzazione della partecipazione delle donne al commercioxlix. L’accoglimento della richiesta è stato salutato con interesse e approfondito dalla piattaforma di associazioniche si occupano di supporto alla partecipazione femminile all’interno della rete europea Concord, coordinate dall’ong Wide+. Nel report Womens’ rights and trade le organizzazioni, infatti, spiegano che“questa non dovrebbe essere l’unica o la principale misura: l’uguaglianza di genere e i diritti delle donnedovrebbero essere integrati in tutto l’accordo, comprese le sue disposizioni sugli investimenti. È davvero vitale che questo crescente riconoscimento del legame tra commercio e diritti delle donne si trasformi in azioni significative e in accordi complessivamente giusti in un’ottica di genere”l.

Le trattative per l’accordo di liberalizzazione commerciale Ue-Vietnam (EVFTA) sono iniziate a giugno 2012. Nel 2007 la Commissione europea aveva originariamente ricevuto il mandato di negoziare un trattato regionale tra l’Unione e tutti i dieci paesi dell’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (ASEAN), ma a causa delle difficoltà incontrate nel 2009 la Commissione decise di concentrarsi sulla negoziazione di accordi bilaterali con i singoli paesi, tra cui il Vietnam.

Il negoziato si è concluso l’1 febbraio 2016, dopo quattordici cicli di trattative tenutisi in poco più di tre anni: un tempo insolitamente breve per la conclusione un accordo simile. Il negoziato è stato tra i meno trasparenti: il suo mandato non è stato reso pubblico, la sua preparazione non ha previsto il coinvolgimento dei Parlamenti degli Stati membri né della società civile,né sono stati resi pubblici in alcun modo i documenti scambiati durante la trattativa. Si tratta di un accordo di nuova generazione, comprendente alcune tematiche relative al commercio e altre relative agli investimenti e alle regole, sul modello del CETA. Dovrà essere pertanto ratificato dagli Stati membri oltre che dal Parlamento europeo. La Commissione europea mira a sottoporlo al voto dell’Eurocamera entro il 2018, al massimo entro la legislatura corrente, eppure del testo si sa poco o nulla anche a livello parlamentare.

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EU-VIETNAM (EVFTA)

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Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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Da dicembre 2017 si vocifera a Bruxelles che l’accordo potrebbe essere ristrutturato per escludere la parterelativa agli investimenti, sottraendolo, così, allo scrutinio nazionale, ma al momento nulla di tutto questo è ancora accadutoli. A fine luglio il presidente della Commissione per il commercio internazionale del Parlamento europeo, Bernd Lange, ha rivelato che l’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e il Vietnam dovrebbe essere firmato in occasione del vertice della riunione Asia-Europa (ASEM) che si terrà tra ottobre e novembre di quest’anno. Lange ha riferito che l’accordo di libero scambio è stato perfezionato dopo una serie di sforzi per risolvere problemi tecnici, è pronto per essere tradotto nelle 24 lingue ufficiali dell’Ue e inviato ai 28 Paesi membri. Per quanto riguarda la ratifica, Lange ha confermato l’auspicio che ilParlamento lo voti nell’ambito di questo mandato, tra marzo e aprile 2019lii.

1. Dazi, tariffe e il caso del riso

Mentre ancora l’Italia non ha chiaro cosa ne sarà del suo settore risicolo, questo trattato rischia di suonarela marcia funebre sull’intera produzione europea. L’Europa liberalizzerà totalmente il 71% delle sueimportazioni dal Vietnam dal primo giorno dell’entrata in vigore provvisoria del trattato e il 99% dopo setteanni. In cambio riceverà un 65% del proprio export a dazio zero e quota zero dal primo giorno, e il rimanente dopo 10 anni. Sul riso e sui prodotti agricoli si è giocata la maggior parte delle concessioni fattedall’Europa in termini di contingenti tariffari esenti da dazi: entreranno in più 30.000 tonnellate di risolavorato; 20.000 tonnellate di riso semigreggio (in peso del prodotto, pari a 13.800 t di equivalente macinato); per il riso spezzato, riduzione della tariffa del 50% all’entrata in vigore e quindi riduzione lineare in 5 anni; 30.000 tonnellate di riso profumato.

Altri prodotti vietnamiti che hanno beneficiato di un migliore accesso al mercato europeo attraverso contingenti tariffari esenti da dazi comprendono mais dolce (quota di 5.000 tonnellate e liberalizzazione per baby mais), aglio (quota di 400 tonnellate), funghi (quota di 350 tonnellate), zucchero in quota combinata tra le diverse tipologie(quota combinata di 20.000 tonnellate), amido di manioca (quota di 30.000 tonnellate), surimi (quota di 500 tonnellate) e tonno in scatola (quota di 11.500 tonnellate e rispetto delle norme di origine dell’Ue, liberalizzazione del tonno fresco/refrigerato).

In cambio del sacrificio agricolo, quasi tutte le esportazioni Ue di macchine e apparecchi saranno completamente liberalizzate all’entrata in vigore. Circa la metà delle esportazioni farmaceutiche sarà esentata da dazi immediatamente e il resto dopo sette anni. Tutte le esportazioni tessili dell’Ue saranno liberalizzate all’entrata in vigore. Le parti di automobili saranno esenti da dazi dopo sette anni. Le motociclette con motori superiori a 150 cc saranno liberalizzate a partire da sette anni, ad eccezione di quelle con motori di grandi dimensioni (> 3000cc per la benzina, > 2500cc per il diesel) che saranno liberalizzate un anno prima. Quasi il 70% delle esportazioni di prodotti chimici dell’Ue sarà esentato dall’entrata in vigore e dopo tre, cinque e sette anni. Un mercato del tutto virtuale perché il Vietnam è giàampiamente integrato nelle catene produttive globali e in virtù del TPP l’Europa si troverà a confrontarsisugli stessi articoli con altri grandi concorrenti.

2. Addio “Made in Italy”e indicazioni geografiche

Questa è la prima volta che un partner commerciale riconosce in un FTA come marchio di origine il “Made in the Eu” per prodotti non agricoli. Attraverso questo sistema in Vietnam vengono garantite tutte le facilitazioni commerciali ai prodotti che si allineano con i requisiti di “fabbricazione sostanziale” europea anche se questi sono meno restrittivi delle condizioni poste dai singoli Paesi membri per l’apposizione di unmarchio importante come quello del “Made in”. Chiaramente per il “Made in Italy” questo è un colpo non indifferente. Questa scelta, secondo la Commissione europea “consente ai produttori di riflettere la crescente integrazione del mercato dell’Ue, ad eccezione dei prodotti farmaceutici in cui esiste ancora una

Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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parte importante delle approvazioni nazionali”liii. I marchi di origine più tradizionali negli Stati membri continueranno, naturalmente, ad essere accettati, ma questa disposizione offre ai produttori “la scelta di utilizzare in modo più ampio il mercato interno dell’Ue senza obbligarli a stabilire sistemi specifici di differenziazione dei siti di produzione all’interno dell’Ue”. Insomma gli standard meno restrittivi dal puntodi vista della certificazione dell’origine di un prodotto non alimentare non costituiranno un titolo preferenziale o differenziato nell’accesso al mercato vietnamita. Un precedente da monitorare moltostrettamente in tutti i prossimi negoziati europei.

Il trattato EVFTA, nel capitolo relativo alle Indicazioni geografiche, protegge 171 prodotti agroalimentari aIndicazione geografica riconosciuta dall’Ue e 39 dal Vietnamliv. 38 sono le IG italiane riconosciute dal trattato: 17 sono i prodotti alimentari:

1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. 16. 17.

E21 gli alcolici:

  1. Grappa
  2. Acqui /

Aceto Balsamico di Modena Asiago *
Bresaola della Valtellina Fontina *

Gorgonzola *
Grana Padano
Kiwi Latina
Mela Alto Adige
Mortadella Bologna Mozzarella di Bufala Campana Parmigiano Reggiano Pecorino Romano

Prosciutto di Parma Prosciutto di S. Daniele Prosciutto Toscano Provolone

Taleggio

Brachetto d’Acqui

  1. Asti
  2. Barbaresco
  3. Bardolino Superiore
  4. Barolo
  5. Brunello di Montalcino
  6. Chianti
  7. Conegliano Valdobbiadene -Prosecco
  8. Prosecco
  9. Dolcetto d’Alba
  10. Franciacorta
  11. Lambrusco di Sorbara
  12. Lambrusco Grasparossa di Castelvetro
  13. Marsala
  14. Montepulciano d’Abruzzo
  15. Sicilia
  16. Soave

Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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19. Toscana/Toscano
20. Veneto
21. Vino Nobile di Montepulciano

Sono inevitabili delle considerazioni generali su una così circoscritta protezione in un Paese che aderisce non solo al mercato unico asiatico ASEAN, ma al più ampio mercato liberalizzato dal Trattato Trans-Pacifico che include diretti competitori dei prodotti italiani (Il TPP coinvolge Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, e Vietnam).Si prevede, inoltre, che non ci sia alcuna protezione delle parole “Mozzarella”, “Pecorino” e “Provolone” al di fuori delle indicazioni geografiche specificate. Il trattato non impedisce, per di più, a nessuno di registrare in Vietnam un marchiocontenente la parola “parmesan” basta che esso non copi direttamente il Parmigiano reggiano.

La protezione delle indicazioni geografiche “Asiago”, “Fontina” e “Gorgonzola” non impedisce, infine, l’uso nel territorio del Vietnam di alcuna fra queste da parte di qualsiasi persona, compresi i suoi successori, che in buona fede abbiano registrato un marchio di formaggio che includa questa parola prima del 1 gennaio 2017. Praticamente un salvacondotto per tutti i prodotti registrati anche a trattative già in corso e un “via libera” a tutte le copie dei più famosi prodotti italiani che attraversano il Vietnam grazie al TPP.

3. Serviziessenzialiedirittidelleimprese:largoall’ISDS/ICS

Per diretta ammissione della Commissione europea, il Vietnam, faccia a faccia con l’Ue, ha aperto molto di più il suo mercato dei servizi di quanto non abbia fatto in ambito Wtolv. Il Paese, infatti, permetterà alle imprese europee di operare più facilmente negli appalti pubblici e privati di settori molto sensibili per la qualità della vita e i diritti essenziali dei suoi cittadini come i servizi di pulizia, compresa la disinfezione e la disinfestazione, la ricerca e sviluppo interdisciplinare e la fornitura di servizi infermieristici, di fisioterapia e del personale paramedico. Ciò si accompagna all’apertura, nell’ambito dei servizi assicurativi, di ampieconcessioni per le assicurazioni sanitarie.

4. Losvilupposostenibileeidirittiumani

La Commissione europea ha incluso una breve valutazione d’impatto dell’EVFTA in allegato al documento diposizione sulla valutazione dell’impatto sulla sostenibilità (SIA) condotta per l’accordo di libero scambio originariamente pianificato tra l’UE e l’ASEAN. Tuttavia, per EVFTA non è stata condotta alcuna valutazionedell’impatto sui diritti umani. Una denuncia presentata dalla società civile all’Ombudsman europeo relativaal rifiuto della Commissione di effettuare una valutazione di questo tipo non ha avuto alcun effetto.L’Ombusdman, infatti, ha raccomandato la realizzazione di una valutazione d’impatto sui diritti umani, ma èrimasto inascoltato perché la Commissione aveva già concluso i negoziati con il Vietnam nel momento dellapubblicazione della decisione. L’Ombudsman, a quel punto, ha potuto solo concludere che l’approccio dellaCommissione costituiva un caso di cattiva amministrazione ma senza che questa constatazione sortisse alcun effetto praticolvi.

