ASPETTANDO I RISULTATI DEL REFERENDUM DI DOMENICA IN GRECIA…NIENTE DI NUOVO SOTTO IL CIELO…GAS-ARMI-TRASPORTI INSOMMA AFFARI…. riporto alcuni articoli che girano in rete su alcuni motivi della crisi Greca…

juncher tsipras

…niente di nuovo sotto il sole e le stelle, ricompaiono i soliti interessi che in tutti questi ultimi anni hanno visto iniziare in tanti stati del mondo conflitti e guerre che portano solo miseria, quella miseria che questi signorotti non conoscono…I TRE PERSONAGGI GRECI CHE SONO SALITI SUL PODIO DI PAPERON DEI PAPARONI… a pagare come sempre…. i soliti umani…..UN PO DI STORIA…

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I tubi del gasdotto russo in vantaggio su quelli europei

Dalle pianure macedoni, invase dai profughi albanesi del Kosovo, la voce cavernosa del generale britannico Mike Jackson indica già nel ’99 un obiettivo strategico della guerra. «Siamo qui anche per difendere i corridoi dell’energia che attraversano i Balcani e raggiungono l’Europa», proclamò prima di entrare in una tenda per firmare il cessate il fuoco con i serbi. Ed è proprio in Serbia che si poseranno i primi tubi del South Stream, il gasdotto russo della Gazprom in joint-venture con l’Eni e la Turchia dove insieme ai francesi della Edf stanno per entrare anche i tedeschi: sarà pronto nel 2015.

Il South Stream sta vincendo il derby del gas con il concorrente Nabucco, sostenuto dagli americani e in parte dall’Unione europea. La compagnia Serbijagas, legata a filo doppio con la Gazprom, è pronta ad avviare i cantieri del tratto onshore del South Stream già nel 2012. Questo consente un grosso vantaggio sul Nabucco, che aggira la Russia, puntando direttamente sui giacimenti del Caspio e dell’Asia centrale fino all’Austria, facilitando l’affrancamento da Mosca. Una logica opposta al South Stream che dovrebbe garantire invece le forniture russe bypassando Ucraina e Bielorussia, avviluppate da anni in estenuanti contenziosi con Mosca. La pipeline scorre per 900 chilometri nelle acque turche del Mar Nero fino al porto bulgaro di Varna, per poi diramarsi in tutta Europa.

Il derby del gas è una delle partite più importanti per l’Eurasia, il continente emerso dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine dell’Urss: coinvolge direttamente la Russia, l’Europa e l’influenza degli Stati Uniti in un’area che comprende la Nato, il Medio Oriente e l’Asia centrale.

Per questo è così articolato il rapporto reso noto da WikiLeaks dell’ex ambasciatore Usa a Roma, Ronald Spogli, sulle relazioni Italia-Russia: sullo sfondo ci sono grandi interessi economici ma anche gli schieramenti nei conflitti dell’ultimo decennio, dai Balcani all’Iraq, fino all’Afghanistan. E forse anche di quelli che verranno, perché nella partita del gas l’Iran, secondo paese al mondo per riserve dopo Mosca, rimane per il momento ai margini dei grandi progetti, frenato dalle sanzioni per il nucleare.

L’evoluzione dei rapporti degli americani con Mosca e con Teheran sarà quindi fondamentale per capire il futuro dell’Eurasia, anche sotto il profilo energetico. Tanto più che Washington vede sfumare la centralità del Nabucco: alcuni dei fornitori come il Turkmenistan sembrano intenzionati a rientrare nell’orbita di Mosca per esportare a Oriente, verso l’India o la Cina.

MA ARRIVIAMO AD OGGI 2015

Andrew Korybko The Saker 28 giugno 2015TurkGasPipe-webfigLa Russia non bluffava quando ha detto che il Turkish Stream sarà l’unica via di transito del gas fuori dall’Ucraina dal 2019, e dopo tentennamenti incredulo per più di sei mesi critici, l’UE solo ora rinsavisce cercando disperatamente di mercanteggiare un’alternativa geopolitica. Fermo restando che il fabbisogno di gas ricadrà assolutamente sulla Russia nei prossimi decenni (indipendentemente dalla retorica transatlantica), l’UE vuole attenuare le conseguenze multipolari dei gasdotti pianificati dalla Russia finché può. La Russia vuole estendere il Turkish stream a Grecia, Macedonia e Serbia con un piano che l’autore ha già definito “Balkan stream“, mentre l’Unione europea vuole abolire la rotta balcanica centrale e sostituirla con una nei Balcani orientali via Bulgaria e Romania, la cosiddetta “Eastring“. Sebbene l’Eastring possa teoricamente far transitare il gas dal Caspio inviato attraverso il gasdotto TAP, la proposta invece è stata presentata ultimamente in connessione al Turkish stream, probabilmente perché possibilmente i previsti 10-20 miliardi di metri cubi l’anno rispetto al precedente (le riserve dell’Azerbaigian non possono soddisfare la domanda senza assistenza turkmena, lungi dall’essere garantita a questo punto), sono sminuiti dai 49 miliardi di metri cubi del secondo. Se l’Europa non intende collegare l’Eastringal Turkish stream, le forniture di gas russo potrebbero raggiungere il continente indipendentemente dalla rotta in questione (Balcani centrali od orientali), il che significa che c’ è una situazione sempre vantaggiosa per la Russia… forse. Le differenze strategiche tra Eastring e Balkan Stream sono in realtà molto acute e accoppiate all’impeto implicito rivelato dalla proposta dell’UE di collegare Eastring al Turkish Stream, innanzitutto significa che vanno analizzate più in profondità, prima che qualcuno salti a una conclusione predeterminata sulla natura ‘reciprocamente vantaggiosa’ dell’Eastring. L’articolo comincia identificando le differenze strategiche sottostanti traEastring e Balkan stream. Dopo aver deciso ciò, acquisite le intuizioni, s’interpretano le motivazioni di Bruxelles e le previsioni regionali implicite sui Balcani. Infine, si tocca la prolungata crisi del debito greco per illustrare come le attuali turbolenze della Repubblica ellenica siano divenute il tentativo occidentale di cacciare indirettamente Tsipras per punirlo per la cooperazione energetica con la Russia.

