Europa povera? Povera europa? e Shooting War Di Aeyliya Husain documentario…ARTICOLI SU :Il porto franco di Ginevra ultimo baluardo della segretezza in Svizzera A SEGUIRE le foto di una guerra raccontano….

POVERA EUROPA

Di Mirella Pappalardo

In Europa una persona è considerata povera quando guadagna meno del 60% del salario medio nazionale.

Oggi ben 117 milioni di persone si trovano in tale condizione. La Comunità Europea ha varato un piano per cambiare questa situazione drammatica? Oppure i cittadini del Vecchio Continente devono rassegnarsi e accettare come endemici e strutturali la disoccupazione giovanile, la povertà infantile e la nuova classe di lavoratori denominata dei “working poor”?

Qual è il prezzo politico che l’Europa dovrà pagare se non riuscirà a invertire questa tendenza?

I bambini nati in famiglie monoparentali, i giovani senza impiego e i “working poor” sono i tre gruppi con più alta probabilità di scivolare al di sotto della soglia della minima sussistenza.

L’Unione Europea ha deciso di contrastare il fenomeno varando l’ambizioso programma “Europa 2020”. Una vera e propria offensiva per sottrarre 25 milioni di persone dalla povertà.

In Europa, 26 milioni di bambini sono minacciati dall’indigenza e dall’esclusione sociale una volta raggiunta l’età adulta.

Varie nazioni hanno adottato programmi diversi per far fronte al problema. E si notano subito grandi discrepanze nell’efficacia degli interventi. Il successo è maggiore laddove si punta sul sostegno alle famiglie, ad esempio attraverso l’accesso gratuito agli asili nido e alla scuola, come in Svezia, in Danimarca e nei Paesi Bassi. Al Sud invece le cose purtroppo vanno in modo diametralmente opposto.

Sebbene di recente l’economia abbia dato segni di ripresa, il 20% dei giovani europei resta ancora senza lavoro, una percentuale che raggiunge il 50% nel meridione. Intanto le nuove generazioni continuano a pagare il prezzo della crisi finanziaria.

Le ragioni principali della povertà in Europa sono imputabili all’incremento dei contratti di lavoro precari, alla concorrenza spietata tra le aziende, alle nuove tecnologie e alla trasformazione del settore dei servizi. Così, non soltanto il salario minimo diminuisce, ma è anche più facile licenziare, cosa che genera incertezza e un inevitabile declino sociale.

A tutto ciò l’Unione Europea tenta di rispondere versando ingenti somme di denaro pubblico ai singoli Stati, con risultati molto diversi.

Il documentario cerca di scoprire come funziona e soprattutto se funziona l’ambizioso progetto “Europa 2020”.

Una rete divide i ricchi dai rifugiati i torturati dai torturatori…

E IL MONDO DEI RICCHI?

LA SETTIMANA DOPO LA TV SVIZZERA LA2DOC MANDA IN ONDA UN NUOVO DOCUMENTARIO MA AD OGGI NON SI TROVA IN RETE E LA RETE SVIZZERA LO FA VEDERE IN BIANCO SOLO AI RESIDENTI SVIZZERI. in ogni caso rimbalzo alcuni scritti fra cui quello del sole 24 ore con tanto di video

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La cassaforte più segreta del mondo – Il porto franco di Ginevra

Di Pascal Henry (47’)

Il porto franco di Ginevra è uno dei luoghi più protetti e più segreti d’Europa. Un’area di migliaia di metri quadrati nella quale è custodita un’infinità di oggetti di vario tipo per un valore di centinaia di milioni di franchi. Quadri di Picasso, di Rembrandt, di Leonardo da Vinci, ma anche pietre preziose, opere antiche, vini pregiatissimi e molto altro ancora. Ma a differenza di quanto avviene in un museo, esse non sono visibili al pubblico, anzi, sono ben protette lontano da occhi indiscreti. Concepito in origine come luogo per lo stoccaggio delle merci in attesa d’importazione o esportazione, il porto franco di Ginevra si è trasformato nel tempo in un’immensa cassaforte dove speculatori e truffatori di mezzo mondo depositano i loro beni preziosi, al riparo dal fisco e dalle dogane.