Che un focus sui diritti umani fosse particolarmente necessario nel caso del Vietnam lo dimostra il fatto che un cartello importante di organizzazioni vietnamite che lottano per la difesa dei diritti umani ha di recente chiesto al Consiglio e al Parlamento europeo, in una lettera aperta, di non ratificare l’accordolvii. Sidenuncia, infatti che “nell’ultimo anno, le autorità vietnamite hanno arrestato arbitrariamente decine diattivisti e blogger. Nel mese di aprile 2018, le autorità vietnamite hanno condotto cinque processi politici e condannato dieci difensori dei diritti umani fino a 15 anni di carcere per aver esercitato pacificamente idiritti alla libertà di espressione e di associazione. “In prigione, torture e maltrattamenti vengonoabitualmente utilizzati per estorcere confessioni e costringere i detenuti a dichiararsi colpevoli. Non è

Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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inusuale che i funzionari della prigione neghino agli attivisti detenuti cure mediche appropriate”, denunciala lettera. Il Servizio europeo per l’azione esterna ha condannato il 5 aprile 2018 l’arresto e la condanna diNguyen Van Dai, Le Thu Ha, Pham Van Troi, Nguyen Trung Ton, Nguyen Bac Truyen e Truong Minh Duc, affermando che “hanno pacificamente sostenuto la promozione e la protezione dei diritti umani garantiti dalla Costituzione vietnamita, dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e dal Patto internazionale sui diritti civili e politici. Le loro condanne sono in violazione diretta di questi accordi internazionali, che il Vietnam stesso ha sottoscritto e di cui l’Unione europea si aspetta il pieno rispetto”. La Repubblica socialista del Vietnam, dal canto suo, secondo quanto denunciano le associazioni, “ha intensificato larepressione e continua a punire la difesa pacifica, la libertà di informare e la libertà di espressione con ladetenzione arbitraria, processi iniqui e lunghe reclusioni”.

I negoziati per un accordo di libero scambio tra l’UE e l’Indonesia sono stati avviati a luglio 2016. Finora sono stati effettuati cinque cicli di colloqui, e la Commissione sta cercando di portare a casa entro la legislatura corrente un accordo commerciale di libero scambio identico a quello Ue-Vietnam. Entrambi gli accordi sono visti dall’Unione come elementi costitutivi di un futuro accordo di libero scambio con l’ASEAN.

L’Indonesia è la più grande economia dell’ASEAN e ha un mercato più grande del Canada. L’Ue è il quarto partner commerciale dell’Indonesia, mentre quest’ultima è al 30° posto tra i partner europei. Il Paese, al momento, come molti Paesi in via di sviluppo beneficia del cosiddetto sistema di preferenze generalizzate (GPS), che prevede riduzioni tariffarie per il 30% di ciò che esporta in Europa senza dover garantire reciprocità. Anche se resta un Paese molto povero e climaticamente compromesso, l’Europa spinge perché si apra totalmente all’export Ue, anche se questo potrebbe compromettere molti settori chiave per il suo sviluppo.

1. Corporationscontrosvilupposostenibile

Nel 2009 è stato istituito un “Gruppo di visione” Ue-Indonesia per esplorare come rafforzare le relazioni commerciali e di investimento tra i Paesi. Le organizzazioni imprenditoriali di entrambe le parti sono state fortemente coinvolte in questo Vision Group, e le 14raccomandazioni risultanti, presentate nel 2011, riflettono chiaramente gli interessi delle multinazionalilviii.

Il Vision Group raccomanda una ricetta standard di ampia liberalizzazione nelle aree di beni, servizi e investimenti, oltre a forti impegni in materia di diritti di proprietà intellettuale. Per le merci, si raccomanda un passaggio a dazi zero per il 95% di tutte le linee tariffarie; e nei servizi, di propone di spingere la liberalizzazione al di là di quanto concordato in ambito Organizzazione mondiale del commercio, concedendo agli operatori stranieri una ancor maggiore libertà di investimento. L’Ue vorrebbe utilizzare l’Indonesia come piattaforma di produzione e distribuzione per raggiungere la più ampia comunità economica dell’ASEAN. Per questo per l’Europa richiesta chiave è quella di aumentare la libertà di investire in Indonesia, costi quel che costi.

In particolare l’obiettivo è l’abolizione di tutte le attuali restrizioni, che includono limiti alla proprietà straniera in Indonesia. L’Ue vuole abbattere anche i requisiti di contenuto locale per gli investitori stranieri, che fanno parte delle strategie di sviluppo del Paese. Gli ultimi documenti scambiati tra le due partiprefigurano un trattato che, oltre a facilitare l’attuale commercio di merci tra i due blocchi a livello di

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EU-INDONESIA,

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Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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dogane e regolamenti tecnici, affronti e potenzi la presenza europea nel commercio di servizi e investimenti, gli appalti pubblici, i diritti di proprietà intellettuale, prevedendo altri appositi capitoli su politica della concorrenza, trasparenza dei regolamenti, risoluzione delle controversie e sviluppo sostenibile.

2. Comemetteresottopressioneil“campioneanti-ISDS”

Nel 2014, l’Indonesia ha annunciato l’intenzione di chiudere tutti i suoi 60 e più accordi bilaterali di protezione degli investimenti (BIT), perché ha valutato che i meccanismi di risoluzione delle controversie (ISDS) in essi contenuti abbiano fortemente limitato le sue possibilità di sviluppo. Il Paese si è messo, dunque, alla testa di un gruppo di importanti Paesi in via di sviluppo come India e Sud Africa, che stanno lottando per fare la stessa scelta. L’Indonesia ha denunciato anche l’Italia per un BIT scaduto nel 2015 ma la cui vigenza (sunsetclause) si estenderà fino al 2025lix.Il trattato di libero scambio negoziato con l’Ue,tuttavia, rischia di legarle ancora una volta le mani e con un’invadenza e una forza di liberalizzazione chenessun accordo precedente ha mai avuto nei confronti del mercato interno indonesiano.

Non turbata dalle recenti azioni dell’Indonesia, la Germania preme infatti perché la Commissione spunti un capitolo sugli investimenti simile a quello dell’accordo negoziato tra l’Ue e il Messico. Ciò significa che includerebbe un capitolo sulla risoluzione delle controversie con disposizioni ISDS basate sul modello ICS del CETA. A lungo termine, un Tribunale multilaterale per gli investimenti potrebbe sostituire le disposizioni sulla risoluzione delle controversie (come si prevede negli accordi con Singapore e Vietnam). Apparentemente, l’Indonesia ha detto di essere pronta a negoziare sulla base di una proposta europea.

L’agenda dell’Ue sembra mirare – nonostante tutto – ad un’ampia liberalizzazione e alla deregolamentazione, in particolare in relazione al commercio e agli investimenti nei servizi. L’ISDS/ICS, purnella forma di accordo autonomo come presentato nel trattato Eu-Singapore, è formulato in modo così ampio e aperto che quasi ogni tipo di regolamento governativo può essere messo sotto accusa come un’espropriazione indiretta o come violazione di un trattamento giusto ed equo, per le quali è possibile chiedere un risarcimento. Per evitare sentenze finanziariamente devastanti, gli Stati come l’Indonesiapossono facilmente essere “persuasi” a annacquare o accantonare una proposta di regolamento che potrebbe dispiacere agli investitori stranieri. Un fenomeno noto come “raffreddamento normativo”.

3. Ilmercatoagroalimentareeilcasodell’oliodipalma

La Commissione europea, sotto la pressione dell’industria agroalimentare, ha manifestato un forte interesse per la riduzione dei dazi all’importazione dei prodotti indonesiani in Ue. Nel settore, l’obiettivo è l’eliminazione totale. La Germania, tuttavia, vuole mantenere restrizioni all’import di pollame, zucchero e etanolo, che sono materie prime sensibili per il mercato tedesco. Sempre nel settore agricolo, Berlino vorrebbe eliminare i dazi per carne bovina, suino, sottoprodotti della carne, latte, latticini, luppolo e birra di malto. Negli ultimi cinque anni il commercio di prodotti animali tra l’Ue e l’Indonesia è raddoppiato e molto probabilmente continuerà ad crescere, motivo per cui l’Europa vorrebbe sbarazzarsi delle barriere che hanno protetto i più deboli mercati indonesiani fino ad oggi. L’Indonesia – rara eccezione nei Paesi asiatici –ha un proprio sistema di standardizzazione e valutazione della qualità particolarmente severo per i prodotti agricoli. Il Governo tedesco, anche in questo caso, ha espresso il sospetto che le severe leggi halal siano state introdotte come ostacoli alle importazionilx.

Una delle questioni più importanti dei negoziati Ue-Indonesia riguarda il trattamento delle importazioni di olio di palma dal paese del sud-est asiatico. Alla fine del 2014 l’Europa ha iniziato a richiedere che l’olio di palma fosse elencato come ingrediente sulle etichette alimentari. L’Indonesia è il più grande produttore ed esportatore mondiale di olio di palma, seguito dalla Malesia. Insieme, i due paesi coprono quasi il 90% della

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Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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produzione globale. Circa il 10% delle esportazioni di olio di palma dell’Indonesia è destinato all’Ue. Tuttavia, la combustione di torbiere per far posto a nuove piantagioni di olio di palma rilascia enormi quantità di anidride carbonica, e fa sì che l’Indonesia sia il terzo più grande produttore di gas serra del mondolxi.Tra le due parti negoziali, nonché all’interno dell’Unione, sono attualmente in corso serrati dibattiti sull’inclusione di criteri volti a garantire che solo l’olio di palma proveniente da una produzione “sostenibile” possa essere immesso sul mercato europeo.

Tuttavia, il Parlamento europeo è stato molto critico nei confronti di questi approcci nella sua risoluzionedell’aprile 2017, in cui concludeva che nessuno dei sistemi di certificazione riconosciuti vietavaeffettivamente ai propri membri di trasformare foreste pluviali o torbiere in piantagioni di palme. In tale contesto, il Parlamento ha invitato la Commissione a “garantire che vengano effettuati audit e monitoraggio indipendenti di tali programmi di certificazione”. Con dispiacere del governo indonesiano, il Parlamento europeo ha anche chiesto che entro il 2020 l’Ue termini gradualmente l’uso di tutti gli oli vegetali che provocano la deforestazione. Inoltre, il Parlamento ha insistito sul fatto che i capitoli sullo Sviluppo sostenibile e il commercio degli accordi di libero scambio europei comprendano impegni vincolanti volti a prevenire la deforestazione, insieme a “una garanzia anti-deforestazione”lxii.

Alla fine del settembre 2017 Paesi Bassi, Francia, Danimarca e Regno Unito hanno presentato un “non paper” con le proprie raccomandazioni su come trattare le materie prime agricole nell’accordo di libero scambio con l’Indonesialxiii. In questo documento, i Paesi formulano quattro proposte per la stesura del capitolo sullo Sviluppo sostenibile e il commercio. Nel frattempo, l’Indonesia ha chiesto concessioni di accesso al mercato dall’Ue per compensare i più stringenti requisiti di sostenibilità che la Commissione sembra poco incline a concedere, nonostante la particolare situazionelxiv.

