DETOX Italian Sordid Rendition

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Stati canaglia : la sordida rendition italiana

L’Italia, paese di mafia e di vendette trasversali, manda un gruppo di bravacci abbronzati, palestrati, catene d’oro in vista, nessun distintivo né divisa, costantemente collegati a qualche mammasantissima via telefonino, in piena notte a casa della moglie di un dissidente kazako a Roma. Con minacce, insulti, urla che terrorizzano donne e bambini, e botte all’unico uomo presente, la gang sequestra Alma Shalabayeva, moglie del dissidente. Dopo due giorni di spostamenti da un centro di polizia all’altro, e infine in un centro di detenzione, senza diritti alla difesa, senza capi d’accusa e senza verbali, la donna e la bimba vengono caricate su un aereo speciale a Ciampino e ripedite da dove erano fuggite, il Kazakhstan e il suo regime dittatoriale.  Il marito esule, Mukhtar Ablyazov, definisce sordida l’impresa italiana, che consegna nelle mani dei suoi persecutori i piu potenti mezzi di pressione immaginabili, la sua stessa famiglia. Tre esperti in diritti umani delle Nazioni Unite, François Crépeau, Juan E. Méndez e Gabriela Knaul, hanno affermato in un rapporto che la signora Shalabayeva era residente legale nell’Unione Europea, e i suoi diritti sono stati apertamente violati, ignorando i rischi che il rimpatrio forzato poteva causarle, inclusi quelli di persecuzione o tortura.

La signora all’inzio é convinta che a sequestrarla sia una banda di mafiosi assoldati dal regime per uccidere lei e i parenti. Poi attraversa una sequenza di procedimenti altrettanto poco rassicuranti, in uffici e commissariati, sottoposta a interminabili interrogatori, urla,  trucchetti, menzogne, accusata di avere un passaporto falso senza potersi difendere, portata infine in galera e condannata con un giudizio kafkiano, fino alla tappa finale verso l’aereoporto, con la figlia presa in ostaggio dalla poliziotta per costringerla a salire sul bus, e l’imbarco verso il Kazakhstan, senza passaporto, senza documenti, senza biglietto, come dice la donna praticamente rapite.

Nessuno in Italia é colpevole o responsabile dell’operazione, che viene assurdamente attribuita alla proditoria ingerenza di diplomatici kazaki e dell’interpol dello stesso paese asiatico.  Tutti restano al loro posto, una mozione di sfiducia nei confronti del ministro dell’interno viene respinta, il ministro degli esteri ancora ha dato una spiegazione che sostanzialmente fa pesare sui diplomatici kazaki la responsabilitá e reitera l’accusa poliziesca del falso passaporto, nonostante sia stata smentita dal paese che l’ha rilasciato.

La sordida rendition trasversale fa sprofondare le istituzioni italiane,  insieme a una classe dirigente altrettando sordida, spalmata di retorica e creme abbronzanti, con mentalitá da secondini e stile da escorts, abituata a relazioni internazionali da servi e ruffiani. Di poche settimane fa l’azione contro il presidente boliviano, cui viene negato l’atterraggio su istigazione USA, impresa che resterá nella storia dell’America Latina, come dicono i suoi governanti, e per la quale la Spagna ha presentato delle scuse, ma di cui l’Italia sembra ignorare totalmente la portata e le conseguenze.

Mentre le piú alte cariche non perdono occasione per  farfugliaredi  coraggio, onore, e alta politica, tutte cose che non conoscono di persona, nei commissariati, negli uffici dell’emigrazione, fra ufficiali, spie e agenti si prepara la minestra di arbitrio, violenza e vigliaccheria che oggi é stata propinata alla famiglia kazaka, ma che é pronta in tavola per tutti noi.

Alma Shalabayeva, ormai agli arresti domiciliari ad Astana, capitale kazaka, ha fatto pervenire tramite i suoi avvocati un memoriale al Financial Times (disponibile a questo  sito : www.ft.com/cms/50bc3eae-e569-11e2-ad1a-00144feabdc0.pdwww.ft.com/cms/50bc3eae-e569-11e2-ad1a-00144feabdc0.pdfnel quale descrive con dovizia di particolari i protagonisti e le tappe di questa rendition, costellata di urla, di minacce, di disgustose blandizie, compresa la poliziotta Laura, che mentre sta attivamente partecipando alla deportazione della donna e della bambina le mostra  la foto del figlio…Italia, paese di mamme ! Peggio di un film di serie B.

