DETOX- “Siria Un’ Analisi Seria”

Abituati al nulla del giornalismo mainstreaming Italiano pubblichiamo una analisi  coi controgabbasisi. 

In un’intervista simultanea ad Algérie Patriotique e a Jeune Indépendant, Thierry Meyssan spiega come la Siria, un Paese che affronta da 32 mesi una guerra di aggressione tra le più letali della storia, abbia potuto invertire i rapporti di forza in suo favore.

Fonte : ““La diplomazia si tradurrà in una vittoria della Siria e nella pace duratura””, di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 22 settembre 2013,www.voltairenet.org/article180335.html

Thierry Meyssan

Thierry MeyssanIntellettuale francese, presidente-fondatore del Rete Voltaire e della conferenza Axis for Peace. Pubblica analisi di politica internazionale nella stampa araba, latino-americana e russa. Ultimo libro pubblicato:L’Effroyable imposture : Tome 2, Manipulations et désinformations(éd. JP Bertand, 2007). Recente libro tradotto in italiano: Il Pentagate. Altri documenti sull’11 settembre (Fandango, 2003).

 

Come si può spiegare che un Paese come la Siria, moderatamente armato, abbia potuto contenere l’invasione più mortale della storia, specialmente se dietro questa invasione terroristica vi è la temuta macchina della NATO e il supporto logistico e ideologico continuo dei Paesi del CCG?

Thierry Meyssan: la Siria sapeva che gli Stati Uniti si preparavano ad attaccare fin dal 2001, si veda la testimonianza del generale Wesley Clark. Ha sventato diversi complotti, come ad esempio quello volto a renderlo responsabile dell’assassinio dell’ex-primo ministro libanese Rafiq Hariri. Ma pensava di dover affrontare una guerra convenzionale, non un’ondata di terrorismo settario. In una dozzina di anni, la Siria aveva così risolto diversi problemi fondamentali, compreso il rimborso integrale del debito.

L’Esercito arabo siriano è stato dotato di attrezzature essenziali, ma non sapeva come trattare i jihadisti. Dal febbraio 2011 al luglio 2012, ha evitato di fare uso delle armi quando ciò metteva in pericolo la vita dei civili. Fu un momento particolarmente difficile, durante cui perse più soldati che nelle guerre contro Israele. Fu solo con l’assassinio dei principali leader militari, il 18 luglio 2012, che l’amministrazione Assad ha ordinato di sradicare i jihadisti con tutti i mezzi. L’esercito ha poi adottato le tecniche russe sviluppate durante la guerra in Cecenia.

La resistenza del Paese agli invasori riflette questi due passaggi. Durante il primo anno, l’amministrazione Assad ha cercato di convincere l’opinione pubblica che la campagna occidentale secondo cui il Paese era scosso da una rivoluzione della primavera araba e che la NATO avrebbe cambiato il regime, era falsa. Dalla crisi del luglio 2012 e dalla sua vittoria militare, ha ritenuto di aver vinto politicamente la partita all’interno, e che avrebbe potuto mobilitarsi contro l’invasore. Quindi, fu costituita la milizia di autodifesa di quartiere, alla fine del 2012, e ci fu la prima ondata di volontari nell’Esercito arabo siriano, durante la crisi di Ghuta, nell’agosto-settembre 2013.

In guerra, ci sono solo due campi. Ognuno è costretto a posizionarsi o a morire. Come altrove, quando il popolo immagina che il governo sarà rovesciato da un invasore, resta in attesa, aspettando di vedere. Ma quando il popolo capisce che gli invasori indietreggiano, si sacrifica per salvare il Paese. Nel maggio 2013, un rapporto della NATO stimava il sostegno al governo di Assad al 70%, un 20% di indecisi e un 10% a sostenere i jihadisti. Non ci sono più indecisi. Il 90% dei siriani sostiene il proprio Stato, il 90% dei francesi supportava de Gaulle dopo lo sbarco alleato in Normandia.

Gli Stati Uniti non invocano più la guerra, ora sostengono l’opzione diplomatica, mentre pochi giorni fa le forze armate degli Stati Uniti avevano il dito sul grilletto, in attesa dell’ordine del presidente, comandante supremo delle forze armate, per lanciare i missili contro la Siria. E’ un miracolo o l’opera di fondo svolta da terzi?