4. Principio di precauzione e abbattimento delle regole

Come nell’accordo di libero scambio Ue-Vietnam, il modo in cui il principio di precauzione è incorporato nelle proposte negoziali con l’Indonesia rappresenta un passo indietro rispetto alle (già inadeguate) disposizioni del CETA. Nei testi proposti per gli accordi di libero scambio con il Vietnam e l’Indonesia, il principio di precauzione viene menzionato solo una volta, e entrambe le disposizioni utilizzano – a quanto pare – la stessa formulazione.

L’Unione vorrebbe, inoltre, incorporare alcune clausole abbastanza discutibili nel cosiddetto capitolo SPS (Misure sanitarie e fitosanitarie) applicabili a prodotti alimentari, cosmetici, prodotti chimici e pesticidi. Ad esempio, ha proposto che “ciascuna Parte garantisca che le procedure amministrative relative ai requisiti di importazione in materia di sicurezza alimentare, salute degli animali e salute delle piante non siano più onerose o restrittive del necessario per dare alla parte importatrice un’adeguata certezza che tali requisiti siano soddisfatti. Queste procedure amministrative devono essere stabilite con l’obiettivo di minimizzare gli effetti negativi sugli scambi e di semplificare e accelerare il processo di sdoganamento rispettando irequisiti delle parti importatrici”. Sappiamo come l’uso del termine ‘semplificare’ troppo spesso in questi ambiti rappresenti un indicatore ben noto per lo smantellamento delle normativelxv.

Nella sezione “equivalenza”lxvi, il testo proposto dall’Ue prevede la possibilità di riconoscere l’equivalenza delle misure SPS della Parte esportatrice. Questo approccio potrebbe portare alla riduzione degli standard e delle misure protettive, perché. c’è il rischio che il riconoscimento reciproco delle norme possa essere usato come una scappatoia per aggirare le norme sulla protezione dell’ambiente e dei consumatori, considerate restrittive per il commercio.

Una volta che i prodotti o i processi sono stati riconosciuti come equivalenti, è praticamente impossibile per una delle parti apportare modifiche. Di conseguenza, gli standard alimentari potrebbero essere congelati a un livello basso.

Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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5. Svilupposostenibileedirittiumani

Attualmente, la clausola sui diritti umani contenuta nell’accordo quadro del 2014 sulla cooperazione si applica alle relazioni anche commerciali dell’Europa con l’Indonesialxvii. Non è ancora chiaro se e in che modo l’FTA attualmente in negoziato ne conterrà una. Le piantagioni di olio di palma in espansione noncausano ‘soltanto’ numerosi conflitti sui diritti della terra con le comunità indigene, ma sono ancheoccasione di gravi violazioni del diritto del lavoro. Gli abusi documentati da organizzazioni che lottano per i diritti umani includono lavoro minorile, lavoro forzato, discriminazione ed esposizione a sostanze chimiche tossichelxviii.

Tuttavia, le discussioni che si sono svolte nel comitato di politica commerciale del Consiglio europeo sul capitolo del commercio e dello sviluppo sostenibile dell’accordo in Indonesia lasciano molto a desiderare. Ad esempio, solo la Germania ha presentato una proposta sulla possibilità di imporre sanzioni per violazioni dei rigorosi criteri di sostenibilità dell’olio di palma (cfr. Sezione 4.4). La proposta tedesca si riferiva esplicitamente alla prevenzione delle violazioni dei diritti umani associate all’accaparramento della terra e alle condizioni di lavoro sfavorevolilxix. Sebbene la proposta rappresenti certamente un passo nella giusta direzione, una limitazione dei criteri dei diritti umani per l’industria dell’olio di palma sarebbe tuttavia insufficiente e insoddisfacente.

Il governo di Singapore negli ultimi dieci anni ha intrapreso un’intensa attività di liberalizzazione del propriomercato interno e di negoziazione di accordi di libero scambio,con l’intento di rafforzare il proprio ruolo di nodo commerciale del Sud-est asiatico. La Commissione europea ha preso la palla al balzo per proporre anche a Singapore uno dei suoi FTAs. Singapore e l’Ue hanno avviato i negoziati per l’accordo nel 2009 e li hanno conclusi nel 2014.

Nell’aprile di quest’anno, Bruxelles ha presentato i risultati delle trattative al Consiglio europeo. L’accordoEUSFTAlxx dev’essere ora firmato dalle due parti, approvato dal Consiglio e ratificato dal Parlamento europeo. La Commissione spera in una firma dell’EUSFTA al vertice Asia-Europa del 18-19 ottobre e in una ratifica al Parlamento europeo entro gennaio. Potrebbe essere il primo accordo che contiene un meccanismo di protezione degli investimenti (ICS/ISDS) ad essere votato nel Parlamento europeo dopo il CETA.

L’EUSFTA è stato il primo trattato bilaterale rispetto al quale la Corte europea di giustizia il 16 maggio 2017 si è pronunciatalxxi accogliendo in parte le conclusioni depositate nel merito dall’avvocato generale EleanorSharpstonlxxii. La Corte ha affermato che esso andava considerato come un accordo misto (cioè un accordo che l’Ue deve stipulare insieme agli Stati membri e farlo ratificare da ciascuno di essi), poiché includeval’ISDS/ICS, cioè disposizioni che incidono su materie di competenza condivisa. lxxiii

L’EUSFTA è anche il primo trattato che, per questa ragione, la Commissione ha deciso di dividere in due e far approvare per parti separate. Alla firma andranno così, da un lato tutto ciò che è di competenza della Commissione, cioè il cuore del trattato, dall’altro uno specifico accordo sulla risoluzione delle dispute tra Investitori e Stato. Questo sistema di “spacchettamento” rischia di essere ripetuto per tutti gli altri trattati in fase negoziale, che verranno “alleggeriti” del controverso capitolo sulla protezione degli investimenti, per non rischiare di l’opposizione dei Parlamenti nazionali.

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EU-SINGAPORE (EUSFTA)

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Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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1. Dazietariffe

L’UE è il maggiore investitore a Singapore e il suo secondo partner commerciale. Gli scambi bilaterali tra Ue e Singapore nel 2017 sono aumentati del 5,6% su base annua,raggiungendo i 98,4 miliardi di dollari, pari a poco più del 10% del commercio totale dello Stato asiaticolxxiv.Un terzo delle esportazioni europee a Singapore, per 11,2 miliardi di euro,riguarda i macchinari, (27% del totale), 4,6 miliardi valgono i minerali (14%), 4,2% le sostanze chimiche (13%), e poi mezzi e macchinari di trasporto (11%), apparecchi ottici e fotografici (5%), alimenti e bevande (1,7 miliardi di euro l’anno, 5% del totale esportato).

Singapore ha già gradualmente abbattuto, negli scorsi anni, gran parte delle sue barriere commerciali. Per questo il trattato non sarà di grande impatto per il nostro export. Il giorno in cui entrerà in vigore l’accordo commerciale, però, oltre l’80% di tutte le importazioni da Singapore entreranno in Europa esentasse. I dazi europei saranno rimossi entro tre o cinque anni per il restante 20%, a seconda della categoria di prodotto.

2. Labattagliasull’ISDSelaprotezionedegliinvestimenti

Il trattato con Singapore è stato, insieme al CETA, la palestra della Commissione europea per provare a introdurre in Europa un arbitrato simile a quello che gli Stati uniti hanno previsto nel NAFTAlxxv. Moltistudiosi, come l’opinione pubblica europea, hanno condannato questo tentativo come una versioneaddirittura peggiore di quanto previsto dall’accordo nordamericano, basata su privilegi speciali e sovvenzioni alle grandi imprese, con redditizi guadagni anche per i legali del settore, e che avrebbe esteso la sua influenza sulla maggior parte dell’economia mondiale. Attualmente esistono tredici trattati bilaterali di investimento che alcuni singoli Stati membri dell’Ue, tra cui Regno Unito, Francia e Germania, hanno stipulato con Singapore che prevedono un ISDS. La Commissione sperava di superarli tutti unificandoli con la nuova disposizione.

Quando la Corte europea di Giustizia ha deciso che gli investimenti erano di competenza strettamente nazionale, e che quindi ogni trattato che ne contenesse la salvaguardia avrebbe dovuto essere considerato“misto” e ratificato anche a livello nazionale (come il CETA), la Commissione ha pensato di salvaguardare tutto il resto del lavoro fatto fino a quel momento,separando il trattato di sua competenza esclusiva da un accordo specifico sulla protezione degli investimenti.

Su questa parte, che dovrà essere sottoposta all’attenzione di tutti i Governi dei Paesi membri, alcuni tra iprincipali esperti del settore avanzano molti dubbi. lxxvi

La Commissione europea ha affermato che “contiene tutti gli aspetti del nuovo approccio dell’Ue alla protezione degli investimenti e ai relativi meccanismi di applicazione”. In particolare, l’accordo incorpora un meccanismo di risoluzione delle controversie tipo Corte per gli investimenti (Investment Court System –ICS), con un Tribunale di primo grado e un tribunale d’appello, ciascuno dei quali sarà gestito da un gruppo permanente di incaricati. Tuttavia, diversamente dall’ICS contenuto nel CETA, eventuali contestazioni mosse contro i membri dell’ICS non saranno giudicate dal presidente della Corte internazionale di giustizia, ma trattate internamente (il presidente del Tribunale di primo grado è incaricato di raccogliere le contestazioni mosse ai membri del Tribunale d’appello, e il presidente del Tribunale d’appello giudica anche le contestazioni mosse contro i membri del Tribunale di primo grado). Nel testo si lascia inoltre aperta la porta a un futuro meccanismo multilaterale sugli investimenti con relativi arbitrati.

Un’altra caratteristica evidente del testo finale Ue-Singapore è che l’accordo prescrive scadenze più strette per determinate azioni rispetto al precedente ICS del CETA. Pertanto, gli investitori hanno meno tempo per iniziare le consultazioni su una potenziale violazione (30 mesi, anziché tre anni) o dopo la fine dei procedimenti di giustizia ordinaria (un anno, anziché due come previsto dal CETA). Anche i membri del Tribunale hanno ora solo 18 mesi per rilasciare una sentenza (il CETA prevede 24 mesi) e non viene lasciato

Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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loro alcun margine discrezionale per ripartire le spese nelle cause respinte per manifesta assenza di merito legale o infondate: i costi del vincitore devono essere interamente sostenuti dalla parte soccombente.

Il nuovo accordo è anche un po’ più favorevole alla mediazione, introducendo un meccanismo apposito(allegato 6)come prevede anche il trattato Eu-Vietnam.Tuttavia, è carente in fatto di trasparenza: esso regola, infatti,l’accesso del pubblico ai documenti e alle comunicazioni in conformità adun allegato che non menziona le regole UNCITRAL sulla trasparenza, pur prevedendo livelli analoghi di accessibilità. Una possibile concessione al minore entusiasmo di Singapore per tali regole, oltre al desiderio di non sentirsi entrambi stretti in maglie troppo consolidate.

A parte le specifiche obiezioni tecniche nella separazione della protezione degli investimenti da accordi commerciali complessi come gli FTAs, restano un paio di obiezioni politiche. La Commissione, pur di sottrarre simili trattati a un esame più attento e democratico negli Stati membri, vorrà davvero non proteggere i propri investitori da concorrenti agguerriti come l’Australia o la Nuova Zelanda, o dalla giustiziadi Paesi come Indonesia, Messico e India? Ma, ancor meglio: la Commissione si sente davvero così democraticamente comoda da poter compiere questa operazione senza ingenerare nei Paesi membri ancor più diffidenza e scetticismo rispetto alle politiche economiche e commerciali europee? Non sarebbe meglio,una volta per tutte, cogliere l’occasione dello stallo del CETA per aprire, con un occhio alle elezioni delprossimo giugno, una revisione partecipata e democratica delle proprie scelte strategiche?