Alla fine di una serie di passaggi attraverso una amministrazione parallela, che decide e agisce non si sa su quale base, la signora e sua figlia vengono caricate sull’aereo privato kazako : fine del film e inizio di chissá quale dramma per loro, usate per ricattare il marito dissidente e principale opponente politico del regime.

Le parlamentari europee Nicole Kiil-Nielsen (Verts/ALE) , Barbara Lochbihler (Verts/ALE)  e Franziska Keller (Verts/ALE) hanno presentato una richiesta scritta alla commissione diritti umani del parlamento europeo, il 24 Giugno (http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+WQ+E-2013-007408+0+DOC+XML+V0//EN )  circa il comportamento italiano, chiedendo se l’operazione degli agenti speciali “…sia in linea con le leggi europee e internazionali, in particolare le direttive sul ritorno, i diritti nelle procedure di espulsione, la regolamentazione della residenza europea [Alma Shalabayeva aveva un permesso di residenza Lettone, valido quindi per tutta la UE] il diritto d’asilo, i diritti dei richiedenti asilo e dei rifugiati, i diritti di famiglia e i diritti dei bambini. Che azioni intende prendere nei confronti delle autoritá italiane la Commissione ? » La risposta é attesa per metá Agosto

Nessun media italiano a nostra conoscenza ha tradotto e pubblicato il memoriale di Alma Shalabayeva e nessuna fonte ufficiale ne ha smentito il contenuto. Nessuno sa l’inglese ?

Eccone un riassunto parziale :

«Giorno 1, notte fra il 28 e il 29 Maggio, mezzanotte. Dormivo con mia figlia nella camera dei bambini ; mia sorella, mio cognato e la loro figlia dormivano nella stanza attigua. Un rumore molto forte mi ha svegliata a mezzanotte. C’erano persone che battevano alle finestre e stavano spaccando gli scuri di metallo, altri battevano alla porta, dovevano aver scavalcato il recinto di casa ed essere entrati nel cortile. Sono uscita in corridoio, anche mia sorella e mio cognato erano corsi fuori dalla stanza ed erano molto spaventati, sembrava che un tornado o un terremoto stesse squotendo la casa.

Ho aperto la porta di casa e ho cercato di chiedre in inglese chi fossero, ma mi hanno spinta da parte e un gruppo di 30-35 persone sono entrate in casa, altre 20 circa sono rimaste fuori. …Sono armati, e fanno paura. Alcuni hanno orecchini, sono vestiti di nero, con vestiti che appaiono usati, e pantaloni con strappi; alcuni hanno grosse catene d’oro al collo, una metá ha la barba, e uno ha i capelli alla punk con un gel che li fa stare ritti come spine. Non hanno segni di identificazione esterni o badges che mostrino che sono poliziotti o militari, ma tutti hanno pistole.”

Gli abitanti adulti della casa, Alma Shalabayeva, sua sorella e il cognato vengono circondati da 20 di questi tipi, portati in una stanza e impossibilitati a muoversi, e assistono terrorizzati al girovagare per la casa della banda di armati. Pensano tutti di essere sul punto di essere uccisi, cosí, senza testimoni, senza che nessuno ne sappia mai nulla. Uno che sembra il capo del gruppo ha in mano dei fogli, e mostra per un secondo un badge, ma troppo velocemente per capire chi sia, e si rifiuta di rispondere alle logiche domande della donna che chiede : chi siete e perché siete qui ?

