E il lavoro?

E IL LAVORO?

Forse dobbiamo prendere atto che il lavoro non è più al centro del conflitto sociale.

Con l’esclusione dei moti cambogiani, le grandi proteste – e parliamo di quelle visibili con la gente in piazza – nascono da scontento e indignazione su altri temi.

Pensiamo ad esempio alle “passeatas” brasiliane del 2013 che traevano origine dall’aumento dei prezzi dei trasporti pubblici.

Pensiamo ad esempio alle recenti e attuali proteste nell’enclave Hong Kong che aspirano ad elezioni realmente libere (senza pre-selezione dei candidati da parte del governo cinese).

Pensiamo ai movimenti italiani: no tav, no expo, no mose, acqua pubblica.

Bene che ci sia una grande attenzione per gli ampi temi ambientali aut similia.

Ma il lavoro?

Il lavoro non è pervenuto (e neppure può sostenersi il contrario per duemila fiom in piazza a Milano).

Probabilmente è stato talmente destrutturato, lui e i suoi valori, lui e i suoi diritti, che vi è un senso di nichilistica rinuncia, un meccanismo di rimozione individuale e collettiva, con conseguente fuga centripeta di energie e afflusso verso altre istanze rivendicative, verso altri bisogni/esigenze. L’indignazione e la protesta ragionata si spostano altrove.

Fatta questa sintetica premessa, cerchiamo di evitare che anche il dibattito/lotta TTIP porti all’esclusione o comunque all’allontanamento dal conflitto primordiale capitale-lavoro.

Teniamo alta l’attenzione affinchè non si trasformi in un mero contenzioso tra grandi e piccoli produttori, tra soya e pomodori, tra mais e grana padano; che non si trasformi in una battaglia tra sigle e acronimi, in una guerra tra ogm e dop/doc/docg…

Occorre uno sforzo comune per riportare anche il lavoro e suoi diritti al centro dell’interesse del conflitto.

Saranno tanti i diritti dei lavoratori ad essere lesi nei trattati transatlantici, tanti almeno quante sono le convenzioni dell’organizzazione internazionale del lavoro (OIL) non ratificate dagli Stati Uniti (circa il 90%).

La legislazione comunitaria, soprattutto quella scaturita dalla concertazione sindacale europea, continua a prevedere un alto livello di tutela dei diritti dei lavoratori, la cui elusione/violazione può portare a contenziosi importanti avanti alla Corte di Giustizia; organo giudiziario CE che non potrà che continuare ad essere l’unica sede istituzionale cui direzionare le istanze avverso la lesione dei diritti. Parallelamente, la lesione di diritti sul territorio dei singoli stati membri potrà portare a legittime rivendicazioni giuridiche anche nei tribunali nazionali, vuoi con applicazione del diritto interno vuoi con applicazione del diritto comunitario (cui i giudici nazionali debbono attenersi).

Cerchiamo di ricordare, anche a noi stessi, che, alla fine, chi continua ad andare nei campi e nelle officine sono sempre loro: i lavoratori.

Matteo Paulli

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