3. Indicazionigeografiche

Singapore è il quinto più grande mercato di sbocco in Asia per le esportazioni di alimenti e bevande dell’Ue, con valori che arrivano a circa 2 miliardi di euro l’anno. Quindi la protezione in quel contesto dei nostri prodotti dovrebbe essere più forte, e invece, nonostante si sia messo in campo un negoziato così impegnativo, esse restano assolutamente tutelate sotto il minimo accettabile. Il trattato, come tutti i suoi analoghi, contiene una lista di 196 prodotti europei a Indicazione geografica la cui protezione verrà estesa anche a Singapore. 49 sono quelli italiani, 27 per quanto riguarda gli alimenti:

  1. Aceto balsamico Tradizionale di Modena
  2. Acetobalsamico di Modena
  3. Cotechino Modena
  4. Zampone Modena
  5. Bresaola della Valtellina
  6. Mortadella Bologna
  7. Prosciutto di Parma
  8. Prosciutto di S. Daniele
  9. Prosciutto Toscano
  10. Provolone Valpadana
  11. Taleggio
  12. Asiago
  13. Fontina
  14. Gorgonzola
  15. Grana Padano
  16. Mozzarella di Bufala Campana
  17. Parmigiano Reggiano
  18. Pecorino Romano
  19. Pecorino Sardo
  20. Pecorino Toscano

Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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21. Arancia Rossa di Sicilia
22. Cappero di Pantelleria
23. Kiwi Latina
24. Lenticchia di Castelluccio di Norcia 25. Mela Alto Adige / Südtirolerapfel 26. Pesca e nettarina di Romagna

27. Pomodoro di Pachino;

e 22 per quanto riguarda vini e alcolici: 28. Grappa

29. Chianti
30. Marsala
31. Asti
32. Barbaresco
33. Bardolino (superiore) 34. Barolo

35. Brachetto d’Acqui
36. Brunello di Montalcino
37. Vino nobile di Montepulciano
38. Bolgheri Sassicaia
39. Dolcetto d’Alba
40. Franciacorta
41. Lambrusco di Sorbara
42. Lambrusco Grasparossa di Castelvetro 43. Montepulciano d’Abruzzo
44. Soave
45. Campania
46. Sicilia
47. Toscano/a
48. Veneto
49. Conegliano Valdobbiadene – Proseccolxxvii

Al momento, però, a Singapore non c’è né registro né strumento alcuno che possa rendere questa lista minimamente osservata o legalmente obbligatoria. Al trattato, per questo, è stata allegata una lettera del 2013 del Ministero del commercio estero di Singaporelxxviii. Singapore si impegna nella lettera a creare un registro per i prodotti IG e a iscrivere con una certa celerità i prodotti che sono stati inseriti nella listadell’EUSFTA. Singapore potrà opporsi alla loro registrazione se dimostrerà che nel Paese sono considerati nomi generici. Il ministro dell’epoca si impegnava a un approfondimento sul Parmigiano Reggiano, considerato generico. Ma il testo del trattato è, se possibile, ancora più allarmante.

Esso prevede, infatti, che saranno protetti sia i marchi esistenti sia le Indicazioni Geografiche, purché siano utilizzate in modo da non confondere il consumatore (non è specificato in che modo). Inoltre l’accordo sancisce la possibilità per una della Parti di non proteggere un’indicazione geografica dell’altra parte in presenza di un marchio “famoso, rinomato, ben conosciuto”, se la protezione dell’indicazione geografica potrebbe confondere il consumatore sulla vera identità del prodotto.

Il trattato sancisce la possibilità di utilizzare il nome di un’indicazione geografica o un termine contenuto inessa se tale nome/termine è diventato di uso comune nella lingua del Paese sul cui territorio esiste un prodotto identificato con tale termine.

Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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Sarà possibile inoltre utilizzare un’indicazione geografica con lo stesso nome se questa è in utilizzo nelPaese dal 1994 o anche prima, in buona fede. Le due Parti dovranno concordare un metodo per differenziare le due indicazioni geografiche, in modo che il consumatore non venga tratto in inganno sulla reale origine del prodotto.

Per i vini, inoltre l’accordo apre all’utilizzo di un nome di un’indicazione geografica protetta, se questo indica il nome di una varietà di uve utilizzate nel territorio dell’altra parte.
Tutte cose che andrebbero, a nostro avviso valutate con maggiore attenzione.

In modo assai insolito tra aprile e maggio 2018 sono stati rilanciati in parallelo due negoziati fondamentali per gli equilibri tra Europa e Tunisia, di particolare interesse per il nostro Paese: ad aprile, quello sulla riammissione dei migranti e la facilitazione delle domande di visto; a maggio, un nuovo ciclo di negoziati tra la Tunisia e la Commissione europea per finalizzare un DCFTA (accordo di libero scambio ampio e approfondito, informalmente definito ALECA). Un appuntamento, il secondo, decisivo anche per il profilo del primo: si tende a rimuovere, infatti, che l’accordo di associazione Ue-Tunisia del 1995, che ha aperto il settore industriale tunisino alla concorrenza, è stato criticato per le sue conseguenze sulla deindustrializzazione ed espansione rapida della disoccupazione nel Paese,protrattasi fino ai giorni nostrie tra le principali cause di una vera e propria fuga dei cervelli.lxxix.

Secondo la Commissione, “la conclusione dell’ALECA è uno degli obiettivi del partenariato privilegiato tral’UE e Tunisia, approvato il 19 novembre 2012, che stabilisce le priorità per il rafforzamento delle relazioni bilaterali. L’obiettivo dei negoziati su un ALECA è la progressiva integrazione di l’economia tunisina nel mercato unico dell’Ue”. L’Europa chiarisce anche che una volta che l’ALECA “sarà un accordo globale sullerelazioni commerciali ed economiche tra l’Ue e la Tunisia riguardanti un’ampia gamma di aree di interesse comune”. Si sceglie, cioè, la chiave del commercio anche in un’area in cui quella dei diritti, dell’ambiente edel buon senso sarebbero prospettive molto più promettenti e rassicuranti.

Inoltre, l’Europa finanzia il bilancio dello Stato tunisino e impone condizioni, il che significa che l’Unione chiede riforme in cambio del suo finanziamento. La Tunisia difficilmente può rifiutare i negoziati propostilxxx. In considerazione dello stato attuale delle sue finanze economiche e pubbliche, è costretta a sedersi al tavolo. Ma è davvero importante, in particolare per l’Italia, sventare questa operazionelxxxi.

1. Aumentodeiflussicommerciali:unobiettivofineasestesso?

L’Ue è il principale partner commerciale della Tunisia, e rappresenta il 64% del suo mercato nel 2017: il 78,5% delle esportazioni della Tunisia è andato all’Europa e il 54,3% delle importazioni tunisine proveniva dal vecchio continente. La Tunisia è il 34° partner commerciale europeo con lo 0,6% del commercio internazionale dell’Ue.Il totale degli scambi di merci tra i due Paesi nel 2017 è stato di 20,5 miliardi di euro.Le importazioni dell’Ue dalla Tunisia sono per lo più costituite da macchinari e attrezzature per il trasporto (3,8 miliardi di euro, 41,3%), tessile e abbigliamento (2,2 miliardi di euro, 23,7%) e prodotti agricoli (500 milioni di euro ,1%).Le esportazioni dell’Ue verso la Tunisia sono dominate da macchinari e attrezzature di trasporto (3,9 miliardi di euro, 35,1%), seguite da tessili e abbigliamento (1,3 miliardi di euro, 12,3%), prodotti chimici (1,2 miliardi, 11,0%), carburanti e prodotti minerari (1,2 miliardi di euro, 11,6%).lxxxii

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EU-TUNISIA (ALECA),

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Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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Con il DCFTA, l’Ue costringe la Tunisia a liberalizzare quasi completamente la sua economia. Tutti gli ambiti sarebbero coinvolti: beni, servizi e capitali. L’apertura interesserebbe tutti i settori produttivi. Bruxelles propone un azzeramento completo di dazi e quote anche in agricoltura, dove in entrambe le sponde del Mediterraneo la concorrenza, spinta dagli interessi del settore industriale, sta mettendo a dura prova la sopravvivenza delle aziende agricole piccole e medielxxxiii.

Guardando alla sponda Sud, dove spesso si pensa solo a misure repressive per arrestare i flussi in uscita, si potrebbe invece smettere di minacciare la sicurezza alimentare dell’area, aumentando la dipendenza crescente quello della Tunisia e dei Paesi limitrofi dalle importazioni di cereali in arrivo dal Nord Europa, che sono alla base delle abitudini alimentari locali e che competono duramente con le produzioni territoriali sbattendole regolarmente fuori mercato. Inoltre, la perdita di risorse di bilancio dello Stato (legata alla riduzione dei dazi doganali) si tradurrà in Tunisia in una ancor minore spesa sociale e di sviluppo o in aumenti delle tasse.

Se non vengono prese contromisure specifiche, inoltre, è probabile che gli investimenti si concentrino nel Nord-Est del Paese, approfondendo le disuguaglianze sociali e territoriali e la fuga dal Sud. Senza dimenticare che la competitività dell’economia tunisina è molto più bassa di quella dell’economia europea. Nel settore agricolo, è fino a 7 volte inferiorelxxxiv.

2. I delicati scambi agricoli

L’agricoltura è un settore importante dell’economia tunisina: rappresenta il 10% del suo PIL (contro l’1,5% per l’Uelxxxv), il 14,2% dell’occupazione totalelxxxvi e il 45% nelle zone ruralilxxxvii.La Tunisia si è impegnata dagli anni ’90 come membro della Wto a introdurre una serie di misure per ridurre i dazi e abbattere le quote di importazione, con la conversione delle misure non tariffarie in equivalenti tariffari e il consolidamento dei dazi doganali (impegnandosi a non aumentarli). Da allora ha liberalizzato l’esportazione dei prodotti agricoli e abolito i dazi in entrata e uscita su alcuni prodotti come l’olio d’oliva, la frutta e la verdura. Alcuni prodotti (cereali, alimenti per animali, dolci, ecc.) continuano a richiedere un’autorizzazione all’esportazione dal Ministero del commercio per controllarne i prezzi sul mercato interno.

La liberalizzazione dell’agricoltura potrebbe consentire ad alcuni prodotti tunisini di aumentare le loro esportazioni, in particolare l’olio d’oliva e i datterilxxxviii. Pertanto, il DCFTA stimolerebbe l’occupazione nella produzione di frutta e verdura o di oli vegetali, ma la maggior parte di questi lavori sarebbe poco qualificata e temporanea. Inoltre, molte quote di esportazione non sono attualmente soddisfatte, come nel caso delle arancelxxxix. Quindi, per gli agrumi, un’apertura più ampia non sembra vantaggiosa.

La Commissione europea chiede di rimuovere completamente questi vincoli: ma è davvero quello che vogliamo?Dopo un anno eccezionale di produzione di olio d’oliva nel 2017-2018, la Tunisia ha richiesto un ulteriore contingente esentasse per esportare più olio in Europa. Ma questo, anche a seguito delle paure e delle proteste dei produttori italiani, minacciati da tali contingenti, le è stato negato, anche se tale quota era esistita per i due anni precedenti.xc A luglio Coldiretti ha segnalato nuovamente, allarmata, un aumentodel +260% di importazioni di olio dalla Tunisia nel 2018 rispetto all’annata precedentexci.

