Job act & EXPO: Il punto da Rho

 RICEVIAMO e PUBBLICHIAMO da SOS Fornace di Rho 

1° DOMANDA: Cosa è cambiato con l’entrata in vigore della Legge n° 78 del 16 maggio scorso, il Decreto Lavoro Poletti – Renzi, ovvero la prima parte del Jobs Act?

RISPOSTA: Con l’entrata in vigore della Legge n° 78, ovvero la prima parte del cosidetto Jobs act, il legislatore è intervenuto in maniera “stravolgente” soprattutto sul contratto di lavoro a tempo determinato e sull’apprendistato in una logica di completa liberalizzazione-deregolazione delle suddette tipologie contrattuali. La durata massima del contratto a tempo determinato è di 36 mesi, comprensivi di eventuali proroghe e rinnovi, se le mansioni restano le stesse. Viene eliminato, per tutti i rapporti a tempo determinato, l’obbligo di indicare le esigenze di carattere tecnico, organizzativo, produttivo che hanno indotto il datore di lavoro ad apporre una scadenza al contratto (acausalità dei contratti a termine). Il vero dato preoccupante è che, con questo ultimo intervento legislativo, il contratto viene, volontariamente e colpevolmente, snaturato: da strumento per assumenre manodopera aggiuntiva “temporanea” a strumento, come altri (vedi apprendistato), volto a favorire l’ingresso nel mercato del lavoro ad asseriti soggetti svantaggiati, tale da far concorrenza e f sembrare inutile, prima che ancora appaia sulla scena legislativa nazionale, il cd. contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato a tutele crescenti. Insomma, un altro strumento di reclutamento di forza lavoro perennemente in prova dall’immenso esercito di riserva.

Per quanto riguarda il contratto di apprendistato, è stata ridotta, anche dal punto di vista formalistico, ai minimi termini l’obbligatorietà del piano formativo individuale, determinando ancora una volta uno scambio ineguale a danno dei lavoratori: riduzione del contenuto formativo del rapporto di apprendistato a fronte dell’accrescimento degli sgravi previdenziali a favore dell’imprese, che posso continuare a sotto inquadrare e, quindi, retribuire di meno gli apprendisti.

 

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2° DOMANDA: Quali cambiamenti si prospettano con l’entrata in vigore della seconda parte del Job Act? E cosa ne pensi del dibattito riguardo l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e sulla possibilità di “spalmare” il Tfr in “busta”?

 

 

RISPOSTA: Ad oggi, le informazioni in merito alla seconda parte del Jobs Act sono scarne, opache e ancora relegate nel segreto de “pensatoi” governativi. Al momento, possiamo solo osservare una legge delega piuttosto ampia e generica, ma tale proprio perchè il Governo vuole mano libera per intervenire in materia di rapporto e mercato del lavoro senza alcun controllo parlamentare.

Per quanto riguarda la proposta di inserire il Tfr in busta paga penso che sia, oltre che una misura propagandistica ed inutile, un chiaro segno della logica di breve termine che pervade l’azione del Governo Italiano, ma non solo, anche in materia lavoristica e fiscale. In questo ambito, ma purtroppo non solo in questo ambito, la logia e l’azione del capitale, sempre più globalizzato, si sovrappone a quella delle forze politiche nazionali, anche cosiddette socialdemocratiche e progressiste. Certamente, due spiccioli in più in tasca ai lavoratori non serviranno a far recuperare loro la perdita di potere d’acquisto subita negli ultimi 20 anni, quale frutto di una predatoria azione di erosione salariale attuata unilaterlamente dal capitale nel silenzio assordante, e quindi, colpevole delle forze politiche e sindacali “responsabili”.

3° DOMANDA: Qual’è il clima politico, economico e culturale in cui nasce questa Riforma? E secondo te si può dire che il Job Act e la precarietà che ne deriva è il frutto dei diktat europei?