Le differenze strategiche
Ci si ingannerebbe assolutamente supponendo che Eastring e Balkan Stream siano progetti strategicamente simili, e siano entrambi vie di transito del gas russo verso l’Europa, promuovendo due visioni a lungo termine completamente diverse per conto dei sostenitori europei e russi rispettivamente.

Eastring:
L’UE prevede che questo tracciato eliminerà qualsiasi vantaggio geopolitico che la Russia potrebbe potenzialmente trarre dal Balkan stream riducendo l’oleodotto a niente più che un esiguo gasdotto privo di qualsiasi impatto o influenza. Potendo raggiungere questo obiettivo semplicemente facendo passare il gasdotto in Bulgaria e Romania, due affidabili Stati membri dell’UE e della NATO, le cui élite politiche sono saldamente nell’orbita unipolare. Come ulteriore garanzia la Russia non potrebbe mai utilizzare l’Eastring per gli scopi multipolari previsti, dato che gli Stati Uniti prevedono di pre-posizionare armi pesanti e 750 truppe nei due Paesi dei Balcani orientali, rafforzando ulteriormente il blocco sub-NATO del Mar Nero in costruzione negli ultimi due anni. Se gli Stati Uniti riescono a sabotare il Balkan stream e a costringere quindi la Russia a rinviarlo, in ultima analisi l’Eastring sarà l’unica alternativa realistica nell’Europa del sud-est per inviare gas in Europa, e Mosca si troverebbe nella stessa posizione strategica miserabile di quando inviava energia attraverso l’Ucraina controllata dagli USA, vanificando così lo scopo del perno nei Balcani, in primo luogo.

Balkan stream:
I russi hanno un approccio sui gasdotti del tutto opposto agli europei, comprendendone l’utilità geopolitica e cercando di utilizzare tali investimenti infrastrutturali quali strumenti strategici. Il Balkan stream va inteso come controffensiva multipolare nel cuore dell’Europa ed è esattamente per queste ragioni che la Russia è completamente contraria ad affidarsi ad Eastring quale unica rotta energetica europea sudorientale per l’UE. Mosca prevede di utilizzare Balkan stream come calamita per attirare gli investimenti dai BRICS nei Balcani, integrandolo alla Via della Seta balcanica della Cina dalla Grecia all’Ungheria. Non è quindi un caso che il terrorismo albanese filo-statunitense sia tornato nella regione dopo dieci anni, in particolare contro la Repubblica di Macedonia, il collo di bottiglia dei Balcani. La Russia scommette sulla rotta balcanica centrale per la via energetica che propone, perché sa che Serbia e Macedonia, che non sono membri di Unione Europea o NATO, non possono essere direttamente dominate dal mondo unipolare come i satelliti bulgaro e rumeno degli Stati Uniti, e vede la Grecia come l”asso’ sul punto di cadere in disgrazia presso i padroni occidentali. Questi fattori a loro volta rendono il Balkan straem eccezionalmente attraente per gli geostrateghi russi che correttamente riconoscono che i tre Stati lungo la sua rotta (Grecia, Macedonia e Serbia) sono il tallone d’Achille dell’unipolarismo occidentale in Eurasia che, se considerato con la giusta spinta, può portare al crollo finale di tutta la struttura.

Lettura del pensiero di Bruxelles
Il fatto stesso che l’UE propone Eastring quale possibile componente del Turkish stream rivela molto su ciò che Bruxelles pensa oggi. Diamo uno sguardo a ciò che è stato detto tra le righe:

Il gas russo è necessario:
Bruxelles riconosce di dover ricevere il gas russo in un modo o nell’altro, e che il corridoio meridionale del gas più che probabilmente non soddisferà le future esigenze dell’Unione (sia per l’Unione europea nel suo insieme che per la regione dei Balcani in particolare). Gli Stati Uniti lo capiscono e quindi pianificano uno scenario in cui la Russia sia costretta a fare affidamento sulla rotta unipolare nei Balcani orientali, in modo da neutralizzare il progetto da qualsiasi influenza residua multipolare, e Washington possa continuare a controllare il transito delle risorse russe verso l’Europa in futuro.