Thierry Meyssan: l’analisi, sia in Siria che in Russia, è che gli Stati Uniti sono una potenza in declino che non ha più la possibilità di lanciare una guerra convenzionale. Proprio quest’anno, il Pentagono ha ridotto le dimensioni delle proprie truppe del 20%, e questo processo del “sequestro” è destinato a continuare negli anni a venire.

D’altra parte, gli interessi degli Stati Uniti che hanno portato la Casa Bianca a pianificare la guerra nel 2001, non esistono più. All’epoca il Vicepresidente Cheney aveva creato una task force per valutare il futuro energetico. I suoi esperti erano convinti che il mondo avrebbe dovuto affrontare il “picco del petrolio”, cioè la scarsità di “petrolio greggio” (la qualità del petrolio saudita). Per sopravvivere, doveva pertanto fare man bassa e il più presto possibile, di tutte le riserve di petrolio e gas. Tuttavia, i maggiori giacimenti non sfruttati sono nel sud del Mediterraneo, soprattutto in Siria. Dodici anni dopo, questa analisi s’è dimostrata falsa. Sappiamo ora utilizzare altre forme di petrolio, oltre al “petrolio greggio”, anche se questo significa costruire raffinerie adatte. Inoltre, il gas sostituisce una parte del petrolio e gli Stati Uniti sfruttano, nel Paese ed all’estero, il gas di scisto. Nel ventunesimo secolo non ci sarà una crisi dell’approvvigionamento energetico, e quindi nessun bisogno di occupare la Siria.

Pertanto, le diplomazie siriana e russa cercavano, fin dal maggio 2012, di trovare una via d’uscita agli Stati Uniti. Questo fu lo scopo della conferenza di Ginevra alla fine del giugno 2012. La Russia aveva proposto agli Stati Uniti di abbandonare il piano sul “Grande Medio Oriente” e di dividere la regione. Obama aveva accettato questo accordo, ma ha affrontato una forte opposizione interna. Non è successo nulla durante la campagna elettorale negli USA, ma Barack Obama ha ripulito casa poco dopo. Furono prima estromessi gli ultra-sionisti (a partire da Hillary Clinton) e costretto i sostenitori della guerra coperta a dimettersi (cacciata del generale David Petraeus) e, infine, i capi anti-russi (dimissioni dei capi dello scudo anti-missile e della NATO). Successivamente, Barack Obama s’è impegnato a controllare i suoi alleati. Ha forzato l’emiro del Qatar a dimettersi e il suo successore a ritirarsi dalla scena internazionale. Oggi chiede al Regno Unito e alla Francia di ritirarsi dal gioco.

Non vi è alcun miracolo in ciò, ma un lavoro diplomatico paziente il cui scopo è evitare il confronto diretto con gli Stati Uniti e, al contrario, sostenerli nella loro ritirata. Questo lavoro è estremamente lungo e ogni giorno che passa è costoso in vite umane, ma in ultima analisi, dovrebbe portare alla vittoria della Siria e a una pace duratura.

Se la prima potenza mondiale decide di accettare la realtà sul terreno (una Siria fermamente determinata a resistere ferocemente a qualsiasi aggressione straniera, una Russia che non ha alcuna intenzione di abbandonare Damasco, un’opinione pubblica statunitense stanca…), come si può spiegare che Parigi, vassallo di Washington, possa opporvisi? La Francia ha interesse a dichiarare guerra ad un Paese sovrano?

Thierry Meyssan: Paralizzati dal loro declino, gli Stati Uniti avevano affidato a Regno Unito e Francia la ricolonizzazione di Libia e Siria. Entrambi gli Stati avevano stipulato il Trattato di Lancaster House, nel novembre 2010, quindi prima della primavera araba, per condividere la loro “proiezione di potenza”, vale a dire le loro forze coloniali. Dovevano attaccare insieme e dividersi la torta in base alle loro ex-aree di influenza: la Libia agli inglesi, la Siria ai francesi.

