La Biblioteca dei Somari: Morimondo, il Libro di Viaggio che vi Fará Rimpiangere Tex Willer e La Settimana Enigmisticaa

Morimondo, di Paolo Rumiz il libro di viaggio che vi fará rimpiangere Tex Willer e la Settimana Enigmistica

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Nella piccola Italia odierna, dove intellettuale fa rima con banale, e lettore con consumatore, criticare il mostro sacro del racconto di viaggio Paolo Rumiz é sicuramente impopolare. Ma dopo aver seguito per 300 e piú pagine la navigazione fluviale di Rumiz attraverso il Po, anzi la Po, o meglio Po (con o senza articolo? femminile o maschile? il dilemma é attanagliante), ci si sente in diritto di esternare. A partire dal titolo, Morimondo, per l’autore simbolico e un poco spiccio richiamo al memento mori, un po’ piú difficile da digerire per il lettore del posto, abituato alle gite in bici e ai risotti nei paraggi dell’abazia.  Ma l’itinerario é tutto cosparso di simboli, che il Rumiz si perita di spiegare fin nei minimi dettagli, come se i lettori fossero una scolaresca in gita studio. Vengono esplicitati i dialoghi, cui seguono sempre spiegazioni, chiose e brevi sommari. Non si salvano neanche le rare battute, che vengono o annunciate o parafrasate, per essere sicuri che al lettore non sfugga nulla, o meglio che il lettore stesso non sfugga e non riesca ad esercitare la sua libertá di immaginare, associare, ricordare. Tutto é puntigliosamente descritto e al lettore non resta che accasciarsi e lasciare scorrere il film che assomiglia sempre piú a un lungo spot pubblicitario, i mulini del (della? di?) Po al posto di quelli bianchi. A ravvivare la narrazione ci pensa l’esotismo rumiziano che si diffonde a ondate, fra le rive del fiume, invadendo le pagine con evocazioni, canzonette slave, ritornelli ebraici, rime greche, filastrocche germaniche e italici giovinetti remator.

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Rumiz ha discusso con georgiani, russi, serbi, ha confezionato dolcetti natalizi con delle massaie austriache, ha dialogato con popi ortodossi,  ha bivaccato sull’Himalaya e i Balcani naturalmente sono casa sua. Il fiume padano evoca la Neva, la Drina, il Volga, la Stava, ma anche i fiumi africani “dove la notte i grandi mammiferi vanno a rotolarsi nella corrente”. Via via il lettore é travolto da un mappamondo di luoghi comuni:  i russi sempre in tuta mimetica e armati fino ai denti, gli slavi sempre a cantare e suonare fanfare, i cieli dell’Indukush sempre stellati e il lamento del Tango che sempre riempie di sensuale melanconia.  Intile pensare di ricalcare le esperienze iperboree dell’autore: in Armenia un pastore, estasiato dai racconti di Rumiz (in armeno?) lo invita a un brindisi per celebrare il giorno piú bello della sua vita… Nella Russia subartica (praticamente metá paese…) coi suoi racconti (in russo?) fa piangere omaccioni armati dell’eterno kalashnikov; per la disperazione? Questo non lo spiega. Inarrivabile!

Per descrivere l’avventura fluviale, il nostro si avvita in estenuanti divagazioni, sequele di aggettivi pindarici, prolissi resoconti di sogni (sic!) e la sempiterna immagine della donna-morte che lo perseguita da Budapest a Atene, passando per il Baltico fino a Morimondo, da qui appunto il titolo. Una delle regole della composizione musicale invita a moderare le ripetizioni: una sequenza, un motivo, una frase, non deve ripetersi piu’di tre volte, pena la perdita di tensione e la noia.  Ovviamente Rumiz non conosce la regola, o forse la trova troppo limitativa e mortificante: una volta scovata un’idea, un’immagine o un’associazione, vi si avvinghia con prolissa aviditá, e il lettore la ritrova a pagine alterne, sempiterna  cadenza. Ancora?

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Ma torniamo al fiume, di cui si raccontano le peripezie poco edificanti in un Paese che sembra mettere un impegno fuori al comune per dissipare e annientare le proprie risorse. Bravo Rumiz, l’impegno messo nel descrivere le malefatte é efficace. Peccato peró che le acque sorgenti del Po si trovino in gran parte in quella parte d’Italia, la Val di Susa, che da anni, esperienza unica e meritevole per tenacia, sta difendendo i propri territori da queste nefandezze. Ma non ne viene fatto cenno: Rumiz conosce bene il marketing correct e si tiene alla larga da tutto quanto potrebbe contribuire a schierare il libro altrimenti che dalla parte delle lamentazioni generiche, per le quali non esiste altro rimedio che un buon piatto del cibo locale, nell’unica locanda rimasta autentica. Inutile cercarla, al lettore viene fatto capire che  solo all’autore, affetto da bulimia egotista, é dato di assistere a scene indimenticabili, viste perdute per sempre, suoni e sapori mai provati e storie d’ora in poi inudibili. Il “Pierre Loti”fluviale  ha fatto man bassa dei battellieri, dei traghettatori e dei pescatori. Gli ultimi li ha incontrati lui. Le Mirande, le Rosanne e le Line hanno cucinato i loro ultimi piatti per lui. I fantastici personaggi del fiume sono apparsi a lui, come un’ultima, epica, epifania. Ai  lettori, dopo questa narrazione che strizza l’occhio rispettivamente alle Guide del Touring, a quelle del Gambero Rosso, a e altre bibbie dell’odierno viaggiare, non resta che vagare con il libro in mano, cercando fra  gli imbarcaderi cancellati e le locande sparite qualcuno con cui attaccare bottone sperando che emerga qualche rumiziana memoria. Coraggio!

 

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