Vulnerabilità unipolare nei Balcani centrali:
Il suggerimento che i Balcani orientali sostituiscano l’oleodotto alternativo Balkan stream indica che l’occidente riconosce la vulnerabilità unipolare della rotta russa nei Balcani centrali. Questo perché la costruzione del Balkan Stream comporterebbe il rafforzamento geostrategico della Serbia emergendo come hub energetico regionale. Belgrado potrebbe quindi sfruttare ampiamente questo vantaggio reintegrando lentamente e strategicamente (ma non politicamente!) l’ex-Jugoslavia, anche se sotto l’influenza multipolare indiretta russa. Di conseguenza, i Balcani, la regione europea che indiscutibilmente dimostra il fallimento del bastone euro-atlantico, si presenteranno quale attraente opportunità non-occidentale del co-sviluppo con i BRICS. Il Balkan stream della Russia fornisce approvvigionamento energetico sicuro, mentre la Via della Seta balcanica della Cina concede accesso al mercato globale più grande, minacciando così la morsa economica che l’Unione europea attua sulla penisola. Se l’Europa non è più economicamente allettante per gli Stati balcanici (la sua attrattiva culturale e politica è roba del passato a causa dei ‘matrimoni gay’ e dell’eccessivo bullismo di Bruxelles di questi anni), perderà l’ultimo suo soft power e l’unico modello alternativo saranno i BRIC, che porrebbero nella regione una testa di ponte multipolare arivvando al centro del continente prima che qualcuno se ne renda conto.

putin-tsiprasInaffidabilità greca:
L’UE chiaramente non vede la Grecia, almeno con l’attuale dirigenza, quale strumento geopolitico affidabile per i propri interessi. Mentre l’oleodotto azero attraverso il Paese politicamente volubile è accettabile, quello dalla Russia non lo è, potendo essere usato come banco di prova per ulteriori incursioni multipolari nei Balcani centrali e comportando la rapida ritirata dell’influenza balcanica di Bruxelles (come sopra descritto). Se la Grecia fosse completamente sotto controllo unipolare, o l’occidente lo ritenesse possibile entro il 2019, allora non ci sarà la necessità di escludere il Paese. Anche se rimane la possibilità che un frammento di territorio greco possa essere usato per costruire l’interconnessione gasifera con la Bulgaria per sostenere l’Eastring, ciò non è ancora l’oleodotto che attraversa il nord del Paese secondo una rotta fuori dal controllo unipolare (a differenza dell’alternativa bulgara). Pertanto, la proposta dell’Eastring la dice lunga sulle tristi prospettive geopolitiche che Bruxelles prevede nei prossimi 5 anni in Grecia, anche se ciò al contrario può essere letto come conferma della possibilità multipolare del Paese che la Russia ha già individuato.

Le guerre per procura balcaniche:
Più che altro, la proposta di Bruxelles dell’Eastring può essere letta come disperato piano B per garantirsi le forniture di gas russo tanto necessarie, nel caso in cui gli Stati Uniti rendano irrealizzabile il Balkan Stream nella penisola centrale con una serie di guerre per procura destabilizzanti. Come già illustrato, l’UE ha bisogno del gas russo a qualsiasi costo (cosa che gli Stati Uniti ammettono malvolentieri), quindi deve assolutamente avere un piano di emergenza nel caso succeda qualcosa al Balkan stream. Le casse russe hanno bisogno di entrate, mentre le fabbriche europee del gas, quindi è un rapporto naturale d’interesse reciproco cooperare su una certa rotta o un’altra. La tesi, ovviamente, si riduce a quale rotta il gas russo attraverserà e gli Stati Uniti faranno di tutto affinché passi nei Balcani orientali unipolari e non dai multipolari Balcani centrali. Così la ‘Battaglia per la Grecia’ è l’ultimo episodio di questa saga, e la futura rotta del gas russo verso l’Europa è in bilico.