« Dopo essermi ripresa un poco » prosegue il memorandum « comincio a chiedere in inglese : chi siete ? siete la polizia ? Polizia ? Ma non riesco ad avere una risposta. Ad un certo punto ho cominciato a sospettare che non fossero poliziotti, ma solo una banda che facesse finta di essere polizia, il loro comportamento era troppo strano per essere poliziotti, troppo rude. Ero anche preoccupata per le bambine, noi eravamo in una stanza,  le bambine in un’altra e non avevamo la minima idea di cosa stesse succedendo nel resto della casa. Semplicemente avevamo paura che violentassero le bambine, e mia sorella ha spiegato con gesti e parole che c’erano bambini nelle altre stanze e che dovevamo accertarci di come stessero. La lasciarono andare ma un gruppo di loro la seguí. Nel frattempo un gruppo aveva portato mio cognato fuori dalla stanza. »

L’assalto continua, la gang di armati fruga la casa, é in cerca di qualcosa che non trova, e quando la donna ripete che in casa ci sono solo i tre adulti e i bambini viene trattata con animositá e non creduta. Le chiedono i documenti, il passaporto, ma pensando che siano uomini che agiscono per conto del governo kazako non si fida a consegnare il passaporto kazako, e consegna loro un passaporto diplomatico della Repubblica Centrafricana. Il documento sembra sorprendere la gang, che se ne impadronisce ma non cambia atteggiamento.

Dei rumori nella stanza dei bambini la allarmano, cerca di alzarsi dalla sedia dove é bloccata ma uno della gang la spinge indietro e la costringe a sedere, in modo brutale, terrorizzandola. La donna continua a chiedersi chi sono, é convinta che siano gansters e non poliziotti. Poi giungono dei rumori di botte e di lamenti dalla stanza accanto. «Gli occhi di mia sorella si sono spalancati con orrore, io sono balzata in piedi in direzione della stanza ma qualcuno mi ha bloccata e mia ha indicato la sedia. Ho pensato che fosse finita, che fossero venuti ad ucciderci, che i nemici di mio marito li avessero assoldati e che ci avrebbero uccisi tutti. Poi quello che sembrava il capo del gruppo e che parlava un poco di inglese mi ha chiesto : chi sei tu? Ero terrorizzata, pensavo che se gli avessi detto il mio nome mi avrebbero semplicemente uccisa insieme a mia figlia. Cosí riposi che ero russa. A questo punto uno con una grossa catena d’oro al collo, che sembrava un mafioso uscito da un film, ha cominciato a urlarmi contro in italiano, e sembrava che stesse per colpirmi. Era alto, abbronzato, robusto e mentre gridava le sue mani si muovevano verso la pistola. Pensai che se avessi fatto qualcosa di sbagliato in questo momento,  sarebbe stato l’ultimo errore della mia vita. Pensai che stesse per picchiarmi e che mi avrebbe uccisa. Continuava a gridare in italiano e l’unica cosa che sono riuscita a capire era puttana russa Ero scioccata, mi sono paralizzata e ho chiuso gli occhi.”

Lo stesso tipo piú tardi le urla in faccia “Io sono la Mafia” mentre il cognato viene riportato nella stanza con la faccia sanguinante e chiari segni di colpi ricevuti.

A due ore dall’inizio del raid cominciano a scrivere un rapporto, e chiedono alla donna il computer [sic] per fare il verbale della perquisizione, ci mettono due ore per scrivere mezza pagina. Ci sono altri computer nella casa ma non vengono cercati, si interessano solo alla macchina fotografica, e quando trovano le foto della donna e del marito esule sequestrano la memoria. Lei insiste a negare l’identitá sua e dell’uomo per paura che siano sicari e non poliziotti. Alla fine scrivono un verbale in italiano e la forzano a firmarlo, sono molto arrabbiati, furiosi, secondo la donna. Alla fine portano via lei e il cognato, senza documenti, senza telefoni, senza soldi.

Quando escono di casa vedono parcheggiate fuori circa 15 auto, tutte senza indentificazioni. Vengono portati in una stazione di polizia nel centro di Roma. « Ho avuto la certezza che fossero poliziotti solo quando ho salito le scale di quell’edificio ». Lí vengono lasciati in un ufficio, poi portati in un altro dove trovano gli stessi individui del raid, che li costringono a firmare un documento, dicendo che dopo sarebbero potuti tornare a casa. Ogni tentativo di resistenza alla firma, la richiesta di traduttori o avvocati vengono respinti a suon di urla.