Il lavoro di Pascal Henry si sofferma su alcuni casi problematici, ricostruendo ad esempio i percorsi di una tela di Modigliani sottratta ad un antiquario ebreo durante la Seconda Guerra mondiale e ricomparsa soltanto nel 2016, grazie all’impegno di un investigatore privato. Tra accuse di furto e di frode fiscale, questo documentario-inchiesta, dà la parola ai protagonisti di vicende complesse, come quella del mercante d’arte svizzero Yves Bouvier, il cui conflitto legale che lo oppone a Dmitrij Rybolovlev è tuttora in corso.

Sono forse questi luoghi i più grandi musei d’arte al mondo? copia e incolla sul motore di ricerca questo indirizzo e potrai vedere il video ….

https://www.tvsvizzera.it/tvs/porti-franchi_i-bunker-discreti-dei-super-ricchi/40491164 Il porto franco di Ginevra: la Fort Knox dell’arte

Il porto franco di Ginevra: la Fort Knox dell’arte

È qui che viene conservato il Salvator Mundi,  la tela di Leonardo Da Vinci venduta lo scorso 16 novembre per 450 milioni di dollari a un’asta di Christie’s a New York.

All’esterno appare come un anonimo fabbricato di sei piani ma all’interno è custodito un vero e proprio tesoro fatto di opere d’arte e altri oggetti preziosi; non per nulla è considerato il più segreto dei musei del mondo. È il porto franco di Ginevra, il luogo in cui sono custodite preziosissime ricchezze.

I tesori che sono nascosti al suo interno sono forse molto di più di quelli conservati nel vicino forziere dell’Ubs: oltre un milione di opere d’arte dal valore inestimabile.  Possono essere valutati miliardi di euro in dipinti, sculture, reperti archeologici. Infatti, è qui che viene conservato il Salvator Mundi,  la tela di Leonardo Da Vinci venduta lo scorso 16 novembre per 450 milioni di dollari a un’asta di Christie’s a New York.

Il gestore principale di questo mondo nascosto è il Cantone di Ginevra. In effetti, il Cantone detiene più del 85% delle azioni e – secondo il rapporto del Controllo federale delle Finanze – ha generato un profitto annuale del 115% tra il 2004 e il 2009.

L’anno scorso il suo giro di affari è stato di quasi 25 milioni di franchi, leggermente in calo rispetto al 2015.

Secondo un rapporto presentato dal Cantone di Ginevra, il porto franco fa guadagnare all’incirca 300 milioni di franchi all’anno sul territorio, visto che l’80% dei suoi clienti sono stranieri.

Tramite il bilancio dell’anno scorso, viene confermato che nei depositi situati a  La Praille il 96,4% degli spazi è occupato, percentuale che sale al 97,3% nell’hangar costruito accanto all’aeroporto.

L’indice di occupazione delle camere blindate, dove sono custoditi gli oggetti di maggiore valore, è dell’81,5%. Il 40% della superficie sarebbe utilizzato proprio per le opere d’arte.

Le cifre che si aggirano sia all’interno che all’esterno di questo magazzino sono impressionanti, anche se negli ultimi due anni tra scandali e indagini giudiziarie l’immagine del porto franco si è deteriorata.

Comunque sia le cifre del mercato mondiale fanno girare la testa. Secondo il rapporto The art market2017, nel 2016 le vendite globali si sono attestate a 56,6 miliardi di dollari, in calo dell’11% rispetto al 2015. Ma dal 2009 il mercato è comunque cresciuto del 43,3%.