Davanti al bivio (greco)
Anche se la crisi del debito è un problema da ben prima che il Balkan stream fosse concepito, ora è intimamente intrecciata al dramma della nuova Guerra Fredda energetica nei Balcani. La Troika vuole costringere Tsipras a capitolare sull’accordo del debito impopolare che sicuramente comporterebbe la rapida fine della sua premiership. In questo momento, il principale fattore che lega il Balkan stream alla Grecia è il governo Tsipras, ed è interesse di Russia e mondo multipolare vederlo rimanere al potere fin quando il gasdotto sarà fisicamente costruito. Qualsiasi cambiamento improvviso o inatteso della leadership in Grecia potrebbe facilmente mettere in pericolo la sostenibilità politica del Balkan stream e costringere la Russia a fare affidamento sull’Eastring, ed è per queste ragioni che la Troika vuole imporre a Tsipras un dilemma inestricabile. Se accetta le condizioni attuali del debito, allora perderà l’appoggio della base e probabilmente inaugurerà elezioni anticipate o cadrà vittima di una rivolta nel suo stesso partito. Dall’altra parte, se rifiuta la proposta e permette il default della Grecia, allora la catastrofe economica risultante potrebbe por termine al supporto della base e por fine prematuramente alla sua carriera politica. Perciò la decisione del referendum nazionale sull’accordo del debito è una mossa geniale, perché assicura a Tsipras la possibilità di sopravvivere all’imminente tempesta politica-economica con risultati democraticamente ottenuti (che sembrano predire il rifiuto del debito e imminente default). Con il popolo dalla sua parte (non importa quanto ristretto), Tsipras potrà continuare a presiede la Grecia attraversando il prossimo preoccupante periodo d’incertezza. Inoltre, la continua gestione del Paese e i rapporti personali con i leader dei BRICS (soprattutto Vladimir Putin) potrebbe portare ad estendere una qualche forma di assistenza economica (probabilmente dalla Nuova Banca per lo Sviluppo dei BRICS da 100 miliardi di dollari o un’altrettanto grande riserva valutaria) alla Grecia dopo il prossimo vertice di Ufa ai primi di luglio, a condizione che possa continuare la leadership fino ad allora. Pertanto, il futuro della geopolitica energetica dei Balcani attualmente si riduce a ciò che accade in Grecia nel prossimo futuro. Mentre è possibile che un primo ministro greco diverso da Tsipras possa far progredire il Balkan Stream, la probabilità è significativamente inferiore a un Tsipras che rimane in carica. Creare le condizioni per la sua rimozione è il modo indiretto con cui Stati Uniti e UE preferiscono influenzare le rotte energetiche del futuro della Russia attraverso i Balcani, quindi ecco perché tale pressione su Tsipras in questo momento. La sua proposta di referendum chiaramente li ha colti di sorpresa, dato che la vera democrazia è praticamente sconosciuta nell’Europa di oggi, e nessuno si aspettava che si rivolgesse direttamente ai suoi elettori prima di prendere una delle decisioni più cruciali del Paese degli ultimi decenni. Attraverso questi mezzi, può sfuggire alla trappola daComma-22 che la Troika gli ha teso e così salvare anche il futuro del Balkan Stream.

Conclusioni
C’è di più nella proposta del gasdotto Eastring di quanto appaia, da qui la necessità di svelarne le motivazioni strategiche per comprenderne meglio l’impatto asimmetrico. E’ chiaro che Stati Uniti ed UE vogliono neutralizzare l’aspetto geopolitico che il Balkan Stream avrebbe ampliando la multipolarità nella regione, il che spiega il loro mutuo approccio nel tentativo di fermarlo. Gli Stati Uniti alimentano le fiamme della violenza nazionalista albanese in Macedonia ostacolando la prevista rotta del Balkan Stream, mentre l’UE comodamente propone una rotta alternativa attraverso i Balcani orientali unipolaristi quale predeterminata ‘via d’uscita’ alla Russia. Le forze euro-atlantiche cospirano nel tentativo di rovesciare indirettamente il governo greco attraverso un’elezione programmata o colpo di Stato per rimuovere Tsipras, sapendo che tale mossa infliggerebbe un colpo grave e immediato al Balkan stream. Anche se non è chiaro cosa alla fine accadrà a Tsipras o ai piani dei gasdotti della Russia, in generale è inconfutabile che i Balcani siano diventati uno dei principali e reiterati focolai della nuova guerra fredda, e la concorrenza tra mondo unipolare e multipolare in questo teatro geostrategico è solo agli inizi.

1424170133Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

 …E L’ITALIA?

Rinasce il gasdotto del Mar Nero Saipem guarda alla maxi-commessa

Un corridoio verso la Turchia dopo lo stop a South Stream

Il gasdotto avrà una capacità di 63 miliardi di metri cubi l’anno 21/01/2015

LUIGI GRASSIA
TORINO LA Stampa

Il super-gasdotto South Stream può risorgere dalle ceneri. E l’italiana Saipem potrebbe posare i tubi sottomarini dell’opera sostitutiva lavorando per lo stesso committente (la russa Gazprom) e nella stessa zona (il Mar Nero). Il South Stream avrebbe dovuto connettere i Balcani (e quindi l’Europa tutta) direttamente con il Caucaso russo, facendo transitare il metano sotto al Mar Nero, senza più passare per l’Ucraina. Ma a fine 2014 i disaccordi politici fra Mosca e Bruxelles hanno bloccato tutto. Il che non significa che la situazione resti congelata. Pochi giorni fa la Gazprom ha sparigliato le carte: ha fatto sapere che costruirà un gasdotto alternativo sotto al Mar Nero, ma stavolta in direzione della Turchia. E infatti si chiamerà Turkish Stream. Sarà una mega opera, capace degli stessi 63 miliardi di metri cubi all’anno del defunto South Stream. Ma l’idea non è di vendere tutto questo metano alla Turchia. Mosca dice che quando il nuovo gasdotto sarà operativo, chiuderà per sempre quello attraverso l’Ucraina. Dopodiché gli europei sono avvertiti: se vorranno continuare a ricevere il metano russo, dovranno andare a prenderselo in Turchia, e pensino loro a connettersi con la rete di tubi turca.

