Monsieur le Président. Lettera a Sergio Mattarella

«Monsieur le Président / Je vais vous fais une lettre / Que vous lirez peut-être / Si vous avez le temps»… Così cantava il “poeta maledetto” e chansonnier Boris Vian nel 1954, nel pieno della crisi franco-indocinese, che avrebbe portato alla disfatta francese di Dien Bien Phou. Signor Presidente, scrivo, ripetendo come Vian il dubbio che Ella leggerà mai queste righe.

Le scrivo per esprimerle amarezza e sconcerto dopo il suo discorso del 10 febbraio, in cui non si è limitato a rendere onore a quelli che, nella narrazione corrente, ormai sono i «martiri delle foibe», ma ha usato ancora una espressione storicamente errata, politicamente pericolosa, moralmente inaccettabile: «pulizia etnica». Ella, signor Presidente, è caduto nella trappola della equiparazione del grande, spaventoso crimine, il genocidio della Shoah, con gli avvenimenti al Confine Orientale, tra Italia e Jugoslavia, fra il 1941 e il 1948, grosso modo. Non pretendo che abbia letto il mio precedente intervento sulle pagine del Manifesto, del 9 febbraio, ma un’occhiata, se avesse un minuto di tempo, mi permetto di suggerirle di dare a quell’articolo. Nel Suo discorso Ella ha precisamente ribaltato il mio argomentare, che poneva in guardia dall’uso scorretto del termine «negazionismo», che si riferisce, propriamente, alle ideologie che negano Auschwitz, ossia sostengono che mai è esistita una volontà sterminazionista e genocidaria nel nazismo.

Da qualche tempo, ahimè, la destra estrema si è impadronita della parola e la va usando a proprio piacimento, e in particolare ne fa uno strabiliante abuso sulla «questione foibe», e applica l’etichetta, che ovviamente suona infamante, a chi semplicemente si impegna, scientificamente – tutti gli storici degni di questo nome – , nella ricerca della verità in merito alle «complesse vicende del Confine Orientale», come recita la legge del 2004, istitutiva del «Giorno del ricordo», non a caso voluto a ridosso di quello «della memoria» che dovrebbe invece rammemorarci, nel giorno dell’apertura dei cancelli di Auschwitz da parte dell’Armata rossa.

Ella, signor Presidente, non senza un palpabile disprezzo, ha parlato di «piccole sacche di deprecabile negazionismo militante», che si ostinerebbero a «negare»: che cosa? La «pulizia etnica» che viene identificata come la somma dei «crimini comunisti» in quelle terre. E lodevolmente, Lei, signor Presidente, invita allo studio della storia. Ma è precisamente ciò che i «negazionisti» nel distorto messaggio che Ella ha tenuto, cercano di fare, e vengono insultati, isolati, quasi cancellati. E mentre giornalisti senza etica e politici in caccia di voti snocciolano cifre fantastiche (1000, 2000, 10.000, 20.000, fino alle 30.000 annunciate da un tg nazionale ieri in apertura…), il paziente lavoro dei ricercatori propone un’altra versione, frutto dello scavo (compreso quello tremendo delle cavità del Carso chiamate “foibe”), dell’accumulo di documenti, delle prove testimoniali verificate.

La storiografia ci dice tutt’altro dalla chiacchiera politico-mediatica: le vittime accertate, ad oggi, furono poco più di 800 (compresi i militari), parecchie delle quali giustiziate, essendosi macchiate di crimini, autentici quanto taciuti, verso le popolazioni locali: nessun generale italiano accusato di crimini di guerra è mai stato punito.

E 400mila civili slavi rastrellati, deportati, torturati e fucilati semplicemente vengono cancellati. Spiace che anche le autorità istituzionali a Lei seconde e terze, abbiano ritenuto di usare espressioni gravi quanto infondate: «Genocidio programmato contro gli italiani», dice la presidente del Senato; «Le atrocità nazifasciste non sono una giustificazione», aggiunge il presidente della Camera.

Spiace soprattutto che le Sue parole abbiano, involontariamente, offerto un formidabile assist ai soliti Salvini – che equipara tout court Shoa e foibe pericolosamente banalizzando l’Olocausto – e Meloni, ai quali non è sembrato vero di poterne approfittare con altri inquietanti anatemi, mentre l’intero schieramento della destra usava con cinica disinvoltura il Suo discorso, Presidente, per berciare contro «i negazionisti» (etichettati senza mezzi termini «comunisti»).

Ieri la delegazione del Pd ha abbandonato le celebrazioni alla cosiddetta foiba di Basovizza, davanti alla plateale strumentalizzazione da parte della destra. Episodio che dovrebbe forse indurLa, Presidente, a una maggior prudenza.

Il Suo discorso, mi consenta, insomma, fa un grave torto alla conoscenza storica, che Ella, lodevolmente, incita a perseguire, e genera conflitti che Ella e la legge del 2004 vorrebbero chiudere.

Angelo Dorsi

La giornata del ricordo alla foiba di Basovizza è stata tutta imperniata sulla condanna inappellabile degli «orrori del comunismo» e sul proposito di togliere la voce a chi non si adegui alle narrazioni ufficiali. Ai partigiani di Tito, comunisti, si aggiunge una colpa ulteriore: di essere slavi e, quindi, di aver voluto annichilire la presenza italiana in terre che ritenevano loro.