Interessante è notare che a poco più di 300 chilometri da Ginevra c’è un altro punto franco dove sostano merci esentasse. È il free port di Chiasso, a ridosso del confine italiano.

Con tutta probabilità all’interno di questi magazzini non sono stipate opere d’arte ma altri manufatti ammucchiati nei 35mila metri quadrati di cui 25mila al coperto.

Il free port di Chiasso è nato nel 1920 e nel 1961 è stato affiancato da un altro magazzino di 84mila metri quadrati a Stabio, 12 chilometri a ovest, in direzione di Varese. Da poco tempo Stabio ha perso i requisiti di punto franco doganale ed è oggi utilizzato come semplice terminale di stoccaggio di merci e prodotti.

DAL SOLE 24ORE

Il porto franco di Ginevra ultimo baluardo della segretezza in Svizzera

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-12-04/il-porto-franco-ginevra-ultimo-baluardo-segretezza-svizzera-122513.shtml?uuid=AEcwnpMD

Lincando l’indirizzo del sole 24 ore troverete il video che qui sotto non troverete.

Otto minuti di cammino separano la costruzione di vetro e acciaio del quartier generale di Ubs dal più inaccessibile museo della terra. Carouge, nella parte sudoccidentale di Ginevra, è un luogo di misteri. Il palazzo dell’Ubs ospitava fino a qualche anno fa la sede della Hsbc.
Ed è da qui che Hervé Falciani ha risucchiato nel deep web l’intero archivio informatico della banca dando vita allo scandalo SwissLeaks.

Il porto franco di GInevra (Reuters)

Da Rue des Noirettes si svolta sulla Route des Acacias e si arriva a La Praille, dove il più segreto dei musei del mondo ha l’aspetto di un moderno magazzino di sei piani. È il porto franco di Ginevra, posizionato a due passi dalla stazione ferroviaria di Lancy-Pont-Rouge. Ed è il luogo che custodisce ricchezze imponenti, forse molto di più di quelle conservate nel vicino forziere dell’Ubs: oltre un milione di opere d’arte dal valore inestimabile. Miliardi di euro in dipinti, sculture, reperti archeologici. Basti pensare che il Salvator Mundi, la tela di Leonardo Da Vinci venduta lo scorso 16 novembre per 450 milioni di dollari a un’asta di Christie’s a New York, è custodito qui.
Abbiamo tentato di entrare in questo Fort Knox dell’arte ma per due mesi siamo stati respinti. Nessuna risposta, nessuna possibilità. Al porto franco la riservatezza è la parola d’ordine. Come all’Ubs, 600 metri più in là. Eppure è proprio questo velo di segretezza che alimenta il sospetto che all’interno di questo magazzino di lusso l’illecito si mescoli con il lecito. Proprio come può accadere in una banca.

IL MERCATO MONDIALE DELL’ARTE
Dati in miliardi di dollari. (Fonte: Arts Economics 2017)
54,465,962,039,557,064,656,763,368,263,856,6200620072008200920102011201220132014201520163540455055606570

Dagli etruschi a Palmira
Il 14 gennaio 2016 la procura del Cantone di Ginevra ha annunciato la restituzione all’Italia di due sarcofagi di terracotta etruschi trafugati 30 anni fa dalla zona di Cerveteri. I due reperti facevano parte di migliaia di pezzi provenienti da scavi clandestini in Etruria meridionale, Sicilia, Puglia, Campania e Calabria. Circa 45 casse custodite per decenni proprio nel porto franco di Ginevra.
Undici mesi dopo, nel dicembre 2016, i magistrati svizzeri hanno confiscato altri nove reperti archeologici provenienti da Palmira, in Siria, dallo Yemen e dalla Libia, depositati anch’essi nel porto franco di Ginevra tra il 2009 e il 2010. Ed è stato ritrovato qui un Modigliani rubato dai nazisti a un collezionista ebreo e attualmente posseduto dal mercante d’arte David Nahmad attraverso una società offshore creata dalla Mossack Fonseca, lo studio legale al centro dei Panama Papers. Secondo Amnesty International, Global Witness e Human Rights Watch, nel porto franco sarebbero custoditi anche “diamanti insanguinati” provenienti da aree di guerra africane e immessi nel circuito legale dopo essere transitati da qui.