Come entra la Saipem in questo discorso? La società italiana avrebbe dovuto posare il gasdotto South Stream e incassare 2,4 miliardi di commesse. Adesso che i contratti sono stati annullati (sospesi, per essere più precisi) la stessa Saipem ha diritto a 1,5 miliardi di penali a carico di Gazprom, che si è ricomprata le quote della società South Stream appartenenti agli i azionisti occidentali. Ma questo punto: chi poserà i tubi di Turkish Stream? L’identikit è facile. Qualche anno fa la Saipem ha realizzato (guarda caso) un gasdotto sottomarino fra il Caucaso russo e la Turchia; si chiama Blue Stream e ha una portata di una decina di miliardi di metri cubi all’anno. Adesso per la Saipem si tratterebbe di costruire un secondo metanodotto nelle stesse acque (con le prospezioni già fatte e le tecnologie che Saipem ha già sviluppato) ma sei volte più grande. Da parte di Gazprom scegliere Saipem come operatore porterebbe a un accordo economico su contratti e penali che faccia felici tutti, come se il South Stream fosse stato realizzato.

Che cosa potrebbe impedire questa soluzione? Non le sanzioni europee per la crisi in Ucraina, perché colpiscono sì l’export di tecnologie petrolifere verso la Russia, ma non la posa dei tubi del gas, per la quale Saipem aveva avuto il nulla-osta a Roma del ministero dello Sviluppo, che automaticamente comportava quello dell’Ue. E infatti fino a pochi giorni prima che il progetto South Stream venisse sospeso, la Saipem continuava a lavorarci come niente fosse, e quando è arrivato lo stop nessuno (né a Bruxelles né a Mosca) ha indicato come motivo le sanzioni.

Conferma Alberto Clò, ex consigliere di amministrazione dell’Eni e direttore della Rivista Energia del Rie: «C’è un po’ d’incertezza giuridica sul perimetro delle sanzioni, ho chiesto alcuni pareri legali, ma sembra che i divieti si limitino a colpire i progetti petroliferi nell’Artico e nell’off-shore». Così Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia: «Sono coinvolte le attrezzature di perforazione, e quelle per costruire le piattaforme marine. Ma quelle per posare i tubi sembra di no». Caso mai, le sanzioni occidentali possono porre un problema indiretto di accesso al credito, ma Gazprom è un’azienda solvibile, e se vuol realizzare il progetto i soldi li trova – del resto sono soldi che, in gran parte, dovrebbe girare alla Saipem comunque. Se uno più uno fa due, il futuro è scritto.

Grecia, il capro espiatorio dei proprietari universali

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#‎όχι‬ – I greci non sono andati a Delfi a chiedere all’oracolo cosa fare. I maggiordomi dei proprietari universali sono inciampati nel tappeto.
(Sintesi – mia – dell’articolo del professor Michael Hudson, Presidente di ISLET Iistituto per lo studio delle tendenze economiche di lungo termine, Forest Hill, Ny)
Il debito greco risale al 2010. Già allora la Grecia non poteva pagarlo. Perché?
Quando entrò nella zona euro le cifre del suo debito furono falsificate. Da chi? Da Lucas Papademos, allora capo della Banca Centrale Greca, che lavorò con la consulenza, anzi agli ordini, di Goldman Sachs.
Come? Con trucchi contabili di vario genere e inventando derivati che permisero di nascondere le cifre reali.
Se ne accorse nel 2010 il Pasok di Papandreou, appena vinte le elezioni. Debito impagabile. Anche lo staff del Fondo Monetario Internazionale giunse a questa unanime conclusione. E aggiunse: si tratta di debiti fraudolenti, di gran lunga impagabili. Dovranno essere cancellati. E il consiglio dei direttori del FMI fu d’accordo con quella conclusione.
Ma Dominique Strauss-Kahn, che, quando non faceva sex parties, era a capo del FMI, voleva diventare presidente della Francia. Si consultò con Sarkozy, che gli ricordò che le banche francesi erano tra i massimi creditori. Se la Grecia non avesse pagato, sarebbero andate a bagno. Le banche tedesche venivano subito dopo. Poi, nel G-8 del 2011, Obama ricordò agli altri sette che i maggiori finanziatori della sua campagna elettorale stavano seduti a Wall Street, alla cui roulette avevano fatto un sacco di puntate sull’ipotesi che la Grecia avrebbe pagato. Non vogliamo mica che i miei amici e finanziatori vadano in rosso, nevvero?
Per cui, cari miei, dovrete sacrificare la Grecia e spingerla verso la miseria. Cioè bisogna dare i soldi al governo greco in modo che possa pagare i creditori e cioè che Wall Street non perda un centesimo.
Così la Banca Centrale Europea suggerì al FMI di non perdersi in chiacchiere. E regalò 100 miliardi di € ai creditori. Da quel momento la Grecia, invece di essere debitrice verso Wall Street (che era stata soddisfatta) divenne debitrice verso il FMI e la Banca Centrale Europea. La quale pretende di essere pagata. Ma quel debito, che era impagabile, è rimasto impagabile. Così la BCE dice: va bene, greci, vendeteci i vostri porti, le vostre terre, le vostre materie prime. Stiamo per chiudere i battenti. Se non pagherete vi prenderemo tutto. Preparatevi per l’austerità. In fondo solo il 20% della popolazione è emigrato. Potete raddoppiare l’emigrazione. Solo il 60% dei vostri giovani sono disoccupati. Potete portare il tasso di disoccupazione all’80%. Solo così possiamo prestarvi qualcosa, in modo che possiate pagarci.
I greci, ieri sera, non sono andati a Delfi a chiedere all’oracolo cosa fare. I maggiordomi dei proprietari universali sono inciampati nel tappeto e hanno rovesciato il caffé. Che guaio, non c’è lavatrice per pulirlo. E con i carri armati, com’è noto, non si pulisce il tappeto.
PS. Ho sentito ora la dichiarazione di Martin Schulz. Berlusconi aveva visto lungo quando lo definì un “kapò ideale”. Per quella battuta gli dovremmo abbonare 20 bunga bunga.