Il margine di manovra è davvero esiguo: l’apertura totale del mercato agroalimentare tunisino, protetto neisettori chiave dell’olio e della frutta, aumenterebbe la vulnerabilità del settore alle esportazioni europee, più produttive e diversificate grazie dalla politica agricola comune (PAC). La Spagna, ad esempio, è il principale esportatore mondiale di agrumi e dei loro derivati. Inoltre, alcuni settori chiave come i cereali o il bestiame potrebbero subire perdite nette nei volumi di produzione, nel valore aggiunto e nell’occupazione,come ammette la stessa valutazione d’impatto commissionata dall’Unione europea in vista dell’accordoxcii, con conseguenze ancora più disastrose sull’abbandono delle aree rurali.

Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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3. Liberalizzazionedeiservizi

Nel settore dei servizi tunisini (60% del PIL e 50% dell’occupazione totalexciii), i sottosettori delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, i servizi finanziari e i trasporti sono i più dinamici, ma anche i più protetti. Questi settori potrebbero essere probabilmente i più colpiti dalla concorrenza europea. Uno studio commissionato dalla Commissione e pubblicato nel maggio 2013 indica che il settore dei servizi della Tunisia dovrebbe registrare un calo delle esportazioni e un aumento delle importazioni a seguito della DCFTA (Deep and Comprehensive Free Trade Area)xciv.

Per di più, i servizi saranno liberalizzati tramite la compilazione delle discusse“liste negative”. Il principio è semplice: tutti i servizi sono aperti alla concorrenza delle altre parti contraenti, ad eccezione dei regolamenti e dei settori evidenziati nelle liste contenute negli allegati dell’accordo. Un approccio opposto rispetto a quello degli elenchi positivi utilizzato dalla Wto, che limita la liberalizzazione ai servizi elencati inmodo esplicito. Peraltro, nel caso dell’ALECA, nella definizione di “servizi”, sono compresi i servizi pubblici,che non sono classificati correttamente come abbiamo rilevato anche nel caso degli altri FTAs a partire dal CETA.

Non possiamo dimenticare, infine, che le regole restrittive alla libertà di movimento dei lavoratori e degli imprenditori tunisini in Europa ne mina le opportunità. I fornitori di servizi tunisini hanno bisogno di visti e permessi di lavoro per accedere all’Ue, a differenza dei loro concorrenti europei che possono andare e venire senza visto. È per questo che, dall’inizio dei negoziati, la Tunisia ha chiesto all’Europa di negoziare in parallelo un accordo sulla mobilità dei lavoratori, collegato al DCFTA, che però non ha ancora risposto adeguatamente a questa esigenzaxcv.

4. Proteggeregliinvestitoriolepersone?

Le misure di protezione degli investimenti potrebbero causare problemi economici, sociali e di democrazia in Tunisia. Il testo proposto dall’Ue vieta esplicitamente al governo nazionale tunisino di chiedere comecondizione per gli investimenti l’impiego di personale locale, o il trasferimento di competenze e tecnologie,quando potrebbero essere strumenti molto utili per migliorare l’economia tunisina.

D’altro canto, nell’ambito dell’ALECA dovrebbe essere negoziato un Accordo per la risoluzione delle controversie tra investitori e Statixcvi. Esso, che al momento risulta parte dei testi declassificati che l’Ue ha sottoposto alla Tunisia a luglio come parte integrante della DCFTA,potrebbe essere separato dall’accordo commerciale come nel caso di Singapore e Vietnam, vista la recente decisione della Commissione europea di distinguere le due questioni per sottrarre i trattati commerciali alle ratifiche nazionali. Come abbiamo dimostrato nel caso del trattato tra Ue e Canada (CETA), questa misura mina il controllo democratico e una corretta amministrazione della giustizia, garantendo agli investitori esteri una “corsia preferenziale” perdifendere i propri interessixcvii.

In effetti, la clausola contenente l’arbitrato consentirebbe effettivamente agli investitori di attaccare il governo tunisino per “espropriazione indiretta”in tribunali privati speciali. Potrebbero quindi chiedere un risarcimento, ad esempio,per il fatto che il governo tunisino ha legiferato sulla protezione dei lavoratori, della salute o dell’ambiente, o ha fissato un salario minimo, come è successo nel vicino Egittoxcviii.

5. Lacooperazioneregolatoriaelaprotezionedellasalute

L’Ue sta proponendo alla Tunisia di modellare i propri standard e sulle norme comunitarie, sia per superarequelli che considera “ostacoli tecnici agli scambi”, sia per quanto riguarda le norme sanitarie e fitosanitarie

Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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o i diritti di proprietà intellettuale (IPR)xcix. A prima vista questo sembrerebbe un intento nobile e senza conseguenze negative possibili. Ma in un contesto come questo bisogna guardare con più attenzione nelle pieghe della situazione attuale per fare una valutazione accurata.

In quanto paese sovrano che non fa parte dell’Ue, spetterebbe al governo tunisino, infatti, scegliere i valori, le norme e gli standard che intende adottare in materia di prodotti alimentari, prodotti chimici, tecnologie, gestione dei dati personali, ecc. Inoltre, le capacità normative e tecnologiche della Tunisia sono diverse da quelle dell’Ue, quindi il recepimento diretto delle norme europee potrebbe non essere appropriato per il contesto tunisino e potrebbe causare un’esclusione delle realtà produttive meno adeguate o adattabili,come anche di quelle meno capitalizzate, dal nuovo mercato comune liberalizzato.

Il provvedimento, se volesse davvero essere efficiente, dovrebbe essere affiancato da programmi di cooperazione mirata e sotto il controllo del Governo tunisino, perché solo così esso potrebbe esercitare apieno la propria sovranità sulla destinazione dei fondi e la gradualità dell’introduzione delle previsioni. Maquesta opzione manca completamente dallo scenario.

Inoltre, la proposta relativa ai diritti di proprietà intellettuale è di tipo “TRIPS+”, cioè di rafforzamento delle protezioni e delle sanzioni, e ridurrebbe pertanto il margine di manovra delle autorità tunisine soprattutto nelle politiche di sanità pubblica. In particolare, esso prolungherebbe la durata dei brevetti dei medicinali amarchio e quella dell’esclusività dei dati dei trial clinici, riducendo così drasticamente l’accesso della popolazione tunisina ai medicinali genericic.

6. Una minaccia alla stabilità dell’area

Non si può trascurare quanto mantenere e consolidare la stabilità politica in un Paese come la Tunisia sia un fattore chiave nel controllo della sicurezza e come garanzia della futura pacifica convivenza nel bacino del Mediterraneo. In un documento congiunto tra organizzazioni europee e associazioni e sindacati tunisini,la società civile tunisina spiega che se il proprio Paese “è considerato un esempio di successo della transizione democratica dopo le Primavere arabe”, i risultati ottenuti “nell’ambito dei diritti civili e politicisono attualmente indeboliti dal deterioramento della situazione economica e sociale del paese, mentre larivoluzione del 2011 era essa stessa il risultato di una situazione sociale catastrofica”. La DCFTA, come abbiamo dimostrato, “potrebbe ostacolare la crescita dei piccoli agricoltori, i fornitori di servizi e i piccoliimprenditori, limitare di più l’accesso alla salute, oltre alla libertà, già limitata, della Tunisia di legiferare in questioni sociali o ambientali, e inibire il suo progresso tecnologico endogeno”ci. In poche parole, la DCFTA rischia di ridurre il margine politico che hanno le istituzioni tunisine e i loro cittadini per far fronte alle sfide sociali ed economiche del Paese.

Per questo, stante i conflitti in aumento nell’area, non sembra un buon momento per negoziare un accordo di questa portata. La Tunisia attualmente non ha un vantaggio comparativo che le consente di competere con le economie europee. Inoltre, la transizione democratica è lungi dall’essere completa: gli organi costituzionali, compresa la Corte costituzionale, devono ancora essere istituiti, il Parlamento non ha risorse e le questioni sostanziali, comprese le disuguaglianze sociali e territoriali e le scelte di sviluppo collettivo, non sono state risolte. È quindi importante concedere a questo Paese il tempo necessario per completare il processo di democratizzazione, da un lato, e, dall’altro, finalizzare una valutazione dell’impatto dell’ALECAsulla Tunisia e sull’Italia realmente indipendenti, prima di negoziare ulteriormente un nuovo accordo che dovrebbe essere quanto più possibile incentrato sulla pacificazione dell’area e sulla realizzazione di obiettivi di sviluppo sostenibile specifici e misurabili in tutta l’area del Mediterraneo.

Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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EU-MAROCCO,

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È dal 2013 che molte organizzazioni della società civile di Paesi affacciati sul Mediterraneo mettono in discussione la necessità, da parte dell’Ue, di spingere il lancio di negoziati “ampi e approfonditi” diliberalizzazione commerciale con quattro Paesi in transizione appena usciti dalle primavere arabe: Egitto, Giordania, Marocco e Tunisiacii. Il Marocco, Paese che sta vivendo una fortissima estroversione e apertura al libero commercio, sarebbe il naturale candidato per un rinnovo del vecchio accordo di associazione conl’Unione. Ma c’è un intero popolo che ostacola questo cammino e intende far valere o propri diritti.

1. Un nuovo accordo sulla pesca

L’Ue e il Marocco hanno concluso a fine luglio i negoziati per un nuovo accordo di pesca e un protocollo di attuazione, primo passo verso un accordo commerciale più complessivo che vada a rinnovare l’accordo di associazione. In una nota congiunta del 20 luglio scorso l’Unione europea e il Regno del Marocco hannodetto di aver “concordato le disposizioni e i miglioramenti apportati a questi testi al fine di massimizzare ibenefici e i benefici per le popolazioni locali nelle aree interessate, nel rispetto dei principi di gestione sostenibile delle risorse della pesca e dell’equità. Il Regno del Marocco e l’Unione europea danno il benvenuto allo spirito costruttivo che ha prevalso in questi negoziati, il che conferma l’impegno di entrambe le parti a rafforzare la loro partnership in due settori strategici: l’agricoltura e la pescamarittima”. Entrambe le Parti “si impegnano a prendere quanto prima le misure necessarie per l’entrata invigore dell’Accordo di pesca e del relativo Protocollo, tenendo conto delle rispettive procedure. Le due parti rimarranno in stretto contatto nello spirito di consultazione e partenariato che le unisce durante il periodo di transizione fino a tale entrata in vigore”ciii. Le parti, così, sembrano voler avanzare più celermente ponendo le basi per un futuro accordo che possa ricalcare la DCFTA originariamente prevista e in via di approvazione con la Tunisia.

Il Marocco, tuttavia, è in una migliore posizione rispetto alla Tunisia perché, avendo in vigore un analogo accordo con gli Stati uniti, può far valere sul tavolo di negoziato con l’Europa l’altro corridoio preferenzialein essere che prevede controlli e requisiti molto meno stringenti di quelli richiesti nelle relazionicommerciali con l’Ue.

Peccato che il testo approvato preveda specificamente di includere nelle previsioni dell’accordo le attivitàsvolte nelle acque adiacenti al Sahara occidentale. E che su quell’area grava un divieto, espresso in più sentenze, da parte della Corte europea di Giustizia, l’ultima emessa pochi giorni prima di questa dichiarazione congiunta, di procedere con alcuna operazione commerciale senza coinvolgerenell’elaborazione e nella eventuale applicazione, i legittimi abitanti dei territori occupati: i Sarawi.

