IL CALCIO…inizia il campionato Italiano…

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INIAIA IL CAMPIONATO DI CALCIO ITALIANO CON QUESTO ARTICOLO apparso su Il manifesto di domenica 23 agosto di Piero Bevilacqua:

Lo sport più popo­lare del mondo torna ai fasti dei grandi acqui­sti di cam­pioni, dei colpi cla­mo­rosi a suon di milioni di euro.
Torna? Come se quei fasti li avesse per qual­che momento abban­do­nati. Il cal­cio — sport mera­vi­glioso, ça va sans dire — oltre a far sognare, dar senso alla vita, istu­pi­dire da una set­ti­mana all’altra cen­ti­naia di milioni di per­sone, è uno straor­di­na­rio vei­colo ideo­lo­gico. Della società dello spet­ta­colo costi­tui­sce forse il mezzo più popo­lare e potente per fare accet­tare, come natu­rali, le disu­gua­glianze che lace­rano la società del nostro tempo.
Un ragazzo di 22 due anni è acqui­stato al prezzo di 40 milioni di euro? Gua­da­gna in un solo giorno, da con­tratto, quanto un ope­raio non riu­scirà mai a raci­mo­lare in una intera vita di fatica? Ma quel ragazzo è «una forza della natura», è «il ter­rore delle difese», «segna goal incre­di­bili».
Una giu­sti­fi­ca­zione di merito, una gerar­chia di valore, una spe­ciale ari­sto­cra­zia dello spi­rito ven­gono fret­to­lo­sa­mente messi in piedi per moti­vare l’accaparramento di immense for­tune da parte di un sin­golo indi­vi­duo.
Mai qual­cosa di simile poteva acca­dere nelle società del pas­sato. Solo nelle favole. Non a caso, per secoli, si sono sono rac­con­tate sto­rie di favo­losi ritro­va­menti, di Isole del tesoro, sparse per i mari del mondo.
Oggi un talento fisico par­ti­co­lare, rega­lato a un indi­vi­duo dal puro caso, calato dal cielo come la Gra­zia dei pro­te­stanti, può deter­mi­narne un incre­mento stel­lare della ric­chezza per­so­nale nel giro di poco tempo.

Natu­ral­mente, la giu­sti­fi­ca­zione eco­no­mica viene subito in soc­corso a dar senso all’enormità. Il cam­pione con­tri­bui­sce ai grandi incassi della società, è giu­sto che una parte rile­vante dei pro­fitti vada a lui. E poi i prezzi dei cal­cia­tori li deter­mina il libero mer­cato. Se una società decide di acqui­stare ad alto prezzo un cam­pione lo fa secondo i pro­pri cal­coli di impresa. Avrà il suo tor­na­conto. Dov’è lo scan­dalo? Nes­suna mera­vi­glia, occorre d’altronde che appaia van­tag­giosa la com­pra­ven­dita di uomini, che è l’essenza nasco­sta della società capi­ta­li­stica.
Tale razio­na­lità mer­can­tile ha tut­ta­via lo scopo di fare accet­tare ai tifosi, in un ambito un tempo ispi­rato a regole pura­mente ago­ni­sti­che, quelle che domi­nano la società intera. Se c’è sul mer­cato un valente cam­pione, occorre com­prarlo, come si com­pra un vitello in fiera, magari nel corso dello stesso cam­pio­nato, non importa se l’anno pre­ce­dente, quello stesso cam­pione ci ha inflitto uno scon­fitta umi­liante. I colori e le ban­diere, l’identità sto­rica della squa­dra? E che c’entra? Quel che è impor­tante è vin­cere. E i cam­pioni, gli indi­vi­dui eroi, i lea­der sono impor­tanti per vin­cere, esat­ta­mente come accade per i par­titi poli­tici. Non importa con quale pro­gramma e per far cosa: la vit­to­ria elet­to­rale è il fine che assorbe inte­ra­mente il loro agire poli­tico .
Quel che conta, nel cal­cio come in poli­tica, è il primo posto, la coppa, i soldi, il potere. Ma alla fine del per­corso si vede bene in quale bolla di valori neo-liberistici gal­leg­gia il mondo arte­fatto di que­sto sport. Si esalta sem­pre di più il merito del sin­golo, a cui si asse­gnano virtù sal­vi­fi­che, men­tre si deprime l’idea di una squa­dra come col­let­tivo coo­pe­rante e pro­prio per que­sto este­ti­ca­mente e moral­mente da ammi­rare. E se la vit­to­ria è l’unico fine e il mezzo sono i sin­goli cam­pioni, quel che decide tutto alla fine è il mer­cato, l’acquisto dei sin­goli. Dun­que il «merito» della squa­dra si riduce al potere d’acquisto, ai capi­tali inve­stiti, ai soldi. Il merito che vale nel cam­pio­nato è in realtà fun­zione del potere finan­zia­rio delle sin­gole società, è deciso da una solida gerar­chia eco­no­mica. Gratta, gratta, sotto lo smalto lucente del valore trovi sem­pre l’opaco luc­ci­core del denaro.