RECLAM:

Ecco chi sono i tre Paperoni greci più ricchi (e perché non pagano tasse) ricordano il sogno AMMMMERIKANO….

Mentre il Paese è stremato, i ricchi armatori ellenici continuano a macinare profitti a palate. Quasi tutti esentasse, alla faccia di Tsipras. Ecco chi sono e come fanno

1. Paperoni greci / Philip Niarchos (61 anni): patrimonio di 11.500 milioni di dollari

A guidare la classifica 2015 di Forbes è Philip Niarchos, il primogenito del celebre magnate greco Stavros Niarchos, storico rivale di Aristotele Onassis. Scomparso nel 1996, Stavros è stato uno degli uomini più ricchi del mondo, con potenti agganci negli Stati Uniti dove sposò la figlia di Henry Ford. La sua flotta di oltre 80 tra petroliere e superpetroliere , cresciuta anche grazie alla crisi di Suez del 1956, era tra le più potenti del Mediterraneo. Il figlio Philip, erede di buona parte della fortuna paterna e ora Paperone greco numero uno, ha sposato una rampolla della famiglia Guinness.

Ma come fanno a essere così ricchi, questi armatori greci, con Atene che si ritrova sul lastrico? Come fa la devastata Grecia ad avere la flotta mercantile più potente al mondo, dopo aver sorpassato quella giapponese nel 2013, in piena crisi?

La fortuna degli oligarchi greci si deve a una famigerata e indistruttibile norma costituzionale del 1967 (l’anno del colpo di stato dei colonnelli), che permette ai proprietari di navi di non pagare tasse sui profitti generati all’estero. Una manna, tanto che tra il 2000 e il 2010 sono stati trasferiti oltreconfine 140 miliardi di utili degli armatori, pari al 43% del debito pubblico greco, senza che venisse pagato un solo euro al malconcio Fisco ellenico. Tsipras aveva minacciato una patrimoniale, ma gli oligarchi hanno risposto senza scomporsi che sarebbero fuggiti all’estero con le loro attività, lasciando a piedi 250mila lavoratori greci (e mandando in fumo il 7% del Pil). Così non se ne è fatto nulla. E i ricchi greci continuano a vivere esentasse o quasi, pur con il loro Paese in default.

2. Paperoni greci / Spiro J. Latsis (69 anni): patrimonio di 11.400 milioni di dollari

 

Appena a un centinaio di milioni di euro di distanza c’è la fortuna del secondo Paperone greco, Spiro Latsis, anch’egli “figlio d’arte”: suo padre era infatti il famoso Yannis Latsis, il settimo nato di una poverissima famiglia di 21 figli diventato uno dei più ricchi e potenti magnati greci. Scomparso nel 2003, Yannis costruì un impero partendo da zero come marinaio di mercantili. Già nel 1960 possedeva una sua flotta, che non gli impedì di espandere il suo business ai settori petrolifero, edile, aeronautico e finanziario. In grado di controllare banche nel Regno Unito, in Svizzera e a Monaco, il patriarca era in ottimi rapporti con la famiglia reale saudita, ma anche con tutti i vip a cui prestò il suo sontuoso yacht “Alexandros”: come Carlo d’Inghilterra (che lo utilizzò due volte, la prima con Diana e la seconda con Camilla), l’ex presidente degli Stati Uniti George W. Bush e Marlon Brando. Da parte sua, il figlio Spiro è in ottimi rapporti con la regina Elisabetta d’Inghilterra e con l’ex presidente della Commissione europea Barroso, più volte ospite sul suo enorme yacht da 123 metri (lungo come una fregata lanciamissili della classe Maestrale).

