il nuovo partito alla ricerca dei suoi lavoratori…schiavi si è o si diventa?

…Cera una volta:

una generazione che si credeva senza futuro, a volte però il futuro si nascondeva dietro l’angolo o sopra il cielo e a cercarlo si poteva incrociarlo…

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Tra una guerra fra poveri e l’altra, tra precari occupati e disoccupati di ogni genere,  agenti segreti tra i più noti e blasonati cercavano il LAVORO nel mondo…. sembravano tutti ben disposti e predisposti ma non riuscivano a vedere più la luna, vedevano solo il dito che la indicava…in ogni caso, nessuno trovava più un lavoro dignitoso, sembrava che il tempo come su una giostra girava e girava trovando sempre solo il tempo degli schiavi…

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…il futuro nelle grandi città e non solo per chi ancora lavorava in strada trasportando uomini e merci sembrava dover svanire, ogni giorno era buono per svanire nel nulla così i taxisti fermarono le loro macchine contro altri taxisti, sembrava solo una questione di regole ma nuove strade apparivano più vantaggiose, il tempo passato veniva superato da quello perennemente moderno che li riportava al tempo di Metropolis…

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…ora, nuove macchine parcheggiavano su piattaforme dove il futuro era il presente, in un mondo dove i lavoratori si volatizzavano come lo smog nelle città  dove nuove macchine già volavano…

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…Fu così che uno scrisse un articolo:

“Le dinamiche sociali di gruppi articolati e tecnicamente attrezzati non differiscono tra le diverse corporazioni, nel senso più nobile del termine. Sappiamo che le innovazioni saranno colte, dapprima, da un manipolo di entusiasti (early adopters) e quindi diffuse tramite esperienza diretta per trasformare le nicchie di mercato in fenomeni di massificazione esponenziale.
Il tempo tra l’impatto delle nuove tecnologie e le loro conseguenze è funzionale alla capacità del sistema che ne è maggiormente colpito, di assorbire la novità.

La totale mancata comprensione del fenomeno Über da parte dei tassisti sta creando la violenta forma di protesta di questi giorni. Senza discutere sulla legittimità o meno della stessa, non possiamo tuttavia fare a meno di notare che – quantomeno – è tardiva.

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In altri termini nonostante guidino macchine da tutta la vita non si sono accorti che qualcuno li stava sorpassando.

Se pensate che questo non abbia niente a che fare con altre professioni vi invito a fermarvi un attimo a riflettere.

Quello a cui assistiamo non è la conseguenza di una concorrenza sleale tra Über e i tassisti ma della cosiddetta economia «liquida» o «di condivisione» che, tramite un software – questo sì – si sostituisce alla necessità e alle azioni che seguono all’aver bisogno di un passaggio in macchina a pagamento.
Si tratta di una successione di comportamenti se volete banali ma che, soprattutto, non richiedono una «verbalizzazione umana» sino al momento in cui salite sul taxi e dovete indicare la vostra meta. A breve anche questa operazione diventerà desueta quando cioè potrete tramite App (in alcuni posti si può fare già adesso e alcune cooperative di tassisti le hanno sviluppate) immettere l’indirizzo di destinazione e pagare senza neppure scambiare una parola con chi guida.
Mentre si difendevano privilegi acquisiti da decenni valeva forse la pena di traguardare bene l’orizzonte; si sarebbero intraviste macchine che guidano da sole sponsorizzate da giganti della tecnologia e dell’informatica come Google e Tesla che rischiano di non farcela neppure loro perché, nel frattempo, i droni volanti che rivoluzioneranno la mobilità urbana sono già in fase di test (i primi entro la fine di quest’anno) da parte di Airbus che, incidentalmente, è la seconda più grande azienda al mondo di aereonautica.

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Tutto ciò sarebbe da prendere molto seriamente senza neppure per un attimo pensare che possa essere fermato protestando contro un emendamento del decreto legge Milleproroghe, che dovrebbe sospendere ancora una volta e fino al 31 dicembre 2017 una serie di norme in materia di trasporto di persone che erano state decise nel 2008!
Ed è così che, mentre noi prorogavamo, il futuro si è fatto presente e presto diventerà passato, remoto.”

– Il Sole24 ore Luca Pani –

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… le macchine continuavano a togliere posti di lavoro agli umani, erano più affidabili, veloci e precise, non scioperavano e lavoravano 24 ore su 24, bastava un tecnico o un algoritmo per sistemare i guasti e per di più anche Bill Gates chiedeva ai robot di pagare le tasse….