2. Il contestatissimo accordo commerciale

Era il 16 febbraio del 2012 quando, con 369 voti a favore, 225 contrari e 31 astensioni, il Parlamento europeo approvava un aumento delle quote di scambio per una serie di prodotti della pesca edell’agricoltura tra Europa e Marocco che potevano, così, essere importati a tariffe doganali basse o pari a zero e rappresentava una tappa verso un accordo di libero scambio. L’accordo eliminò immediatamente il 55% delle tariffe doganali sui prodotti agricoli e di pesca marocchini (dal 33% precedente) e il 70% delle tariffe sui prodotti agricoli e di pesca dell’Ue in 10 anni (rispetto all ́1% precedente). Il relatore del provvedimento, il verde José Bové, ritirò addirittura il suo nome della relazione dopo la votazione, e si oppose strenuamente all’approvazione dell’accordo per gli effetti negativi sui piccoli agricoltori europei, per

Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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le condizioni precarie di lavoro e ambientali in Marocco e per l’inclusione del territorio del Sahara occidentale, punto che avrebbe violato il diritto internazionale.

In una risoluzione adottata contestualmente con 398 voti a favore, 175 contrari e 50 astensioni, i deputati chiesero alla Commissione di monitorare con molta attenzione il rispetto delle quote e di rafforzare i controlli alle frontiere per evitare frodi e violazioni dei prezzi di importazione. La risoluzione chiedeva anche una relazione di valutazione d’impatto dell’accordo sugli agricoltori europeiciv. Nessuna di queste richieste è mai stata soddisfatta, e il rapporto commerciale tra le due sponde del Mediterraneo è rimasto turbolento, tanto che lo stesso vicepremier italiano Di Maio ha annunciato, in una sua recente missione in Sicilia, la sua disponibilità a rivedere gli accordi con la Tunisia e il Maroccocv.

3. Lo schiaffo di Consiglio e Commissione alla Corte europea di Giustizia

A metà luglio, lungi dal verificare gli impatti degli atti precedenti, il Consiglio dei Ministri degli Esteri deipaesi dell’Unione europea ha approvato l’estensione al Sahara occidentale delle tariffe preferenziali concesse al Marocco con l’accordo di associazione commercialecvi, costringendo il Sahara occidentale occupato a rispettare la sovranità di Rabat e aggirando numerose sentenze della Corte di giustizia dell’Ue che, dal dicembre 2016, aveva stabilito che l’accordo di libero scambio col Marocco (che regola il commercio dei prodotti agricoli e della pesca)non si dovesse applicare anche al Sahara occidentale perchénon ne fa parte. Dal 1991 è in corso infatti l’iniziativa delle Nazioni unite per assicurarel’autodeterminazione dell’area mediante referendum.

La decisione del Consiglio è intervenuta alla scadenza dell’accordo sulla pesca col Marocco, che aveva minacciato ritorsioni nel caso in cui il rinnovo non avesse compreso il territorio dei Sahrawi. Poiché ladecisione del Consiglio modifica comunque l’accordo, il Parlamento europeo dovrà pronunciarsi per la sua adozione definitiva e il voto è previsto entro ottobre. La partita non è di poco conto, poiché il 91,5% delle catture legate agli accordi tra Marocco e Ueavvengono in realtà nelle acque del Sahara occidentale,secondo la stima dell’avvocato generale della Corte di giustizia europea.

Lo schiaffo istituzionale, però, è stato davvero imbarazzante: per la terza volta consecutiva, la Corte di giustizia dell’Unione europea qualche giorno dopo, il 19 luglio 2018 ha pubblicato la sentenza sul caso Frente Polisario, che va in direzione del tutto contraria rispetto al Consiglio. La Corte, infatti, ha confermato che la scelta politica dell’Unione di incorporare il Sahara occidentale nei suoi accordi bilaterali con il Marocco è illegalecvii.

La Corte conclude all’articolo 69 che “dalle considerazioni che precedono risulta che l’accordo di partenariato e il protocollo del 2013 devono essere interpretati in conformità con le norme di diritto internazionale vincolanti per l’Unione e applicabili nelle relazioni tra l’Unione e il Regno del Marocco. In questo senso, il territorio del Sahara occidentale e le acque adiacenti al territorio non rientrano nel rispettivo ambito territoriale del presente accordo e protocollo”.

4. La“fintaconsultazione”dellaCommissioneeleresponsabilitàitaliane

La Corte richiama una sua sentenza del febbraio di quest’anno, quando aveva già concluso che l’accordo di pesca tra l’Ue e il Marocco non era valido nel Sahara occidentale dirimendoun altro procedimento giudiziario,che aveva coinvolto la High Court del Regno Unito. Questo caso era stato avviato dalla Western Sahara Campaign UK contro il governo del Regno unito nel febbraio 2015cviii.

A ottobre dello stesso anno, l’Alta Corte del Regno unito aveva, infatti, deciso di deferire alla Corte di giustizia una domanda di pronuncia pregiudiziale, cui è stata fornita risposta da Strasburgo in data 27

Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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febbraio 2018. La Corte, in questa sentenza,non esclude che un accordo Marocco-Ue possa includere anche il Sahara occidentale, a condizione che il popolo del territorio abbia dato il suo assenso.

Su questo dettaglio si è giocata la partita che ha visto la Commissione europea, incaricata dei negoziati, mettere in campo quella che Nigrizia, il periodico missionario dell’ordine comboniano molto presente nell’area, definisce “una parvenza di consultazione che si è tradotta in realtà nel dare ascolto esclusivamente a entità marocchine”.

Come denunciato un mese fa dal Western Sahara Resource Watchcix, l’osservatorio sulle risorse del Sahara Occidentale, la Commissione fa figurare nell’elenco delle “consultazioni” non solo questa organizzazionema anche altre che non sono mai state ascoltate. Una vera e propria messa in scena, al solo scopo di fingere di rispettare le sentenze della Corte. Colpisce – concludono da Nigrizia – il disprezzo della Commissione e del Consiglio dell’Ue per la legalità internazionale”.

Il Consiglio, nel quale siede anche l’Italia, ha dato il suo assenso alla manovra della Commissione, nonostante gli impegni assunti nei territori di revisione del trattato. Non permettere alla Commissione di aggirare le alte istituzioni europee, per interessi contrari a quelli nazionali e con effetti che danneggiano i diritti umani di popolazioni vulnerabili, ci sembra un impegno irrinunciabile da parte di un Governo come quello italiano che si dice impegnato a far cambiare rotta alle politiche internazionali.

La Commissione europea ha recentemente diffuso delle prime informazioni e le prime proposte negoziali risultanti dagli incontri preliminari che ha tenuto con i Governi di Australia e Nuova Zelanda per trattare degli accordi di libero scambio (FTA) sul modello del CETA con entrambi i Paesi. Stando a questi report entrambi i processi, da quando sono stati lanciati formalmente a fine giugno,sarebbero in forte accelerazione, tanto da spingere la Commissione a pubblicare le proprie prime proposte lanciate nei rispettivi tavoli.

I trattati, da quanto risulta da queste prime bozze, sono modellati sul CETA e presentano la stessa problematica struttura. Essi, infatti, andranno a incidere, oltre che sulle misure relative alle dogane e alla facilitazione commerciale, su energia e materie prime, appalti pubblici, proprietà intellettuale, regole di origine e ostacoli tecnici al commercio.

La proposta europea contiene anche un meccanismo interno di risoluzione delle controversie perché, come spiega la Commissione nella valutazione d’impatto svolta dal suo servizio interno (senza alcun controllo terzo) “i modelli delle esportazioni dell’Uein Australia e Nuova Zelanda sono molto simili. In larga misura, allo stesso modo lo sono i problemi incontrati dalle parti interessate dell’Ue”cx. Le strutture delle importazioni dall’Australia e dalla Nuova Zelanda sono diverse perché riflettono, però, le attività economiche predominanti orientate all’esportazione di ciascun Paese: estrazione mineraria, risorse naturali per l’Australia e agricoltura (carni ovine e frutta e verdura) per la Nuova Zelanda.

1. Tantipartner,tantiproblemi

Il principale problema che la Commissione, a proprio giudizio, individua nelle attuali relazioni commercialicon i due Paesi, sta nell’effetto cumulativo dei precedenti accordi commerciali già approvati da Australia e nuova Zelanda con altri partner, e che mettono i nostri operatori in obiettiva condizione di svantaggio nei

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EU-AUSTRALIA E EU-NUOVA ZELANDA

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Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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loro mercati. Come risultato degli accordi di libero scambio tra l’Australia e gli Stati Uniti d’America, il Giappone, la Corea del Sud e la Cina, è solo l’Ue che deve pagare dazi quando esporta in Australia. La situazione sarebbe simile nel caso della Nuova Zelanda se fosse in vigore il TPP o altri FTAs bilaterali. Le esportazioni automobilistiche dell’Ue sono le voci di esportazione più significative di cui la Commissione si dice preoccupata. Le esportazioni di prodotti automobilistici verso l’Australia ammontano a 5,7 miliardi di euro (il 18% delle esportazioni totali dell’UE in Australia) e quelle verso la Nuova Zelanda a 0,4 miliardi di euro (il 15% delle esportazioni totali dell’UE verso la Nuova Zelanda).

In secondo luogo, segnala la Commissione, ci sono dazi relativamente alti in Australia e Nuova Zelanda per prodotti agricoli e prodotti alimentari, un’area in cui l’Ue è globalmente competitiva. I dazi della nazione più favorita (NPF) applicabili alle esportazioni europee per alcuni prodotti lattiero-caseari, raggiungono il 16% in Australia e il 5% in Nuova Zelanda. I dazi limite finali, che l’Australia e la Nuova Zelanda potrebbero utilizzare secondo le regole della Wto, sono ancora più elevati.

Eppure le compagnie europee sono la principale fonte di investimenti diretti esteri in Australia e la seconda in Nuova Zelanda. Solo cinque Stati membri dell’Unione, però, hanno accordi bilaterali sugli investimenti con l’Australia, mentre nessuno ha accordi analoghi con la Nuova Zelanda. Gli investitori dell’Ue per questo, lamenta la Commissione,sono soggetti a soglie di screening più severe rispetto agli investitori di altri Paesi (ad esempio Stati uniti, Cina, Giappone e Corea) che hanno già concluso accordi di libero scambio con l’Australia o la Nuova Zelanda. Inoltre, i BITs esistenti che gli Stati membri dell’Ue hanno raggiunto conl’Australia – sottolinea la Commissione – non comprendono alcun meccanismo di risoluzione delle dispute tra investitori e Stati (ISDS/ICS) e per questo essa sarebbero da considerare “superati”.

2. IncostituzionalitàdegliarbitratieprotezionedelleIndicazionigeografiche

La Commissione sembra dimenticare che le previsioni di protezione degli investimenti inserite nei Bit tra Paesi europei sono state messe in discussione, a marzo scorso, dalla Corte europea di Giustiziacxi in unasentenza in cui spiega che “un tribunale del trattato di investimento non si qualifica come organo giurisdizionale di uno Stato membro”cxii. La Corte ha concluso che, laddove gli Stati membri dell’Ue avessero stipulato BITs che includono un meccanismo di arbitrato tra investitori e Stato, ciò potrebbe comportare la risoluzione di controversie in modo tale da compromettere la piena efficacia della normativa comunitariacxiii. La Corte ha quindi ritenuto che l’arbitrato investitore-Stato compromettesse l’autonomia del diritto dell’Unione, che è garantita dagli articoli 344 e 267 del TFUE”cxiv.