3. Paperoni greci / Vardis Vardinoyannis (82 anni): patrimonio di 9.100 milioni di dollari

Nato a Creta in una famiglia di contadini poverissimi, con sette tra fratelli e sorelle, Vardis ora possiede quasi 100 società che spaziano dalle flotte mercantili al petrolio, dalla finanza ai media. E’ uno degli uomini più potenti di Grecia. Fece fortuna negli anni Sessanta violando con una delle sue navi il blocco economico imposto dall’Onu alla Rhodesia del Sud (l’attuale Zimbabwe) durante la guerra civile. Amico della famiglia Kennedy, ottenne un contratto d’esclusiva per il rifornimento delle navi militari della sesta flotta statunitense, costruendo una gigantesca raffineria vicino al Canale di Corinto proprio a uso e consumo di portaerei e incrociatori della Us Navy. Fondatore nel 1989 del primo canale tv privato greco, Mega Channel, Vardinoyannis e la sua famiglia hanno controllato per decenni anche il Panathinaikos, uno dei principali club calcistici greci.

LA CRISI GRECA E LE SPESE MILITARI, CHI TRA I PAESI NATO SEGUE LE ORME GRECHE

Finian Cunningham Strategic Culture Foundation 02/07/20150,,16783331_303,00Conseguenza importante del conflitto ucraino e del confronto tra occidente e Russia è l’aumento drammatico della spesa militare in diversi Paesi europei. Tuttavia, questa militarizzazione senza precedenti delle economie europee preannuncia un disastroso futuro debito paralizzante di tipo greco per tali Paesi. I più a rischio della futura sbornia di spese militari nei prossimi anni sono Paesi baltici, Polonia e Paesi scandinavi. Il risultato può effettivamente spiegare perché Washington e i più stretti alleati della NATO hanno intrapreso ciò che appare un pericoloso confronto geopolitico con la Russia. Le tensioni sono alimentate dalla presunta minaccia russa, soprattutto da Washington, che a loro volta portano a lucrose vendite di armi per il Pentagono e il suo complesso militare-industriale. Il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha recentemente assicurato che l’alleanza militare guidata dagli Stati Uniti “non sarà trascinata in una corsa agli armamenti con la Russia“, ma questo è esattamente ciò che sembra accadere, almeno per i membri o partner orientali europei e scandinavi della NATO. L’agenda del confronto, veementemente articolata da Washington, non è tanto istigare una guerra totale tra NATO e Russia. L’ex-ambasciatore statunitense in Russia Michael McFaul lo scorso fine settimana ha affermato che “solo un pazzo invaderebbe la Russia“. Tale ammissione può effettivamente misurare con precisione i calcoli di Washington. Nonostante il continuo atteggiamento aggressivo degli Stati Uniti verso la Russia, il vero obiettivo infatti non contempla la guerra con Mosca, ma piuttosto creare un clima di paura e insicurezza sulla presunta minaccia russa, per aumentare la spesa militare dei membri della NATO. Nell’ultimo rapporto sulle spese militari in Europa del Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) nota: “La crisi politica e militare in Ucraina ha portato ad una maggiore rivalutazione della percezione delle minacce e delle strategie militari in gran parte d’Europa. Percezione delle minacce aumentate hanno comportato appelli in Europa per aumentare la spesa militare, in particolare, al rinnovato impegno dei membri della NATO a spendere almeno il 2 per cento del loro PIL per la difesa“. Nelle crescenti spese militari nel 2015 rispetto all’anno precedente rientrano: Repubblica Ceca (+ 3,7%), Estonia (+ 7,3%), Lettonia (+ 15%), Lituania (+ 50%), Norvegia (+ 5,6%), Polonia (+ 20%), Romania (+ 4,9%), Repubblica Slovacca (+ 7%), e la Svezia che aderisce alla NATO (+ 5,3%). Significativamente, la maggior parte dei membri europeo-occidentali della NATO riduce o congela le spese militari, come Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Portogallo, Danimarca e Spagna. Tra i maggiori acquirenti militari, la Polonia ha il maggiore esborso finanziario con circa 35 miliardi di dollari anni fino al 2022. In confronto, gli Stati baltici di Lituania, Lettonia ed Estonia hanno spese assai minori in dollari assoluti. Ma ciò che è importante è relazione alle loro economie molto più piccole. Come nota SIPRI: “Nel medio-lungo termine, l’aumento dell’80 per cento o più delle spese militari richiesto da alcuni Stati, per raggiungere l’obiettivo del 2 per cento, è senza precedenti per i membri della NATO in tempo di pace. Dalla fine della guerra di Corea nel 1950-53, l’andamento dei bilanci militari di quasi tutti i membri della NATO, in percentuale del PIL, andava verso il basso o la stagnazione, anche durante i periodi di maggiore tensione con l’Unione Sovietica”.