 

..fu così che milioni di persone rimasero senza il-Lavoro, un brivido di terrore scosse il mondo, come e cosa faranno senza il-lavoro?

si formarono lunghe carovane colonne umane in marcia apparivano e scomparivano come un fiume carsico,

dove finivano?

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..molti morivano lungo il cammino per altri avevano creato migliaia di campi profughi nel mondo, cercavano di tenerli rinchiusi li dentro, la Grecia per esempio era stata scelta dalla commisione europea come Stato di concentramento, isola dopo isola si era trasformato da economia del turismo a quella più redditizia di un unico grande carcere…

…fu così che in Italia venne alla luce dopo una scissione tuta loro un nuovo partito dei lavoratori che cercava i suoi lavoratori, avevano creato leggi per milioni di precari ma di quelli non se ne interessavano più, cercavano i lavoratori salariati ormai spariti da tempo, il Partito si chiamava:

Articolo 1 – Movimento democratici e progressisti»

Proiettata sullo sfondo una frase, «l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro», il primo comma dell’articolo 1 della Costituzione, «nostro simbolo, nostra identità», garantisce Speranza, di un movimento «aperto che sia la costituente di un rinnovato centrosinistra», non un nostalgico gruppo di combattenti e reduci.

Non risuona più Bandiera rossa, come una settimana fa, la colonna sonora dovevano essere i più «laici» Coldplay (ma a dire il vero non si sentono): «Non ci facciamo mettere sulla ridotta: il nostro blocco sociale sarà ampio», è certo Rossi. «C’è bisogno di una nuova radicalità della proposta politica che deve tenersi con una solida cultura di governo», aggiunge Speranza. 

 

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…Ecco in questa foto del tempo i nuovi lavoratori ritrovati davanti ai loro rappresentanti….

…siamo molto speranzosi ci dice uno di loro, speriamo di fare anche un sindacato e di lott……

…nel frattempo fuori dal tempo tutti gli ex lavoratori erano scappati distruggendo i campi profughi dove erano rimasti reclusi con tutte le loro paure, il passato era sparito in fretta, e con esso si era dimenticata anche la malinconia del vecchio lavoro salariato…ora lavoravano i robot al loro posto, nessuna partita iva, nessun professionista, professionale o stagionale ne lavoro bianco ne nero, liberi finalmente dal lavoro salariato si aprivano per tutti nuovi orizzonti…

 

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…e così grazie alle tasse dei padroni e dei loro droni…

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 …anche i taxisti smisero di lavorare come tutti e vissero felici e contenti..

FINE

Aggiungo editoriale di pag99 settimanale:

3 marzo 2017

Gig economy, nuove regole per il web che ci riporta all’800

Le nuove piattaforme digitali stanno ricreando un mondo del lavoro senza tutele. Ma se internet è diventato mercato, deve essere regolato

C’è un grande equivoco che attraversa la nostra cultura politica da oltre vent’anni. Da quando esiste, il web è sempre stato vissuto come il Nuovo Mondo della libertà che deve essere lasciato evolvere senza briglie, perché le regole del mondo tradizionale finirebbero per soffocarlo. E per molti versi è vero: internet è il terreno delle libertà, quella di esser sempre informati e connessi al mondo intero; di comunicare e scambiare idee, tecnologie, progettualità; di innovare e trasformare il mondo. Tutto vero. È una tecnologia indispensabile e della quale non possiamo più fare a meno. La rete è libertà, in molti sensi. Ma se invertiamo i termini e focalizziamo la nostra attenzione sulla libertà della rete, allora le cose cambiano radicalmente.