Riguardo la Libia, il Regno Unito ha organizzato la rivolta di Bengasi, non sul modello rivoluzionario, ma su quello separatista, consegnando agli insorti la vecchia bandiera di re Idris, vale a dire quella della dominazione inglese. Riguardo la Siria, la Francia ha organizzato l’Esercito libero siriano, consegnandogli la bandiera del mandato francese (1920-1946). Come in altri casi, è sufficiente vedere le bandiere per sapere che non sono un movimento rivoluzionario, ma gli ascari degli ex occupanti.

Tuttavia, se il Regno Unito ha potuto occupare la Libia, è perché la NATO è intervenuta a distruggerne la resistenza, totalizzando 160000 morti, secondo i rapporti interni della Croce Rossa. Mentre in Siria, i tre veti contrari di Russia e Cina hanno scoraggiato la NATO dall’intervenire. Così la Francia s’è immersa nel sangue per niente.

In tale questione strategica, si aggiungono personalità di peso, come il ministro degli Esteri Laurent Fabius e in particolare il Capo dello Stato Maggiore il Presidente della Repubblica, generale Benoit Puga. Il primo è un ultra-sionista, mentre il secondo è un lefebvriano cattolico, essi condividono la stessa ideologia colonialista.

La Francia non ha alcun interesse nel cercare di conquistare la Siria, ma alcune grandi imprese hanno interesse nel far pagare la conquista al contribuente francese, a loro privato profitto. Inoltre, Regno Unito e Francia sono i grandi perdenti della guerra in Siria, non gli Stati Uniti, perché essi condivideranno la regione con la Russia sulle macerie del trattato Sykes-Picot del 1916, con il quale Regno Unito e Francia controllavano la regione.

Alcuni analisti hanno avanzato l’idea che la Siria, una volta finita la guerra d’aggressione, abbandonerà ufficialmente la Lega Araba perché si riterrà una potenza regionale come la Turchia e l’Iran, e non servirà più a nulla, per Damasco, sedersi in una lega che ha la tendenza negli ultimi anni a consegnare i propri membri al nemico imperiali-sionista e alla NATO (Libia, Yemen,…). Siete d’accordo con questa idea?

Thierry Meyssan: la Siria, membro fondatore della Lega araba non ha ancora deciso nulla. Ma è certo che il partito panarabo Baath non può più essere visto come prima. Il mondo arabo è un’entità culturale, non politica. I peggiori nemici della Siria non sono a Washington, ma a Doha e Riyadh.

Inoltre, i risultati nei 68 anni della Lega araba sono pari quasi zero. Questa struttura è stata manipolata dall’occidente. Tuttavia, abbandonarla suppone che venga sostituita da un altro forum regionale organizzato su una base più solida.

Pensate che il GME (Greater Middle East), il piano statunitense, dal nome ingannevole, per atomizzare e indebolire i Paesi arabi davanti a un’entità sionista più forte che mai, stia affondando? Ciò tanto più che l’emergere della Russia di Putin e la volontà della Siria di riposizionarsi da principale protagonista della nuova mappa geopolitica che si va tracciando ora, dissiperanno il piano atlantista?

Thierry Meyssan: il progetto del “Grande Medio Oriente” era volto a dividere la regione per mezzo degli eserciti occidentali, non per garantire agli Stati Uniti il loro approvvigionamento in petrolio, ma per far dominare Israele. Se ci potemmo sbagliare su questo nel 2003, quando George W. Bush l’evocò, ciò non è più possibile oggi, non avendo gli Stati Uniti più bisogno del petrolio della regione.

D’altra parte, nell’ambito della nuova divisione della regione, la Russia non ha intenzione di entrare in guerra con Israele e gli Stati Uniti. Il piano di Mosca è costringere Tel Aviv ad abbandonare la natura coloniale del suo regime, come Pretoria fu costretta ad abbandonare l’apartheid. Questo è un punto molto importante, perché l’origine delle guerre in questa regione, come in passato in Sud Africa, non è l’esistenza di un particolare Stato, ma la natura coloniale del suo regime.

Signor Meyssan avete sostenuto il colpo di Stato contro il presidente Mursi in Egitto, spiegando che la politica auspicata dall’ex-presidente della Fratellanza musulmana faceva parte di una logica atlantista e sionista, e quindi era necessario che l’Egitto, Paese chiave, se ne sbarazzasse. Ma si scopre che il generale al-Sisi, l’uomo forte di Cairo, contratta con gli statunitensi e anche gli israeliani, i cui droni sorvolano, bombardano e uccidono liberamente in Sinai, ”nel quadro dell’antiterrorismo”. Non sarebbe più corretto indicare Mursi e Sisi dei simili, dato che il nuovo regime di Cairo non ha ritenuto opportuno sostenere la Siria?