A Ginevra oggetti per 100 miliardi di franchi
Sono le stesse autorità svizzere a lanciare l’allarme sui rischi di traffici illeciti all’interno dei punti franchi doganali: aree dove le merci – e le opere d’arte – non pagano imposte finché restano custodite all’interno. In un rapporto del 2014 il Controllo federale delle Finanze della Confederazione elvetica affermava che «i depositi franchi doganali erano delle zone grigie con un rischio elevato di contrabbando di merci o di attività illegali» prima della riforma della legge doganale del 2007 che ha aumentato i controlli. Ma restano anche oggi aree sotto osservazione.
I punti franchi in Svizzera sono dieci, uno dei quali sorge a pochi chilometri dal confine con l’Italia. Ginevra è il più importante, costituito da due magazzini (a La Praille e vicino all’aeroporto) per un totale di 150mila metri quadrati, una superficie grande quanto 21 campi di calcio. Secondo alcune stime al suo interno sono custodite opere d’arte, diamanti e vini di pregio per un valore superiore a 100 miliardi di franchi svizzeri.

Camere bindate quasi piene
La società che gestisce il porto franco appartiene al Cantone di Ginevra, che detiene l’86% delle azioni, e – secondo il rapporto del Controllo federale delle Finanze – ha generato un rendimento annuale del 115% tra il 2004 e il 2009. Nel 2016 il suo giro d’affari è stato di 24,6 milioni di franchi, in leggera diminuzione rispetto ai 25,3 dell’anno precedente. Secondo uno studio del Cantone di Ginevra, il punto franco ha un impatto economico di 300 milioni di franchi all’anno sul territorio, visto che l’80% dei suoi clienti sono stranieri.
Il bilancio 2016 della società Port francs et entrepots de Geneve Sa rivela che nel magazzino di La Praille il 96,4% degli spazi è occupato, percentuale che sale al 97,3% nel magazzino costruito accanto all’aeroporto. Il tasso di occupazione delle camere blindate, dove vengono custoditi gli oggetti di maggiore valore, è dell’81,5%. Il 40% della superficie verrebbe utilizzato porprio per le opere d’arte. Le cifre di questo grande forziere sono impressionanti, sebbene negli ultimi due anni gli scandali e le indagini giudiziarie abbiano un po’ appannato l’immagine del porto franco.

Il fenomeno Yves Bouvier
Gli eventi si sono spinti a tal punto da costringere l’artefice di questo successo ad abbandonare la piazza ginevrina. A novembre, infatti, Yves Bouvier ha venduto la Natural Le Coultre, la società acquistata dalla sua famiglia nel 1983 e diventata il principale operatore specializzato in opere d’arte del porto franco di Ginevra.
Ma chi è Yves Bouvier? Figura centrale nel mercato internazionale dell’arte, sono quasi tre anni che il suo nome compare sui giornali di tutto il mondo per una contesa legale che lo contrappone a colui che è stato il suo principale cliente: il miliardario russo Dmitry Rybolovlev, accreditato di una fortuna di 5 miliardi di dollari, residente a Montecarlo e proprietario del club calcistico del Monaco.
Bouvier ha trasformato negli anni la Natural La Coultre da semplice spedizioniere a società specializzata nel trasporto, stoccaggio, analisi scientifica, restauro e conservazione di opere d’arte e beni di lusso. Un protagonista nel mercato dei capolavori, grazie anche a 20mila metri quadrati di spazi e camere blindate a disposizione nel porto franco di Ginevra.