La rete può essere – e in molti casi è – uno strumento con cui si mettono in discussione le acquisizioni democratiche e le libertà individuali. È il caso delle numerose piattaforme digitali della gig economy, i cosiddetti lavoretti che precari in tutto il mondo fanno sottopagati e senza tutele. Stiamo parlando di Uber, Foodora e di molte altre piattaforme che usano in modo geniale la rete per creare servizi più efficienti, un vero e proprio paradiso per i consumatori, a scapito dei lavoratori utilizzati, che operano in condizioni precarie, sottopagati, senza diritti. La libertà della rete vive una contraddizione palese: un servizio del XXI secolo che si basa su condizioni di lavoro, e assenza di diritti, tipici dell’inizio del secolo scorso.Ora questi lavoratori precari, come raccontiamo nel nuovo numero di pagina99, si stanno organizzando utilizzando quegli stessi strumenti degli imprenditori web affinché vengano riconosciuti alcuni loro diritti ritenuti fondamentali dal “vecchio” mercato del lavoro. Sembra di tornare ai primi decenni del Novecento, quando il fordismo e la catena di montaggio portarono a uno sviluppo crescente dell’industria e dei consumi sulla pelle di milioni di lavoratori sottopagati. Fu in quelle fabbriche che nacque il sindacato moderno, che conquistò migliori condizioni di vita per i lavoratori. E anche allora, di fronte alla genialità con cui il lavoro veniva organizzato “scientificamente”, c’era chi si scagliava contro chi voleva imporre regole: in quel modo – si diceva – si bloccava il progresso.Oggi sta accadendo qualcosa di simile. Il mito della libertà del web diventa, sulla bocca dei grandi tycoon che stanno forgiando la cultura contemporanea, una verità inoppugnabile. Diritti dei lavoratori? Rispetto per la privacy dei cittadini? Garanzie sull’uso delle informazioni che lasciamo ogni giorno navigando sulla rete? Tasse da pagare dove si produce la ricchezza? Tutte questioni che vengono lasciate cadere, come fossero sciocche invocazioni di retrogradi innamorati del passato. E invece sono battaglie che vanno combattute, e vinte, come lo furono, un secolo fa e dopo, quelle che portarono alla conquista di nuovi diritti. Perché la libertà della rete non può significare l’assenza totale di regole che la governano.Lo stesso discorso vale per la net neutrality, un altro tema che affrontiamo nel numero di questa settimana. Il nuovo presidente americano ha affermato di voler abolire la net neutrality, cioè il principio che impedisce a chi eroga la connessione internet di modificare, dietro lauto compenso, la velocità di trasmissione delle informazioni di alcuni siti e app a scapito della concorrenza. Se la net neutrality fosse abolita, i colossi del web, pagando, renderebbero i loro contenuti più accessibili di quelli di qualunque cittadino, un ennesimo regalo ai monopolisti della rete. Quindi quando vediamo esponenti della sinistra italiana plaudire in modo acritico ogni qual volta si tira in ballo la tecnologia della Silicon Valley c’è da preoccuparsi.

È giusto fare in modo che quello spirito innovativo sbarchi anche nel nostro mondo imprenditoriale. Ma è necessario ricordare che quell’innovazione, negli ultimi decenni, ha creato uno sviluppo economico a senso unico: ha favorito quelle aziende ma ha aumentato le disparità sociali e non ha certo favorito quei lavoratori. Basterà chiedere a un lavoratore di Foodora o di Uber. È appurato che queste piattaforme producono una ricchezza enorme non redistribuita, in mano cioè ai pochi fondatori.

Una sinistra moderna dovrebbe combattere affinché queste aziende digitali paghino le tasse là dove producono ricchezza, e non negli Stati a tassazione agevolata o nei paradisi fiscali; affinché la ricchezza che producono sia redistribuita o quanto meno investita; affinché non vengano usate le enormi potenzialità del web soltanto dai pochi che hanno il potere e il denaro per farlo; e affinché trattino i lavoratori con dignità. La libertà della rete non può significare assenza di regole. Perché il web è un mercato. E come tale deve esser regolamentato, altrimenti il più grande e quindi il più forte potrà dettar legge.

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Walmart e gli altri, se un algoritmo decide la nostra vita

Punteggi automatici per i tassi di interesse. Per licenziare o assumere. Sulla base di dati opachi. Ora la Ue impone trasparenza. Una barriera di civiltà