 

RISPOSTA:  La riforma in questione nasce e si sviluppa in un contesto di progressiva divaricazione tra il mondo dei rappresentanti e dei rappresentati, anche per quanto riguarda il mondo del lavoro. In Italia, in particolare, abbiamo un quadro politico compatto, comprensivo anche e, soprattutto, delle forze politiche del cd. centrosinistra, esplicitamente prono ai diktat neoliberisti provenienti dall’Europa e non. Ancora una volta, in nome di un asserito, e mai provato, interesse nazionale e senso di responsabilità, le forze politiche italiane espongono le classi subalterne a politiche e misure di macelleria sociale. L’idea di fondo che attraversa anche una certa intellighenzia di cd. sinistra è rappresentata dal motto: “meglio un’occasione di lavoro, qualunque essa sia e pure se priva di diritti e tutele, che niente…”.

Da ormai più di 15 anni, la maggior parte della sinistra politica e sindacale di questo paese ha smesso di comprendere le trasformazioni del mondo del lavoro e di elaborare politiche strategie in grado di coniare una nuova civiltà del lavoro, dove i diritti siano prerogativa della persona del cittadino lavoratore, anzichè ancorati alle differenziate tipologie contrattuali in vigore.

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4 ° DOMANDA: Ci sono dei legami tra il Jobs Act e l’Expo 2015 e il lavoro gratuito?

 

RISPOSTA: Anche se non è facile districarsi nell’individuare il rapporto tra causa ed effetto per quanto riguarda il legame tra il Jobs Act ed Expo 2015, non vi è dubbio che Expo 2015 sarà uno straordinato terreno di sperimentazione delle politiche del lavoro targate Jobs Act, dove vi è un ancora più pericoloso coinvolgimento dei soggetti sindacali nelle politiche di deregolamentazione e di spoliazione dei diritti dei lavoratori.

Tutto ciò, alla luce di un processo di trasformazione che vede l’intermittenza lavorativa come nuovo paradigma del lavoro contemporaneo e il lavoro volontario come nuova frontiera del mai sopito sogno padronale di avere lavoratori felici di essere “gratuitamente” sfruttati.

 

 

5° DOMANDA: Perchè malgrado la precarizzazione crescente del lavoro e l’abbassamento del costo del medesimo l’economia e l’occupazione non crescono?

 

RISPOSTA: La domanda andrebbe rivolta ai sostenitori, di casa nostra e non, di queste posizioni. Ad oggi, non mi risulti vi siano dati in grado di corroborare l’potesi che ad un incremento della flessibilità corrisponda un aumento dell’occupazione. Anzi, mi pare vi siano recenti studi che dimostrano come la crescita, laddove ci sarà, sarà prevalentemente una crescita senza occuopazione aggiuntiva, nè, tantomeno, di qualità. Ma, purtoppo, siamo in un Paese poco avvezzo a politiche di valutazione dell’impatto degli interventi normativi e delle relative misure attuative. Insomma, l’onere della prova andrebbe ribaltato: sono i sostenitori del binomio maggiore flessibilità – maggiore occupazione che dovrebbero provare i loro assunti, ma, a quanto pare, siamo di fronte ad una prova “diabolica”…difficile da raggiungere…

 

 

6° DOMADA: Qual’è la stategia che intendete utilizzare per contrastare/smascherare il Job act?

 

RISPOSTA: Innanzitutto, stiamo cercando di esorcizzare, anche dal punto di vista comunicativo, l’idea per cui il conflitto sociale è un quid di patologico: nel passato, anche nel nostro paese, è stato uno straordinario strumento di emancipazione delle classi subalterne. Nel nostro piccolo e tra mille difficoltà, stiamo tentando, come punto San Precario di Rho, di elaborare una strategia che tenga insieme il livello politico-sindacale e quello culturale e comunicativo nella lotta ai processi di precarizzazione di lavoro e di vita attuati dal capitale. Si tratta di una continua sperimentazione volta a individuare le nuove alleanze e i nuovi luoghi offerti dalle pratiche quotidiane di conflitto nella prospettiva della ricomposizione della moltitudine di precari, lavoratori, disoccupati, migranti e senza-diritti nel postfordismo.

SOS Fornace

 

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