L’attuale Commissione europea termina formalmente il suo mandato il 31 ottobre 2019, e a maggio 2019 si terranno le elezioni del Parlamento europeo che – si prevede – lo rinnoveranno completamente. Nel 2019, inoltre, cambierà il Governo anche in Australia. Essendo pendente presso la Corte europea di Giustizia un ricorso, presentato dal Governo federale del Belgio, che andrà a decidere entro i primi mesi del 2019 la compatibilità dei nuovi meccanismi di composizione delle dispute investitori-Stati (ISDS/ICS) contenuti nel CETA con la sostanza della normativa europea, la domanda sorge spontanea: ha davvero senso, in un quadro in transizione, affrettare accordi con forti esportatori a livello globale come Australia e Nuova Zelanda prima di aver capito se abbiamo o meno previsto degli strumenti costituzionalmente accettabili per dirimere le eventuali controversie?

Senza dimenticare che, come riconosce la stessa Commissione, nei due Paesi in questione c’è unaprotezione e applicazione insufficiente dei diritti di proprietà intellettuale (DPI), come diritti d’autore, marchi e disegni (ad esempio inadeguata applicazione della normativa in materia di DPI alla frontiera in Australia e un periodo più breve di protezione del copyright offerto alle opere in Nuova Zelanda rispetto all’Ue). C’è è inoltre una protezione insufficiente per le Indicazioni geografiche (IG) in particolare dei prodotti alimentari dell’Ue, come i formaggi, in entrambi i Paesi.

I prodotti europei con Indicazione geografica protetta si confrontano con le proprie imitazioni “senza rete”e affrontano una concorrenza sleale serratissimacxv. Presentarsi a questi tavoli con le solite liste

Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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ridottissime, chiudendo la strada per un’ulteriore protezione a tutti i prodotti eventualmente esclusi in due Paesi commercialmente così potenti, non sarebbe che l’ennesima dimostrazione dell’insufficienza di questaEuropa nel difendere i patrimoni e le specificità nazionali e nel promuoverle al meglio persino nei mercati più strategici e potenzialmente rilevanti.

3. Potenzialirischiperl’ambienteel’occupazione

La valutazione – pur interna – della Commissione rivela che, anche se in maniera limitata, i trattati andranno a incidere sul bilancio delle emissioni climalteranti delle tre Parti, facendole crescere. Vi sarebbero impatti anche sull’inquinamento, principalmente a causa dell’intensificarsi presunto dei trasportilegati alla crescita dei flussi commerciali. L’espansione del settore agricolo in Australia (per quanto riguarda riso, zucchero e cereali) e nella Nuova Zelanda (per la zootecnia e l’ortofrutta) potrebbe inoltre rappresentare una potenziale minaccia per la biodiversità. L’aumento a lungo termine dell’uso e dell’intensità dello sfruttamento del suolo in Nuova Zelanda e l’uso inefficiente dei fertilizzanti azotati pongono alcune preoccupazioni sulle potenziali implicazioni negative per gli ecosistemi.

Inoltre,alcuni dei settori che potrebbero beneficiare maggiormente dell’aumento dell’export in Australia e Nuova Zelanda sono petrolio e carbone, insieme alla produzione agricola intensiva. Dal punto di vista occupazionale, la Commissione prevede che si contraggano in Europa i settori dell’agroalimentare e si espandano essenzialmente quelli dell’automobile, ma che le variazioni siano del tutto trascurabili. Peccatoche la stessa cosa l’avesse sostenuta anche rispetto al CETA: è bastato applicare un modello diverso di previsione degli impatti rispetto a quello applicato dalla Banca Mondiale, per scoprire coefficienti decisamente più preoccupanti.

i I limiti dei modelli CGE sono chiaramente espressi da Jeronim Capaldo nella sua valutazione indipendente al TTIP pubblicata dalla Tuft University statunitense https://ase.tufts.edu/gdae/Pubs/wp/14-03CapaldoTTIP_IT.pdf
iiVedi Taylor and Von Arnim (2006), Ackermann and Gallagher (2004, 2008), Stanford (2003), Stiglitz and Charlton (2004), Gunter e al. (2005)

iiihttp://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2018/august/tradoc_157227.pdfivhttps://www.bilaterals.org/?eu-mercosur-deal-still-faces-farm&lang=envhttp://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2017/april/tradoc_155480.pdf
vi Council of the European Union 2017: Meat fraud in Brazil: State of play – Information from the Commission, Brussels, 9 June 2017, 10168/17

vii https://ec.europa.eu/italy/news/20170929_fine_quote_zucchero_nel_ue_it
viii European Commission: The abolition of EU sugar production quotas, Frequently Asked Questions, October 2016ixKroes, Hassel/Kuepper, Barbara, 2015: Mapping the soy supply chain in Europe, A research paper prepared for WNF, profundo, Amsterdam, 12 May 2015
x Cressey, Daniel, 2015: Widely used herbicide linked to cancer, Nature, 24 March 2015:https://www.nature.com/news/widely-used-herbicide-linked-to-cancer-1.17181xihttps://www.ilfattoquotidiano.it/2018/08/11/usa-monsanto-condannata-a-risarcire-giardiniere-glifosato-causa- tumore-in-ue-pareri-discordanti-ma-in-italia-e-vietato/4553365/xiihttps://www.bilaterals.org/?mercosur-don-t-sacrifice-our-food&lang=enxiiihttp://www.greenpeace.org/eu-unit/en/News/2018/Commission-study-action-deforestation/xivhttp://questiondigital.com/nuevas-filtraciones-desnudan-negociaciones-con-la-ue-muy-desventajosas-para-el- mercosur/
xv https://creativecommons.org/about/program-areas/policy-advocacy-copyright-reform/eu-mercosur-trade- agreement-harm-user-rights-commons/xvihttps://www.origin-gi.com/images/stories/PDFs/English/oriGIn_Alert/201802_Mercosur_leaked_IPR_chapter.pdfxviihttps://www.bilaterals.org/IMG/pdf/20180829124921.pdf, p. 26

page36image3437076128page36image3437076400page36image3437076672page36image3437077008page36image3437077280page36image3437077552page36image3437077824page36image3437078160page36image3437078496page36image3437078768page36image3437079040page36image3437079312page36image3437079584

Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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xviiihttps://www.bilaterals.org/?eu-and-mercosur-aim-to-settle-gi&lang=en
xix https://www.idfa.org/news-views/news-releases/article/2017/10/03/u.s.-food-producers-manufacturers-urge- president-trump-to-voice-serious-concerns-to-japan-mexico-over-eu-geographical-indications-listsxxhttps://www.bilaterals.org/IMG/pdf/20180829124921.pdf, p. 18
xxi Il database più aggiornato dei Bit presso l’Unctad http://investmentpolicyhub.unctad.org/IIAxxiihttp://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2017/april/tradoc_155481.pdf
xxiii Thomas FRITZ Human Rights on the Sidelines – The renegotiation of the EU trade agreement with Mexico » [online]. Berlín: Forschungs- und Dokumentationszentrum Chile-Lateinamerikae.V., May 2017. Available at: <www.fdcl.org>.
xxiv Aguirre Reveles, Rodolfo y Pérez Rocha, Manuel (2007) The EU-Mexico Free Trade Agreement Seven Years On. A warning to the global South, Transnational Institute, Red Mexicana de Acciónfrente al Libre Comercio and ICCO,https://www.tni.org/files/download/eumexicofta.pdf; Villarreal, Jorge et.al (2008) Balance del Acuerdo Global entre México y la Unión Europea : a 8 años de su entrada en vigor, Heinrich BöllStiftunghttps://mx.boell.org/sites/default/files/balance_del_acuerdo_global_entre_mex_y_ue.pdf ; BecerraPozos, Laura et.al. (2013) Las Relaciones México- Unión Europea en el marco del Acuerdo Global y la Asociación Estratégica : un balance desde la sociedad civil mexicana, Asociación Latinoamericana de Organizaciones de Promoción al Desarrollo (ALOP), http://www.equipopueblo.org.mx/descargas/MEX%20UE.pdf ; FDCL (2015) ElAcuerdo Global entre la Unión Europea y México, https://www.fdcl.org/wp-content/uploads/2015/10/EL-ACUERDO-GLOBAL-ENTRE-LA- UNI%C3%93N-EUROPEA-Y-M%C3%89XICO_web.pdf ; OrozcoContreras, Marcela(2011) La reconquista europea : Balance a 10 años del Acuerdo Global México-UE, Ecuador Decide, Universidad de Guayaquil, RMALChttps://drive.google.com/file/d/0B9o6rEg7TF-dNmFjVGJTQ3pBeTg/viewxxvhttp://www.siaeumexico.com/uploads/1/0/9/7/109735155/eu-mexico_draftinterimreport_revised.pdf p. 24 e seggxxvihttp://s2bnetwork.org/eu-mexico-civil-society/#_edn1
xxvii Casi specifici molto scabrosi sono stati presentati nell’apposita sessione del Tribunale permanente dei popoli(2011-2014 sezione 8.2), http://www.tppmexico.org/final-ruling-permanent-peoples-tribunal-chapter-mexico; e (2010) The Judgment, The European Union and transnational corporations in Latin America: policies, instruments and actors complicit in violations of the peoples’ rights, Madrid, pp 34-35http://www.enlazandoalternativas.org/IMG/pdf/TPP-verdict.pdfxxviiihttps://www.tni.org/en/publication/unmasked-corporate-rights-in-the-renewed-mexico-eu-ftaxxixhttps://www.fdcl.org/wp-content/uploads/2017/05/FDCL_EUMEX_FTA_web.pdf
xxx Section Y: Trade in Wine and Spirits, Article 2: Winemaking Practices, Para 4xxxihttp://trade.ec.europa.eu/doclib/press/index.cfm?id=1830
xxxii La notizia si può leggere qui https://subscriber.politicopro.com/trade/whiteboard/2018/08/dairy-groups-urge- trump-to-neutralize-eu-advantage-in-mexico-1712438xxxiiihttp://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2018/april/tradoc_156795.pdf p. 11xxxivhttp://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2018/april/tradoc_156798.pdf, p 1xxxvhttp://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2018/april/tradoc_156824.pdf p. 5
xxxviBayer de Méxiko, technical data sheets for Semevin 350 and Poncho Super
xxxvii Commission Regulation (EC) No 1376/2007 of 23 November 2007 Amending Annex I to Regulation (EC) No 304/2003 of the European Parliament and of the Council Concerning the Export and Import of Dangerous ChemicalsxxxviiiPAN Germany 2012: Hochgefährliche Pestizide von BASF, Bayer und Syngenta, Ergebnisse einer internationalen Recherche, Hamburg 2012xxxixhttp://www.siaeumexico.com/uploads/1/0/9/7/109735155/eu-mexico_draftinterimreport_revised.pdfxlhttp://www.siaeumexico.com/uploads/1/0/9/7/109735155/eu-mexico_draftinterimreport_revised.pdf p. 41xlihttp://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/STUD/2017/558764/EPRS_STU(2017)558764_EN.pdfxliihttps://eur-lex.europa.eu/resource.html?uri=cellar:262ac8fc-16e5-11e8-9253- 01aa75ed71a1.0019.02/DOC_1&format=PDFxliiihttps://eur-lex.europa.eu/resource.html?uri=cellar:262ac8fc-16e5-11e8-9253- 01aa75ed71a1.0019.02/DOC_1&format=PDF p. 3xlivhttps://eur-lex.europa.eu/resource.html?uri=cellar:262ac8fc-16e5-11e8-9253- 01aa75ed71a1.0019.02/DOC_2&format=PDF
xlvhttp://ec.europa.eu/smart- regulation/roadmaps/docs/2015_trade_039_modernisation_eu_chile_agreemment_en.pdfxlvihttp://ec.europa.eu/smart- regulation/roadmaps/docs/2015_trade_039_modernisation_eu_chile_agreemment_en.pdf p. 4xlviihttps://www.bilaterals.org/?chile-civil-society-organizations&lang=enxlviiihttps://www.bilaterals.org/?chile-civil-society-organizations&lang=en