di Paolo Bottazzini

Siamo una società di scatole nere che ci osservano, ci misurano, ci giudicano. Hanno conquistato il potere di decidere per noi. O meglio, siamo noi ad averlo delegato ai software di profilazione, e ad aver assicurato loro il ruolo di oracoli: la segretezza degli algoritmi è protetta dal diritto sulla proprietà intellettuale. La loro forza è cresciuta al punto da spingere L’Unione europea ad approvare la General Data Protection Regulation (GDPR), approvata a Bruxelles il 14 aprile 2016: le norme entreranno in vigore in tutti gli Stati dell’Unione Europea a partire dal maggio 2018, senza richiedere alcuna ratifica dai parlamenti nazionali. Negli Stati Uniti invece il dibattito è ancora aperto, e l’era Trump non sembra promettere nulla di buono per la privacy dei cittadini, ancor più se non americani.
«Qualunque dato è un dato sul credito». Un’affermazione del genere potrebbe essere stata pronunciata da Xi Jinping, l’uomo forte del regime comunista, per illustrare il suo progetto di controllo su ogni singolo cittadino cinese. Invece l’autore dell’ammonimento è Douglas Merrill, ex direttore tecnologico di Google e dal 2012 fondatore e Ceo di ZestFinance. La startup usa l’intelligenza artificiale per processare diecimila calcoli al secondo, con cui «aiutare le aziende a decidere le migliori sottoscrizioni di credito possibili».Tradotto in linguaggio naturale, Merrill impiega il suo talento nell’invenzione di algoritmi che macinano qualunque tipo di dato sulle persone e sulle imprese in modo da attribuire un punteggio alla loro solidità finanziaria. I segnali che vengono elaborati spaziano dall’orientamento sessuale alla visione politica, dai guai familiari al luogo di abitazione. Ma è in buona compagnia: CompuCredit è una società che ha già vinto una causa contro chi sosteneva l’illegittimità del suo metodo – attribuire un rischio di instabilità (a breve termine) alle persone che seguono una terapia di coppia, per imporre loro tassi di interesse maggiori o tetti più bassi al credito disponibile.Gli algoritmi si arrogano la supremazia della razionalità: la (loro) logica stabilisce quali opportunità aprire a ciascun individuo, e il loro dominio è già una realtà con una storia alle spalle. ZestFinance ha rastrellato 262 milioni di dollari in sei tornate di finanziamento, e tra gli investitori figurano giganti cinesi come Baidu, e imprenditori americani come Peter Thiel (principale consulente tecnologico di Donald Trump). Ma la curiosità (e il potere decisionale) delle agenzie del settore fintech non è che un esempio.

Frank Pasquale, professore all’Università del Maryland ed esperto di diritto applicato ai problemi tecnologici, elenca molti altri sintomi della sudditanza della nostra società agli algoritmi decisionali, fondati sui Big Data. Il software di Uber si comporta con i collaboratori come un dio trascendente: gli autisti ricevono solo mail e Sms dalla piattaforma gestionale, e non possono parlare con nessun dipendente dell’amministrazione.

Vengono cacciati senza alcuna comunicazione, nel caso in cui la media delle valutazioni dei clienti scenda sotto la soglia di 4,7. Walmart sottopone i candidati per l’assunzione, e i dipendenti, a «test di personalità» per la gestione dei curriculum e delle carriere; Ibm classifica il personale valutandolo con algoritmi che ragionano con criteri di economicità non illustrati ai destinatari (le gerarchie più alte si autoassolvono da ogni addebito, sottraendosi a questa forma di controllo).

D’altra parte anche l’amministrazione pubblica ha implementato un insieme di dispositivi software per il calcolo della detenzione dei carcerati, e per la compilazione delle liste degli stranieri non graditi sul suolo americano. Questo ben prima di Trump. Sebbene in Italia il ministro Beatrice Lorenzin descriva Internet come una realtà virtuale, popolata all’80% da pornografia, il mondo digitale è diventato la scatola nera delle nostre possibilità più concrete.

Le cliniche private negli Usa si sono premunite di software che monitorano le abitudini dei pazienti (attuali e potenziali): chi non ha figli, guida un minivan, ed è abbonato alla televisione via cavo, viene incasellato in quella zona di pericolo assicurativo che sono i predestinati all’obesità. Insomma si può evadere dalla vita reale, ma non da quella online. Pasquale e gli attivisti della algoritmic accountability (responsabilità algoritmica) della New York University cercano un inquadramento nel diritto per l’innovazione tecnologica che fermi il rovesciamento di ruoli tra governo e software.

Le regole di inferenza dei dispositivi informatici dovrebbero essere sottoposte a una disciplina pubblica, per evitare il rischio di discriminazioni: Google ci ha abituato a considerare gli effetti dell’algoritmo di ricerca (e dei suoi aggiornamenti) come un’istanza del destino, ma il giornalismo, la ricerca universitaria e la politica, dovrebbero ricordarci che l’incremento di influenza delle scatole nere, in un mondo di Big Data, è una restrizione della democrazia.

L’inappellabilità dei sistemi automatici in cui si imbattono i collaboratori di Uber, di Walmart, di Ibm, rappresenta una violazione di tutte le conquiste del diritto dalle rivendicazioni dell’Illuminismo. Secondo Bryce Goodman e Seth Flaxman dell’Università di Oxford, il General Data Protection Regulation approvato dall’Europa si configura come un tentativo di opporsi a questo corso degli eventi. La loro analisi conclude che il testo normativo implica un «diritto alla spiegazione», che impone ai produttori dei software di chiarire le regole con cui funzionano gli algoritmi: la richiesta non è esplicita, ma è il primo passo per liberarsi dalla rete delle scatole nere. Per una volta, l’Europa torna a guidare la battaglia per la civiltà occidentale.

 

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