Gli “hub dell’arte” esentasse
Bouvier ha ideato gli “hub dell’arte” – tutti esentasse -, reinventando il concetto di porto franco e rendendolo attrattivo per il mercato dei beni di lusso. Nel 2010 ha creato un nuovo freeport a Singapore, seguito nel 2014 da uno in Lussemburgo. Poi è stata la volta di Shanghai, in Cina.
I magazzini sono stati trasformati in lussuosi showroom, proprio come a Ginevra. Qui non ci sono solo aree protette 24 ore su 24, telecamere a circuito chiuso, sensori biometrici, ascensori supersicuri, cinque porte corazzate da superare per arrivare alla camera blindata, protetta a sua volta da un’altra porta da cinque tonnellate e tenuta a temperatura mai superiore ai 17 gradi e con umidità costante per preservare le opere d’arte. Ci sono anche studi di restauratori di dipinti e di sculture, dotati di tecnologie modernissime per valutare lo stato di salute delle tele, ci sono salottini per esporre i capolavori, si possono organizzare aste, gallerie e compravendite. Bouvier ha pensato a tutto.

Il caso-Rybolovlev
Ciò che non poteva prevedere era la reazione del suo cliente più importante. Il 26 febbraio 2016 Bouvier, infatti, viene fermato a Montecarlo. L’oligarca Rybolovlev lo accusa di avergli spillato un miliardo di dollari grazie alla vendita gonfiata di 37 dipinti in dieci anni. Per esempio, sostiene il miliardario russo, Bouvier gli ha venduto un Modigliani a 118 milioni di dollari. Ma prima di cederglielo lo aveva acquistato per 93 milioni, realizzando un guadagno netto di 25 milioni. E poi ci sono i Picasso, i Monet. Il conto che Rybolovlev gli presenta è per l’esattezza di 1.049.465.009 dollari.
Altro esempio è il Salvator Mundi. Bouvier acquista il quadro di Leonardo da Vinci per 83 milioni di dollari. Lo rivende al russo a 127 milioni: un guadagno di 44 milioni di dollari. Intanto, però, a novembre di quest’anno Rybolovlev ha rivenduto il Salvator Mundi per 450 milioni di dollari con un maxiguadagno di 323 milioni.
In un’intervista a Paris Match del 22 novembre, Bouvier si difende affermando che il suo margine di intermediazione era del 35%, nella media del settore. «La collezione che gli ho fatto acquistare negli anni per due miliardi di dollari – ha rivendicato il mercante d’arte svizzero, riferendosi a Rybolovlev – oggi vale il doppio. Gli ho venduto quattro tele di nudi di Modigliani per 200 milioni e recentemente una sola opera molto simile dello stesso artista è stata aggiudicata per 170 milioni».

L’ANDAMENTO DEL MERCATO MONDIALE
Valore variazione in %. (Fonte: Arts Economics 2017)

Norme più stringenti
Al di là di come finirà la contesa legale tra i due, le cifre del mercato mondiale dell’arte sono da capogiro. Secondo il rapporto The art market 2017, nel 2016 le vendite globali si sono attestate a 56,6 miliardi di dollari, in calo dell’11% rispetto al 2015. Ma dal 2009 il mercato è comunque cresciuto del 43,3%.
Ecco perché capire quali opere entrino nei punti franchi non è un’operazione senza senso. Dal 1° gennaio 2016 la Svizzera ha stretto le maglie e aumentato i controlli nei free port per cercare di garantire la tracciabilità delle merci che vi entrano. Secondo le nuove norme chi gestisce un punto franco deve tenere un inventario elettronico dei locatari, dei sottolocatari e dei depositanti, deve effettuare un inventario delle merci sensibili nel free port e deve dichiarare l’ingresso di materiale sensibile.
«Oggi i punti franchi conservano principalmente merci di alta qualità che servono come investimento, ad esempio oggetti d’arte o veicoli da collezione – spiega al Sole 24 Ore il vice capo della comunicazione dell’Amministrazione federale delle dogane svizzere, David Marquis – tuttavia l’amministrazione doganale non redige statistiche sulle merci immagazzinate. Il depositario o il depositante devono tenere un inventario delle merci sensibili. Queste registrazioni di magazzino sono conservate nelle società che immagazzinano queste merci nel deposito doganale e non in Dogana».