Gli Stati Uniti quali maggiore esportatore di armi nel mondo ci guadagnano decisamente da bilanci e mercati europei ampliati, con la vendita di sistemi missilistici, carri armati, navi da guerra e aerei da combattimento. Il vantaggio per il Fondo monetario internazionale (FMI) dominato da Washington è che l’indebitamento dei Paesi spendaccioni verso i militari è la conseguente futura coercizione economica, che permetterà l’esproprio via austerity delle economie a vantaggio del capitale finanziario occidentale. Il processo non è dissimile da ciò che è già accaduto in Grecia. Nel diluvio dei reportage occidentali sulla crisi del debito greco, un aspetto chiave rimane stranamente occultato. Il fatto che l’onere del debito da 320 miliardi di dollari della Grecia sia in gran parte dovuto a decenni di militarismo esorbitante. Secondo alcune stime, almeno la metà del debito totale greco, oltre 150 miliardi di dollari, è dovuto alle spese militari. Prima dell’inizio della crisi del debito nel 2010, la Grecia spendeva circa il 7 per cento del PIL per la difesa quando molti altri Paesi europei spendevano circa il 2 per cento. Anche ora, cinque anni dopo il collasso economico, la Grecia ha ancora la più alta spesa militare dell’Unione europea, il 2,2 per cento del PIL. Nell’alleanza militare della NATO, la Grecia ha la seconda più alta spesa di questo tipo dopo gli Stati Uniti, che assegnano circa il 3,8 per cento del loro PIL ai militari. Il governo greco di Alexis Tsipras e i creditori istituzionali come Unione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale hanno diligentemente ignorato un’opzione lampante per cercare di porre le finanze nazionali della Grecia su basi più solide, la contrazione massiccia militare del Paese. Se la Grecia dovesse ridurre la spesa militare della metà, a circa l’1 per cento del PIL, come Italia, Belgio, Spagna e Germania, potrebbe assegnare 2 miliardi per soddisfare le esigenze immediate del FMI e contribuire ad evitare le misure di austerità drastiche richieste dalla troika UE/BCE/FMI. Ma c’è una buona ragione per cui la troika dei creditori rifiuta questa opzione. La stravaganza militare della Grecia per molti anni è stata un miniera d’oro per le industrie belliche tedesche, francesi e statunitensi. Di 150 miliardi di dollari di spese militari dalla Grecia fino al 2010, il 25 per cento degli acquisti riguardava la Germania, il 13 per cento la Francia e il 42 per cento gli Stati Uniti, secondo i dati SIPRI. Non è un caso che i grandi creditori istituzionali della Grecia sono i governi tedesco e francese, che raccolgono 100 miliardi di dollari. Gran parte del capitale prestato alla Grecia è stato speso per sistemi d’arma tedeschi e francesi come carri armati Leopard e aerei da combattimento Mirage, oltre che per gli statunitensi F-16. In un’intervista al Guardian nell’aprile 2012, il parlamentare greco Dimitris Papadimoulis accusava Berlino e Parigi di “ipocrisia” perché, come spiegò: “Beh, dopo l’inizio della crisi economica (nel 2010), Germania e Francia cercavano di siglare lucrosi accordi sulle armi anche quando ci spingevano a tagliare in settori come la salute“. Così Berlino e Parigi consapevolmente gonfiarono il debito della Grecia per dare un grosso mercato alle loro industrie della difesa. Quella porta girevole della finanza girava anche con la corruzione. Nell’ottobre 2013 l’ex-ministro della Difesa della Grecia Akis Tsochatsopoulous, del governo PASOK, fu imprigionato per 20 anni per corruzione riguardante 75 milioni di dollari e decine di funzionari di Atene. L’azienda tedesca Ferrostaal fu costretta a pagare 150 milioni di dollari per il suo ruolo nel racket delle armi, assicurandosi la vendita di quattro sottomarini Tipo 214 alla Grecia per circa 3 miliardi dollari. Il comodo spauracchio nello scenario greco era la Turchia che invase Cipro nel 1974, dipinta quale perenne minaccia alla sicurezza alla Grecia. Washington, Berlino e Parigi assieme ai politici corrotti di Atene, sfruttarono la minaccia turca per far girare la porta dei prestiti e spese militari. La triste fine di tale scenario è la crisi del debito greco, rilanciata dallo stupro economico del Paese da parte di FMI e potenze europee, soprattutto Berlino e Parigi. Un’altra ironia di tale moderna tragedia greca è che la presunta minaccia turca accentuata da Washington e alleati europei, suscitando la massiccia militarizzazione della Grecia, fu attribuita a un altro membro della NATO, la Turchia. Che fine ha fatto l’articolo 5 della NATO sulla sicurezza collettiva in questi anni d’insicurezza? Quanto è più facile per Washington ed alleati della NATIO presentare la Russia con i vecchi stereotipi della Guerra Fredda quale minaccia alla sicurezza di Europa orientale e Scandinavia?
L’aumento della spesa militare dei Paesi di Europa orientale e Scandinavia sembra uno stratagemma riuscito. Il complesso militare-industriale degli Stati Uniti e dei suoi omologhi tedeschi, francesi e inglesi rastrellerà miliardi di dollari nei prossimi anni dai membri minori della NATO, opportunamente spaventati dallo stupido “spettro russo”. Ma se la storia del militarismo in Grecia è da seguire, una crisi del debito ‘greco’ è in serbo per Stati baltici, Polonia e scandinavi. La protezione della NATO guidata dagli Stati Uniti? Più che altro il racket della protezione NATO a guida USA.pipinosLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

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