Thierry Meyssan: In Egitto, tutte le fazioni sono state finanziate dagli Stati Uniti. Quando Washington sentiva che il Paese stava per implodere, fece affidamento su tutti i giocatori in una sola volta, per essere sicuri che il prossimo governo fosse un suo vassallo.

Come avete detto, io non sostengo il generale al-Sisi in particolare, ma il colpo di Stato per consenso, che ha posto fine alla dittatura dei Fratelli musulmani. Resta che l’esercito deve dimostrare le sue doti politiche. Osservo che, per il momento, la situazione è così complicata che molti giocatori hanno ruoli invertiti. Così, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sostengono l’esercito egiziano e la lotta contro l’esercito siriano, mentre l’Iran sostiene i Fratelli musulmani egiziani e combatte contro i loro omologhi siriani. Ci vorrà un po’ di tempo per riportare le cose alla normalità e a che le posizioni interne coincidano con quelle esterne.

In ogni caso, i rapporti tra l’esercito egiziano e gli Stati Uniti sono tesi. Abbiamo dimenticato che è l’esercito che ha chiuso gli uffici delle organizzazioni “non governative” aperte dalla CIA in Egitto e, al momento, il Pentagono ha sospeso gli aiuti. Furono restaurati sotto la presidenza di Mursi e sospesi dopo il colpo di Stato militare. E’ quindi sbagliato pensare all’esercito egiziano come un pedone degli Stati Uniti. Dobbiamo attendere il ritorno della pace civile per vedere come l’Egitto si evolve.

Potete analizzare la situazione in Libano, che recentemente ha subito una serie di attentati mortali. Gli autori di questi attacchi vorrebbero punire la resistenza di Hezbollah libanese fin dal 1982? Ci sarà un legame con ciò che accade in Siria?

Thierry Meyssan: gli Stati Uniti inizialmente pianificarono l’impiego del Libano come base per attaccare e poi distruggere la Siria. Inoltre, per via della sua storia e della sua geografia, il Libano è dipendente totalmente ed esclusivamente dalla Siria. L’unica alternativa sarebbe frammentarsi e diventare un principato maronita alleato d’Israele, un piano incarnato da Samir Geagea. E’ deplorevole che il Libano non abbia altra scelta, ma è inutile nascondere questo fatto.

Nel 2005, i libanesi chiesero in modo schiacciante la partenza dell’esercito siriano, che garantiva la pace civile. Ciò avvenne senza discutere. I libanesi, che si sentivano umiliati dal dover pagare una minuscola tangente a qualche generale siriano, ebbero poi il piacere di essere saccheggiati in modo massiccio da altri libanesi. Dalla partenza dell’esercito siriano, non ci sono più servizi pubblici. Lo Stato si sfascia a favore delle comunità etnico-religiose. Attualmente, non c’è elettricità, ognuno è obbligato a comparsi un generatore, e non c’è acqua potabile, obbligando ognuno a prendere l’acqua dalla cisterna di casa.

Da marzo, l’MI6 inglese ha chiuso la maggior parte delle sue strutture in Giordania per trasferirle in Libano. Abbiamo poi visto l’inizio di una serie di attentati volti non a colpire la resistenza, ma a creare il caos. Per il momento, la guerra civile non è scoppiata perché l’equilibrio delle forze è così a favore di Hezbollah, che nessuno ha interesse ad iniziarla. Quando Hezbollah si rese subito conto che il nemico l’avrebbe assaltato dalla Siria, si mobilitò per difenderla.

Il piano occidentale era stato ben progettato, a condizione del bombardamento della Siria e del rovesciamento del regime laico. Ma dopo l’inversione degli Stati Uniti sulla questione delle armi chimiche, esso fallirà. Tra un anno, si porrà la questione se il Libano rimarrà paralizzato dalle sue divisioni etnico-comunitarie, imposte da Laqdar Brahimi con l’accordo di Taif, o se raggiungerà, almeno in parte, la sfera d’influenza russa.brisas-peace-sign-by-erika

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