Silenzio sui controlli delle dogane
Ma l’impressione è che si tratti di adempimenti più formali che sostanziali. Non esistono nemmeno statistiche sul numero dei controlli effettuati e sul loro esito. Sul punto, l’amministrazione delle dogane mantiene la riservatezza. «Effettuiamo controlli a campione sui punti franchi, sulla base di un’analisi dei rischi – sottolinea il vice capo della comunicazione -. Gli uffici doganali effettuano, ad esempio, controlli sugli ingressi e le uscite o controllano i registri di magazzino e li confrontano con le merci immagazzinate. Il tipo e la frequenza dei controlli differiscono in base alla rispettiva valutazione interna del rischio. Non forniamo alcuna informazione sui dettagli delle nostre attività di ispezione per ragioni tattiche operative. Non possiamo nemmeno dire nulla sui risultati».
Ma quanti sono gli addetti ai controlli per i dieci punti franchi elvetici, dove transitano merci per miliardi di franchi? Anche in questo caso le dogane svizzere si trincerano dietro un no comment: «Non possiamo fornire informazioni sul numero di persone che utilizziamo per i controlli nei magazzini doganali», dice il portavoce.
Nessuna informazione neppure su quanti controlli sono stati effettuati nel porto franco di Ginevra né su quanti sono gli agenti doganali in servizio ogni giorno nel più grande caveau di oggetti d’arte del mondo.

Da Ginevra a Chiasso
A 360 chilometri a sud-est di Ginevra c’è un altro punto franco dove stazionano merci esentasse. È il free port di Chiasso, a ridosso del confine italiano. Probabilmente qui non ci sono opere d’arte ma prodotti di altro tipo stipati nei 35mila metri quadrati, in gran parte (25mila) coperti. Ma anche qui si incontra il fermo rifiuto di fornire qualsiasi tipo di risposta a qualsiasi tipo di domanda.
«Sin dalla sua fondazione – spiega il direttore della società Magazzini generali con punto franco Sa, Giorgio Mischler – la nostra società ha scelto di non commentare notizie o voci e di non rilasciare dichiarazioni o informazioni sul suo andamento». Il free port di Chiasso è nato nel 1920 e nel 1961 è stato affiancato da un altro magazzino di 84mila metri quadrati a Stabio, 12 chilometri a ovest, in direzione di Varese. Da poco tempo Stabio ha perso i requisiti di punto franco doganale e viene oggi utilizzato come semplice terminale di stoccaggio di merci e prodotti.

I MAGGIORI MERCATI DELL’ARTE
Dati in miliardi di dollari. (Fonte: Arts Economics 2017)
402120762211Stati UnitiRegno UnitoCinaFranciaAltriGermaniaSvizzeraItaliaSpagna01020304050

