La Grande Noia

Non ho mai capito bene il significato della frase “un’occasione persa” che spesso viene pronunciata da chi ha il compito di recensire film. Forse potrebbe riferirsi a una mancata conferma da parte di chi, disponendo di grandi risorse, ha avuto la possibilità di costruire ed affrontare una grande opera cinematografica. Ecco questa forse è l’occasione. La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino è in tal senso un’opportunità cinematografica mai affrontata. E’ come un’esibizione tennistica, costruita da un impresario attento a fare in modo che i giocatori si trovino perfettamente a loro agio, il pubblico si senta partecipe della qualità dell’evento senza subire la tensione del gesto agonistico.

Al di là delle metafore tennistiche, il sesto film dell’autore napoletano è in sottofondo un terreno brullo che manifesta le insicurezze di chi l’ha scritto. Perché, per andare al punto, i limiti del regista sono quelli dello scrittore/sceneggiatore Sorrentino .  E’ giusto ricordare che il regista è autore di un romanzo “Hanno tutti ragione”, e di una raccolta di racconti “Tony Pagoda e i suoi amici “che narrano le gesta di Tony Pagoda, il Tony Pisapia de “L’uomo in più” (che forse ha cambiato nome per non fare incazzare il sindaco di Milano, dato che il protagonista è un puttaniere cocainomane..). Tornando al film, La Grande Bellezza pesca a piene mani nel più semplice immaginario felliniano mischiandone gli archetipi più desueti (da la dolce vita a 8e mezzo) con le consuete tematiche del cinema del regista de “Le conseguenze dell’amore”..

La mano è greve, però; non c’è traccia della “genial-grazia” felliniana (nessuno ha nobilitato e poetizzato la pattumiera italica come quel vecchio sporcaccione romagnolo..)

L’impianto cinematografico sorrentiniano è più oliato della difesa a zona di Franco Scoglio: una figura centrale –Servillo/Toni Pisapia, Servillo/Titta e persino Servillo/Andreotti-, che naviga in acque torbide fino a contemplare quelle Colonne d’Ercole che rappresentano il proprio baratro esistenziale. Oltre il quale non c’è un cazzo, se non il Nulla nel quale affondare (il mare di Napoli per Toni Pisapia, il cemento per Titta ne “Le conseguenze dell’amore”, la divina bellezza dell’eterna Roma puttana di Jep). Un’operazione che ricorda quei film di circa trent’anni orsono che ponevano un eroe , un campione di arti marziali o un agente segreto, in contesti diversi sulla distanza di almeno tre pellicole.

Il gioco di Sorrentino si risolve in un cambio di maschera. Che dovrebbe ben riuscire al fenomeno Servillo ma che, diretto dal fido regista, giunge ad un epilogo insperato: la costruzione della maniera di se stesso (un processo in atto da almeno tre anni, complice il narcisismo dell’artista..). In tal senso la parabola è assimilabile al De Niro decadente rappresentato dalla smorfia “stai dicendo a me” reiterata dai tempi di Taxi Driver. Sarebbe da reato penale accanirsi unicamente contro Toni Servillo. Dato che sul nostro giornale snob non lo siamo, ci piace sporcarci le mani. E lo facciamo definendo l’interpretazione di Carlo Verdone una MERDA. Ma per quale motivo non è stato allontanato dal set? Ha portato finanziatori?…Altra macchietta di lusso del cinema italiano che, non potendo indossare i panni per lui familiari del coatto, indossa quelli dello scrittore nevrotico e fallito (vedi quella cagata da lui diretta ed interpretata nel  1992 intitolata “Maledetto il giorno che ti ho  incontrato”). Altro non è che il Verdone nevrotico e frustrato, mai pienamente annoverato tra i maestri della Commedia all’Italiana..dubito ci sia stata questa consapevolezza nella prova dell’attore (è un noto vanesio). Su Sabrina Ferrilli si può invece dire che ormai non è più in grado di recitare battute a meno  che non stia seduta su un divano di produzione ciociara (la coscialunga veltroniana rende meglio negli spot).

La menzione d’onore va ai critici californiani, e non , che hanno premiato con il globo d’oro il film più sopravvalutato degli ultimi vent’anni.

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Tony Servillo

 

 

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Fawaz Gruosi

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