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Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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xlixhttp://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+CRE+20180312+ITEM- 015+DOC+XML+V0//EN&language=EN
lhttps://concordeurope.org/wp- content/uploads/2018/06/CONCORD_Trade_Gender_2018_online.pdf?5df253&5df253 p. 4lihttps://www.bilaterals.org/?vietnam-eu-seek-to-accelerate-fta&lang=enliihttps://www.bilaterals.org/?vietnam-y-union-europea-por-firmar&lang=enliiihttp://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2016/june/tradoc_154622.pdf, p. 27livhttp://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2016/february/tradoc_154223.%20institutional%20- %20GIs%206.5a3%206.11wg%20rev2%20-%20for%20publication.pdflvhttp://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2016/june/tradoc_154622.pdf p. 49lvihttps://www.ombudsman.europa.eu/it/decision/en/64308lviihttp://viettan.org/en/open-letter-to-eu/amp/

lviii EU-Indonesia Joint Vision Group, Invigorating the Indonesia-EU Partnership: Towards aComprehensive Economic Partnership Agreement, 2011. Vi hanno partecipato: per l’Indonesia, Employers’ Association of Indonesia (APINDO;Chris Kanter, Chair); Indonesian National Chamber of Commerce and Industry (KADIN; Maxi Gunawan,Head of Kadin’sPermanent Committee for International Institutional Cooperation) ; per l’Europa Erik Versavel (MD di ING Commercial Banking), Pascal Kerneis (Business Europe) e Jakob Sorensen (Maersk e chair di EuroCham).http://eeas.europa.eu/archives/delegations/indonesia/documents/press_corner/20110615_01_en.pdf

lix BITs denunciati dall’Indonesia: Bulgaria (2015), Cambodia (2016), China (2015), Egypt (2014), France (2015), Germany (2017), Hungary (2016), India (2016), Italy (2015), Lao PDR (2015), Malaysia (2015), Netherlands (2015), Pakistan (2016), Romania (2016), Singapore (2016), Slovakia (2015), Spain (2016), Switzerland (2016), Turkey (2016 and Vietnam (2016). UNCTAD, http://investmentpolicyhub.unctad.org/IIA/CountryBits/97#iiaInnerMenu

)lx Report of the Foreign Affairs Council from 3 November 2016: German Comments on the Negotiations with the Philippines and Indonesia
lxi Voge, Ann-Kathrin/Hütz-Adams, Friedel: Nachhaltiges Palmöl – Anspruch oder Wirklichkeit?, VEM/Brot für die Welt, Berlin, May 2014
lxii European Parliament: Palm oil and deforestation of rainforests, European Parliament resolution of 4 April 2017 on palm oil and deforestationof rainforests (2016/2222(INI)), P8_TA(2017)0098
lxiii NL, F, UK, DK: Non-paper on CEPA negotiations with Indonesia and a more sustainable use of agri-commodities. Trade Policy Committee, 29 September 2017
lxiv Report from the Trade Policy Committee, 29 September 2017
lxv EU Commission DG Trade 2017: EU Indonesia FTA negotiations – EU legal texts proposals from 3 January 2017(submitted to Indonesia 21 December 2016), p 17
lxvi Ibid, p 26
lxvii FRAMEWORK AGREEMENT on comprehensive partnership and cooperation between the European Community and its Member States, of the one part,and the Republic of Indonesia, of the other part, in: Official Journal of the European Union, 26 April 2014, L 125
lxviii https://www.amnesty.org/en/latest/news/2016/11/case-studies-palm-oil-and-human-rights-abuses/
lxix Council of the European Union: German comments on the free trade negotiations between the EU and Indonesia and the Philippines regarding thesustainability chapter, particularly with a view to the palm oil production in Indonesia, Brussels, 22 March 2017, WK 3432/2017 INI
lxxhttp://trade.ec.europa.eu/doclib/press/index.cfm?id=961lxxihttp://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/ATAG/2017/603955/EPRS_ATA(2017)603955_EN.pdf
lxxiiCorte di Giustizia dell’Unione europea, Conclusioni dell’avvocato generale nella procedura di parere 2/15, 21dicembre 2016
lxxiii Non rientrano, secondo la sentenza nell’esclusiva competenza dell’UE, necessitando così dell’approvazione degli Stati membri, le disposizioni dell’EUSFTA relative agli investimenti diversi dagli IDE (capo 9), alla risoluzione dellecontroversie (capo 9, sez. B e capo 15) e alla trasparenza (capo 14), intesa come facilità di accesso, per gli Stati membrie i cittadini, a qualsiasi misura di applicazione generale connessa ad un aspetto rilevante dell’accordo (punto 281)lxxivhttps://www.channelnewsasia.com/news/business/singapore-to-push-for-quick-eu-ratification-of-free-trade-deal- 10518942
lxxvVan Harten, Gus, The European Commission’s Push to Consolidate and Expand ISDS: An Assessment of the Proposed Canada-Europe CETA and Europe-Singapore FTA (June 2, 2015). Osgoode Legal Studies Research Paper No. 23/2015. Available at SSRN: https://ssrn.com/abstract=2613544 or http://dx.doi.org/10.2139/ssrn.2613544

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Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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lxxvihttps://www.iareporter.com/articles/analysis-final-text-of-eu-investment-agreement-with-singapore-is-unveiled- offering-clarity-on-protections-and-dispute-settlement-provisions/lxxviihttp://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2013/september/tradoc_151762.pdf
lxxviii http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2013/september/tradoc_151779.pdf

lxxix Bedoui, A., Mongi, M., 2016, Evaluation du partenariat entre l’Union européenne et la Tunisie, Fondation RosaLuxembourg, Tunis, 2016 ; EuroMed Rights, Report: Advancing economic and social rights in the EuroMed region, Bruxelles, 2016; e « 10 ans après l’échec du libre-échange avec l’UE », Forum Tunisien pour les Droits Economiques etSociaux (FTDES) https://ftdes.net/fr/10-ans-apres-lechec-du-libre-echange-avec-lue/

lxxx EuroMed Rights, Report: Advancing economic and social rights in the EuroMed region, Bruxelles, 2016, p.9-10lxxxi Un report approfondito dei differenti aspetti controversi https://itpcmena.org/wp- content/uploads/2018/05/DCFTATunisia_Jointposition_may2018-1.pdflxxxiihttp://ec.europa.eu/trade/policy/countries-and-regions/countries/tunisia/lxxxiiihttps://www.coldiretti.it/economia/260-import-olio-tunisino-ora-stop-concessioni

lxxxiv Mahjoub, A. & Saadaoui, Z., Impact de l’Accord de libre-échange complet et approfondi sur les droits économiques et sociaux en Tunisie, Réseau Euro-Méditerranéen des Droits de l’Homme, mai 2015, p.18lxxxv World Bank data, 2017.
lxxxvi INS (National Institute of Statistics of Tunisia), 2017.

lxxxviiEcorys, Trade Sustainability Impact Assessment in support of negotiations of a DCFTA between the EU and Tunisia, Study commissioned by the Directorate General for Trade of the European Commission, November 2013, p. 136
lxxxviiiIbidem, p. 33-34
lxxxixEuropean Neighbourhood Program for Agriculture and Rural Development-ENPARD, L’essentiel sur l’étude de l’impact ALECA sur la filière des Agrumes en Tunisie, https://www.youtube.com/watch?v=lzF4dcq0Er8

xc Observatoire Tunisien de l’Economie, « Bilan du soutien européen temporaire aux exportations d’huile d’olivetunisienne », Briefing paper n°5, 5 avril 2018xcihttps://www.coldiretti.it/economia/260-import-olio-tunisino-ora-stop-concessioni
xciiEcorys, Trade Sustainability Impact Assessment in support of negotiations of a DCFTA between the EU and Tunisia, Study commissioned by the Directorate General for Trade of the European Commission, November 2013, pp. 33-34

xciiiFact Sheet “The EU proposal on services, investment and electronic trade”, European Commission, April 2016. http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2016/april/tradoc_154500.pdf
xcivEcorys, Evaluation de l’impact commercial durable en support des négociations pour un Accord de Libre-échange Complet etApprofondi entre l’Union Européenne et la Tunisie. Résumé analytique du rapport Technique Intérimaire, étude effectuée pour la DG Commerce (Commission européenne), mai 2013, p. 6
xcvFTDES, « Négociations UE- Tunisie : libérer les échanges sans échanger les libertés ? », 8 mai 2018 https://ftdes.net/fr/ue-tunisie/.
xcvi http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2018/july/tradoc_157219.pdf
xcviiThomas Fritz, International Investment Agreements Under Scrutiny, Traidcraft, 2015 pp. 14-18 https://www.tni.org/files/download/iias_report_feb_2015.pdf
xcviii Thomas Fritz, International Investment Agreements Under Scrutiny, Traidcraft, 2015 pp. 14-18 https://www.tni.org/files/download/iias_report_feb_2015.pdf
xcix International Treatment and Preparedness Coalition, Évaluation du cadre légal en matière de propriétéintellectuelle et impact sur l’accès aux médicaments (Egypte, Maroc, Tunisie), Septembre 2017.
c Ivi
cihttps://itpcmena.org/wp-content/uploads/2018/05/DCFTATunisia_Jointposition_may2018-1.pdfciihttp://www.tni.org/briefing/eu-trade-and-investment-agenda-quashing-aspirations-arab-springciiihttp://europa.eu/rapid/press-release_STATEMENT-18-4630_en.htmcivhttp://www.europarl.europa.eu/news/it/press-room/20120216IPR38354/via-libera-all-accordo-commerciale-con-il- maroccocvhttps://agronotizie.imagelinenetwork.com/agricoltura-economia-politica/2018/07/25/agrumi-di-maio-pronto-a- cambiare-l-accordo-ue-marocco/59656
cvihttps://www.bilaterals.org/?conseil-ue-ok-sahara-occidental&lang=encviihttps://www.bilaterals.org/?eu-court-confirms-western-sahara&lang=en
cviii https://wsrw.org/a240x3283
cix http://www.wsrw.org/
cxhttps://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/PDF/?uri=CELEX:52017SC0293&from=ENcxihttps://www.clearygottlieb.com/-/media/files/alert-memos-2018/2018_03_09-investorstate-arbitration-under- intraeu-bilateral-investment-treaties-pdf.pdf

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Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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cxiihttps://www.clearygottlieb.com/-/media/files/alert-memos-2018/2018_03_09-investorstate-arbitration-under- intraeu-bilateral-investment-treaties-pdf.pdf p. 43-49
cxiii Ibidem p. 56
cxiv Ibidem p. 59

cxvhttps://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/PDF/?uri=CELEX:52017SC0293&from=EN, p. 8

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Testo redatto a cura di Monica Di Sisto, Campagna Stop TTIP/CETA Italia monicadisisto@gmail.com

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