Basilea e la criminalità organizzata
Ma la Svizzera è anche il terminale di attività che non hanno nulla a che vedere con quelle dei porti franchi, che sono perfettamente legali.
Il 15 novembre la Direzione investigative antimafia (Dia) di Trapani, agli ordini di Rocco Lopane, ha eseguito il sequestro anticipato dell’intero patrimonio mobiliare, immobiliare e societario riconducibile a Giovanni Franco Becchina, noto commerciante internazionale d’opere d’arte e reperti di valore storico-archeologico. Impossibile quantificare il valore.
Becchina, originario di Castelvetrano (Trapani), dove la famiglia Messina Denaro detta legge, è stato titolare di una galleria d’arte a Basilea. Emigrato da Castelvetrano in Svizzera, dopo aver subìto una procedura fallimentare, nel 1976, Becchina a Basilea ha lavorato in un albergo. In seguito ha commerciato in opere d’arte e reperti archeologici, avviando la ditta Palladion Antike Kunst.
Secondo la ricostruzione degli investigatori della Dia di Trapani, per oltre un trentennio Becchina avrebbe accumulato ricchezze con i proventi del traffico internazionale di reperti archeologici, molti dei quali trafugati clandestinamente nel più importante sito archeologico della Sicilia (Selinunte) da tombaroli al servizio di Cosa nostra. A metà degli anni Novanta, divenuto ormai un affermato uomo d’affari, è tornato a vivere stabilmente a Castelvetrano, dove ha anche avviato attività economiche ed effettuato rilevanti investimenti.

A gestire le attività illegali legate agli scavi clandestini sarebbe stato l’anziano patriarca mafioso Francesco Messina Denaro, poi sostituito dal figlio, il latitante Matteo. Secondo alcuni collaboratori di giustizia, ci sarebbe stato proprio Francesco Messina Denaro dietro il furto dell’ Efebo di Selinute, una statuetta di grandissimo valore storico archeologico trafugata negli anni Cinquanta. Il collaboratore di giustizia marsalese Mariano Concetto ha dichiarato di aver ricevuto l’incarico dai vertici del suo mandamento mafioso di trafugare il famoso Satiro danzante, reperto archeologico conservato a Mazara del Vallo. Ad ordinare il furto sarebbero stati i Messina Denaro, che avrebbero poi provveduto a piazzarlo attraverso canali svizzeri.

 

MA PASSIAMO AD ALTRO…

Shooting War

Di Aeyliya Husain (23’)

A 15 anni dalla seconda guerra del Golfo (20.03.2003)

Quando la coalizione multinazionale guidata dagli Stati Uniti dichiarò guerra all’Iraq nel 2003, Franco Pagetti era sul posto con la sua macchina fotografica, pronto a documentare il conflitto. Pagetti fu uno dei due fotografi inviati in Iraq dal settimanale TIME per una guerra che durò molto più a lungo del previsto.
Le immagini pubblicate rivelavano però solo una parte della storia, come spiega Pagetti: “In ogni conflitto, non tutto quello che succede è chiaro, ma indipendentemente dal tipo di arma che hai tra le mani, sei l’autore di un crimine contro l’umanità”.
Le sue fotografie raccontavano quindi un’ ”altra” storia, e rivelarono l’umanità di persone che stavano affrontando situazioni su cui non avevano nessun controllo. Sono le immagini della cruda realtà di una zona di guerra.
Le fotografie dei maggiori conflitti della storia hanno mostrato una verità non raccontata dai grandi titoli dei media. Quali sono le storie della guerra d’Iraq? Quale verità rivelano queste immagini?
Dietro a ogni immagine c’è una storia invisibile, un passato che i fotografi conoscono. Pagetti ci accompagna attraverso gli eventi drammatici e carichi di tensione a cui assistette, fino all’istante in cui decise di scattare una fotografia. Della sua esperienza in Iraq ricorda tutto: “Quando guardo un’immagine, ricordo esattamente la situazione, ricordo le persone, dove eravamo e cosa stavamo facendo”.
I fotografi che immortalano le situazioni di guerra ci coinvolgono e catturano la nostra attenzione, interrogando la nostra coscienza sociale. Le fotografie di Franco Pagetti rimarranno come icone, testimonianza di un triste periodo storico.

Shooting War è un breve documentario che racconta la guerra d’Iraq attraverso le fotografie di Franco Pagetti, e rivela l’impatto che il conflitto ha avuto su una regione, su un Paese, e sul mondo intero.

Il film è stato proiettato al Tribeca Film Festival di New York, dove è stato nominato come miglior cortometraggio documentario.

 

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