Ma le par­tite, il cam­pio­nato, il cal­cio mer­cato, gra­zie alla tv, costi­tui­scono forse la più sfol­go­rante costel­la­zione della società dello spet­ta­colo. Essi for­mano il cielo stel­lato dei divi, supe­re­roi che pos­sono godere di ingaggi milio­nari, che vivono al di sopra della mischia indi­stinta dei mor­tali, ammi­rati da folle ado­ranti che ne urlano il nome. I loro sti­pendi, introiti pub­bli­ci­tari, premi-partita, ecc. l’intero sopra­mondo di pri­vi­legi in cui vivono immersi appare natu­rale, accet­tato come si accetta la supre­ma­zia della divi­nità. Nulla meglio del cal­cio mostra oggi come il divi­smo sia diven­tato la spet­ta­co­la­riz­za­zione delle disu­gua­glianze ad uso del popolo.

È diven­tato un ele­mento della cul­tura popo­lare. Di che stu­pirsi se ai grandi a mana­ger di azienda ven­gono elar­giti sti­pendi cen­ti­naia, talora migliaia di volte più ele­vati del sala­rio degli ope­rai? Sono i capi, i coman­danti, i grandi diri­genti che fanno la for­tuna dell’impresa. Lì è il merito. E gli ope­rai, quelli che con la pro­pria quo­ti­diana fatica tra­sfor­mano le mate­rie prime in beni ven­di­bili, che gene­rano la ric­chezza gene­rale, rea­liz­zano ser­vizi essen­ziali al fun­zio­na­mento della mac­china sociale? Quanti talenti sco­no­sciuti, quante donne e uomini por­ta­tori di merito — di eccel­lenza, come dicono i can­tori del con­for­mi­smo cor­rente — ope­rano all’oscuro, nella massa indi­stinta delle mae­stranza di fab­bri­che ed uffici? Ma costoro svol­gono un’opera ano­nima e col­let­tiva, sem­pre uguale e ripe­ti­tiva, non sono indi­vi­dui, autori di scelte e gesti, di azioni quo­ti­diane sem­pre nuove, che pos­sono essere ven­dute sui media, e per­ciò non pos­sono entrare a far parte della società dello spet­ta­colo. Senza dire che il merito è, per defi­ni­zione , di pochi, sia per­ché non si può pre­miare tutti, col rischio di cadere nell’egalitarismo, sia per­ché occorre creare degli idoli, pic­coli o grandi che siano, cui la massa deve aspi­rare per poter sop­por­tare meglio il pro­prio ano­ni­mato, la pro­pria medio­crità quo­ti­diana. Il cal­cio, infatti, costi­tui­sce un uni­verso divi­stico para­dig­ma­tico, ma non è certo il solo. I media hanno tra­sfe­rito un feno­meno che in ori­gine, nel XX secolo, era nato con il cinema, all’intera società. Pro­vate, entrando in una qua­lun­que edi­cola, a guar­darvi intorno men­tre com­prate i vostri gior­nali. È come tro­varsi in un san­tua­rio di paese costel­lato di imma­gini votive, il luogo di culto di arcai­che super­sti­zioni. Dalle coper­tine dei roto­cal­chi, dei maga­zine, dei quo­ti­diani, dei libri, dei video, ecc,c enti­naia di volti e di corpi vi sor­ri­dono e vi guar­dano desi­de­rosi di essere com­prati. È cosi anche all’interno dei quo­ti­diani, che cer­cano di com­pe­tere con la tv e vi offrono foto giganti di mana­ger e finan­zieri, scrit­tori, attori, uomini poli­tici, capi di stato. I nuovi dei del nostro tempo sono tutti lì, come del resto nei palin­se­sti tele­vi­sivi, divi­nità di un poli­tei­smo mer­ceo­lo­gico, neces­sari a incre­men­tare l’industria edi­to­riale, ma anche a dif­fon­dere un mes­sag­gio fon­da­men­tale: la società, con i suoi obbli­ghi e costri­zioni, esi­ste solo per i som­mersi, coloro il cui destino è segnato dall’anonima ripe­ti­zione del lavoro e della pre­ca­rietà. Gli altri sono gli indi­vi­dui. Per gli altri c’è il pro­ta­go­ni­smo della vita. O almeno è que­sto che deve appa­rire, per­ché il fine ideo­lo­gico fon­da­men­tale del divi­smo è per­sua­dere che la disu­gua­glianza è natu­rale, è frutto del merito di chi ci sa fare. Vuol far vin­cere l’idea che ci si salva e ci si rende visi­bili, non tutti insieme, con la lotta poli­tica, ma sol­tanto da soli, ognuno per sé.

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