L’ESTERNAZIONE del presidente Mattarella è stata ascoltata, accolta e amplificata. Nessun dubbio che le foibe rappresentino un tentato genocidio ai danni degli italiani. La shoa e le foibe sono assimilate, «non ci sono morti di serie A e di serie B» ha chiosato Salvini, entrambe sono accumunate da un unico intento criminale: nazismo e comunismo, le due facce del male assoluto. «No ai negazionismi» aveva detto il presidente della Repubblica «le foibe non sono state una risposta al fascismo ma una persecuzione mascherata da rappresaglia». Detto questo, ogni ulteriore parola contro l’antifascismo sembra legittimata e, infatti, Salvini non si è fatto scappare l’occasione.

I partigiani di Tito sono stati massacratori feroci, è necessario che si smetta l’indifferenza e si ritrovi l’unità nel rendere omaggio «ai martiri, migliaia di donne e bambini, massacrati dai comunisti solo perché italiani». Ci sono documenti ufficiali che rendicontano sulle ricognizioni sostanzialmente infruttuose effettuata nella foiba di Basovizza ma se Salvini vuole che ci siano centinaia, addirittura migliaia di corpi, basta dirlo ed ecco che può diventare verità inconfutabile. D’altra parte, per lui, «sono pochi i negazionisti rimasti».

Soltanto il presidente del Consiglio Conte, in contemporanea nell’aula del Senato, ha usato toni più morbidi ricordando la necessità di difendere la convivenza pacifica di queste terre dal rischio di nuovi odi. A Basovizza la cerimonia è stata poco orientata alla pacificazione e al rispetto della memoria. È tutta contro Tito l’invettiva di Dipiazza, il sindaco a trazione leghista di Trieste che, all’unisono con Giorgia Meloni, chiede che l’Italia tolga le onoreficenze attribuite all’ora Presidente jugoslav, e dichiara anche il proprio sconcerto per la proclamazione di Rijeka/Fiume a Capitale Europea della Cultura 2020 dove non ci sarebbe «niente di culturalmente interessante».

I rappresentanti del Pd presenti si sono allontanati sconcertati, quel che è troppo è troppo: «Non possiamo accettare l’operazione di Dipiazza che, con 70 anni di ritardo, declina il ricordo in sfida nazionale ai Paesi successori della Jugoslavia» dirà poco dopo la Segretaria provinciale del Pd Laura Famulari «abbiamo visto un sindaco attestato sulle posizioni della destra anni ’70, nazionalista dura e antislava. Non è così che si onorano le vittime».

Il presidente della Regione, Massimiliano Fedriga, ha ribadito dal palco quanto già annunciato in Consiglio Regionale: non più un euro per chi dovesse ancora negare l’orrore del comunismo, delle foibe, dell’esodo.

Anche per il vescovo di Trieste è il contesto è sembrato consono per inneggiare alla «Patria come radice di ogni uomo, da difendere dalle spinte mondialiste» e, continuando a citare Woytila, ricorda che «la Patria, dopo Dio padre e madre è il quarto comandamento». Contro i «negazionisti», con foga, anche Gasparri che cita ampiamente il presidente Mattarella e inneggia a queste terre italiane: «Il tricolore sventola a Trieste e a Basovizza più che altrove».

A poco più di cinquecento metri il paesino di Bazovica, abitato quasi esclusivamente, ancora oggi, da sloveni che sanno dov’è la foiba ma sanno anche dov’è il monumento che aveva reso famoso il paese tra tutti gli antifascisti: sono stati fucilati qui i primi condannati a morte dal Tribunale Speciale fascista in trasferta a Trieste. Era il 6 settembre 1930 e da subito il luogo dell’eccidio era diventato meta di pellegrinaggio per gli sloveni e per gli antifascisti di ogni colore.
Il 10 febbraio «giorno del ricordo» era stato vissuto fin’ora dagli abitanti del paese come qualcosa di estraneo, come una passerella che la destra più retriva utilizzava per spargere erba infestante che, pensavano, non avrebbe attecchito. Quest’anno, però, qualcosa è sembrato rompersi e il cielo diventare più nero: non bastando la cerimonia della mattina, ieri sera si è svolta una fiaccolata che ha percorso la strada principale del paese. Trieste Pro Patria e Lega Nazionale gli organizzatori ma c’era anche Casa Pound e un bel manipolo di Forza Nuova.

Il paese, apparentemente deserto, è rimasto sgomento: le ultime fiaccole che avevano sfilato sul Carso erano state quelle dei rastrellamenti nazifascisti, con i paesi dati alle fiamme su tutto l’altopiano. C’era anche rabbia: «Pulizia etnica? Ma di cosa parlano? Com’è che sono tornati a casa i soldati dell’esercito italiano in rotta? In migliaia sono stati accolti tra i partigiani in Montenegro e altri, vestiti e sfamati dalla popolazione, sono stati aiutati a sfuggire ai tedeschi. Si combatteva contro i nazifascisti non contro gli italiani!». Una signora anziana, dietro le persiane con un rosario tra le dita, prega perché si smetta di buttare benzina sulle braci. Ma i muri dei paesi del Carso, intanto, si riempiono di scritte con il simbolo di Casa Pound: «Partigiani titini comunisti assassini».

Dalla Slovenia le prime proteste: il Presidente della Repubblica Borut Pahor ricorda «l’importanza del rispetto delle verità storiche che in Italia vengono ancora ignorate», mentre il partito socialdemocratico sloveno condanna fortemente ogni tipo di riabilitazione del fascismo «che ha tolto la vita e segnato per la sofferenza milioni di persone distruggendo le basi della democrazia e i valori della pace e del rispetto».

Marinella Salvi

Qui sotto l’audio della trasmissione di Rai Storia del 10 febbraio 2020

 

 

 

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