…italiani brava gente…

9 dicembre 2016

7 mila uomini al fronte per le missioni militari italiane all’estero

Dall’Iraq alla Libia, siamo impegnati in 30 missioni internazionali. A cui si aggiungono le operazioni top secret. Dove sono e cosa fanno i militari italiani all’estero

Massimo bongiorno

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Dal numero di pagina99 in edicola il 3 dicembre 2016L’ultima autorizzazione è arrivata col decreto fiscale 2017, appena diventato legge. Dentro, all’articolo 9, viene garantita la copertura fino al 31 dicembre 2016 per la missione Ippocrate in Libia: 17,3 milioni di euro. Servono per un ospedale da campo a Misurata, un velivolo da trasporto tattico C-27J e una nave di appoggio presa in prestito dall’operazione Mare Sicuro. Oltre che per pagare stipendi e indennità a 200 unità tra medici, infermieri e addetti alla logistica e a 100 parà della Folgore che costituiscono la vera e propria “Force Protection”. Con la Ippocrate, salgono a 30 le Operazioni Internazionali ufficialmente in corso che impiegano personale militare italiano.

Africa, Balcani, Medio Oriente, Asia: non c’è quasi area di crisi del mondo in cui non facciano capolino divise tricolore. Al netto dei mezzi impiegati, e delle missioni “coperte” sotto il controllo dei Servizi su cui trapela poco o nulla, si tratta di poco meno di 7.000 unità. Numero che raddoppia se si aggiungono le risorse impiegate sul territorio nazionale per l’operazione Strade Sicure. Si tratta di quasi il 10% dell’intero organico di Esercito, Marina ed Aeronautica (senza contare quindi Carabinieri e Guardia di Finanza), per una spesa preventivata che sfiora il miliardo e trecento milioni nell’anno in corso. Poi, dal primo gennaio 2017, si cambia spartito. Più o meno.

All’alba del nuovo anno entra infatti in vigore la legge n. 145/2016, licenziata dalle Camere il 21 luglio scorso, sulle “Disposizioni concernenti la partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali”. Una riforma attesa da qualche lustro, sia nel mondo militare che nella Società civile, che dovrebbe colmare una serie di lacune e disorganicità che ci portiamo dietro dal 1982, anno della prima operazione militare fuori confine dal dopoguerra (Libano-1). Mancava infatti, e per alcuni aspetti probabilmente continuerà a mancare, una legislazione organica che disciplinasse l’impiego dei militari all’estero, le norme e le retribuzioni da applicare, i procedimenti di autorizzazione e di controllo del Parlamento. D’altra parte, come è noto, la Costituzione non prevede l’impiego dello strumento militare al di fuori dai confini nazionali, fatta eccezione per lo “Stato di Guerra”.

La partecipazione alle missioni all’estero viene autorizzata dal Parlamento – e di volta in volta rinnovata – con singoli Decreti legge proprio per questo. Decreti che assicurano una copertura semestrale (qualche volta trimestrale, raramente annuale), presentati dal governo regolarmente dopo la scadenza dell’autorizzazione precedente, a mo’ di sanatoria. L’ultimo, che scade a fine anno, è stato portato in Parlamento il 16 maggio 2016, quando tutte e 29 le missioni oggetto del provvedimento non avevano più copertura (normativa, legale e finanziaria) da oltre quattro mesi: precisamente dal 31 dicembre 2015, data di scadenza del precedente decreto autorizzativo.
Alla nuova legge non mancano però gli aspetti controversi.

Da un lato, per fare un esempio, è vero che mette fine ai cosiddetti “decreti omnibus” che contenevano in un unico calderone missioni militari completamente diverse tra loro e programmi di cooperazione pacifica, sottraendo finalmente il Parlamento al ricatto di dover votare ogni volta in blocco tutto. Dall’altro lato, però, non prevede esplicitamente il voto in aula – su questo punto il governo non ha accolto tutti gli emendamenti presentati che invece lo prevedevano. Sembra dunque implicita la possibilità che l’esame e l’approvazione di ogni singola missione possa tranquillamente limitarsi al livello delle Commissioni Difesa. Il che comporta assenza di dibattito pubblico, scarsa o nulla eco mediatico e bassi standard di trasparenza: dei lavori nelle commissioni, infatti, non è previsto neppure il resoconto stenografico.

Anche la procedura tecnica di finanziamento, conseguente all’autorizzazione, finisce per diventare una semplice informativa alle Camere. Le Commissioni competenti (Bilancio) riceveranno infatti decreti di finanziamento (in carico al Fondo apposito appena istituito dall’ultima Legge di Bilancio) su cui sono tenute a dare un parere “di indirizzo” entro 20 giorni. Il governo potrà poi indifferentemente tenerne conto o meno.

Almeno in un caso, comunque, il ruolo del Parlamento sostanzialmente non esiste. Qui la legge quadro di riforma non c’entra: il riferimento normativo, infatti, è un decreto del presidente del Consiglio – approvato il 10 febbraio 2016 e secretato – che autorizza il governo a mandare all’estero reparti speciali delle Forze Armate senza alcuna limitazione e sotto la linea di comando dei servizi segreti (Aise, ex Sismi) invece che della Difesa, con tutte le garanzie operative e giuridiche proprie delle operazioni di intelligence.
Un passo decisamente inedito per il nostro Paese che per la prima volta mette formalmente l’Italia sullo stesso piano di Stati Uniti, Francia e Regno Unito, dove questo genere di attività è prassi comune da decenni. Sembra inoltre che reparti sotto copertura autorizzati con la nuova procedura sarebbero già da tempo in azione in Libia.

Stando ad indiscrezioni raccolte la scorsa estate a Sirte, confermate da fonti libiche, si tratterebbe di parà del Col Moschin (il 9° reggimento d’assalto incursori paracadutisti, reparto di Forze speciali dell’esercito) e incursori della Marina e dell’Aeronautica: probabilmente una cinquantina di uomini, impiegati anche in azioni di infiltrazione con le fazioni in guerra. Su tutta la materia è prevista una informativa, probabilmente parziale, solo per il Copasir (il comitato parlamentare incaricato di vigilare sui servizi, che ha sede a Palazzo San Macuto a Roma) e solo su richiesta. Naturalmente, con il vincolo di segretezza.

Ma torniamo alle operazioni ‘in chiaro’ tra le quali non possiamo ancora conteggiare l’invio di 140 soldati italiani in Lettonia, previsto per il 2018, che sarebbe stato deciso al vertice Nato di Varsavia nel luglio scorso. Al netto della base di Gibuti, che da sola meriterebbe un articolo, tra le trenta missioni in corso (di cui 7 targate Nato, 3 Onu e 10 Ue), i teatri più significativi sono 6. Prima di tutto il Mediterraneo, dove unità della Marina – inclusa la portaerei Cavour – sono impegnate in diverse attività di sorveglianza e soccorso. Poi la Libia, di cui abbiamo già parlato, e il Libano, dove l’Italia schiera 1.100 uomini e il generale Luciano Portolano ha appena lasciato il comando della missione Unifil all’omologo irlandese Michael Beary.

Poi ancora il Kosovo, dove 550 militari italiani operano all’interno della missione Nato Kfor. Quindi l’Afghanistan, con il programma europeo Eupol e, soprattutto, la missione Nato “Resolute Support”, che impegna circa 950 uomini. Infine, il teatro probabilmente più complesso e impegnativo: l’Iraq. Qui, la missione “Prima Parthica” raccoglie il maggior numero di militari italiani fuori dai confini nazionali: oltre 1.400 unità, inclusi addestratori dei Reparti Speciali operativi a Baghdad.

L’ultimo tassello sono i 450 bersaglieri del Sesto Reggimento, di stanza a Trapani ed inquadrati nella brigata meccanizzata “Aosta”, che hanno ultimato il dispiegamento a ottobre scorso. Incaricati di difendere la diga di Mosul – di cui l’italiana Trevi Spa si è aggiudicata i lavori di ristrutturazione – i neoarrivati sono di fatto diventati l’avamposto “crociato” più vicino alla capitale dell’autoproclamato Stato Islamico. Definirlo un fronte caldo è un eufemismo. Il compenso per i rischi, la distanza da casa e tutto il resto? L’indennità di missione. Che varia molto poco a seconda del grado e del teatro operativo: da un minimo di 100 ad un massimo di circa 150 euro al giorno. Tutto incluso.

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