« Quando mio cognato ha menzionato la parola advocat, tutti si sono messi a urlare, era veramente spiacevole, mi urlavano in faccia, molto vicino, sentivo il loro fiato, era spaventoso. Sotto questa pressione mio cognato ha firmato ma ha aggiunto in russo non so cosa sto firmando, quelli intorno hanno visto e hanno cominciato a chiedere cosa avesse scritto ma lui ha alzato le spalle. Eravamo tutti e due in uno stato di stress terribile, io avevo le lacrime che mi scendevano dagli occhi, per tutto il tempo. »

Invece niente rilascio ma altro viaggio verso la polizia dell’immigrazione. Con loro c’é il capo del raid, che a parere della donna sembrava non essere un membro permanente del gruppo, dai modi meno rudi. Alle 6 del mattino viene loro detto di nuovo che sarebbero stati rilasciati dopo aver preso fotografie e impronte digitali. Ancora una volta non é vero e vengono portati in macchina per 40 minuti in un altro centro. Arrivano che sono le 7 del mattino, aspettano un’ora, poi vengono portati a turno a prendere le impronte e fare le foto, con modi particolarmente rudi. Alla fine vengono consegnati ad un altro gruppo, un uomo con capelli brizzolati e altri due uomini in jeans, nessuno é in divisa, nessuno ha un distintivo o segno di identificazione. Forse sono gli stessi del raid, forse no. Vengono accompagnati in una sala d’aspetto dove al di lá del vetro ci sono partecipanti al raid ed altri, chi in divisa chi no. Lí aspettano diverse ore.

Poi comincia un interrogatorio da una finestrina nel vetro. Nessuno parla abbastanza inglese da comprendere le loro risposte ; quando il cognato menziona di avere un permesso di residenza lettone, in inglese Latvia, nessuno capisce a che cosa si riferisca. Al cognato chiedono informazioni sulla sua venuta in italia, lui ha tutti i documenti in regola. Allora chiede : sono in arresto ? Rispondono no ; al che lui domanda : sono libero ? Risposta: si; ma quando chiede : posso andare? La  risposta é no, devi aspettare. La donna e suo cognato non capiscono.

Continuavano a farmi domande da dietro il vetro, ad un certo punto ho visto che avevano il mio passaporto diplomatico della Repubblica Centroafricana. Sembrava vecchio e sgualcito, quando gliel’ho consegnato a casa era un documento nuovo e in buono stato. »

Ad un certo punto, ormai é pomeriggio, una donna bionda passa la porta a vetri e arriva nella stanza e si mette a urlare, senza neanche presentarsi.

« Urla che ho un passaporto falso, si comporta in modo incoerente ; un momento urla, il momento dopo sorride e dice che presto saró rilasciata, che se ne occuperá lei, e che tutto andrá bene. Non capivo il suo scopo e perché questo show fosse necessario, ero emozionalmente esausta, le sue urla mi avevano fatto scoppiare in lacrime, era veramente difficile per me controllarmi. » Per ore le domande continuano sullo stesso punto, il passaporto centrafricano, ritenuto falso. La donna chiede di chiamare l’ambasciata centrafricana che puó confermare, ma nessuno lo fa, insistono, sembrano voler ottenere dalla donna la confessione che il passaporto é falso. Intorno ci sono sempre quelli del raid, che si danno i turni. Il cognato viene portato via, ritorna e riesce a metterle in mano un telefono, che le viene subito sequestrato. La donna chiede di poter fare una telefonata ma le viene negato. Nell’ufficio migrazione passa circa 15 ore. Senza bere e senza mangiare, soffre di nausea per la fame, lo stress, la stanchezza, e la fatica di capire le domande fatte in un inglese approssimativo ; verso sera si sente senza forze.

Comincia a pensare che ormai troppa gente l’ha vista e che ucciderla non sarebbe facile. Cosí decide di spiegare chi é e perché si trova in questa situazione. Si rivolge a chi crede sia il capo dell’ufficio migrazione, anche se costui non ha nessun segno di riconoscimento. Spiega che é kazaka, moglie di un leader dell’opposizione. Il cosidetto capo ascolta e traduce a una decina di persone nella stanza. Gli racconta del regime, delle minacce a suo marito, spiega che tutto quello che dice si puó trovare su internet, e aggiunge che suo marito ha ricevuto asilo politico a Londra, lei stessa ha un passaporto kazako e un permesso di residenza in Lettonia. Spiega che il marito ha denunciato il dittatore e che per questo é ora sotto minaccia di morte. Tutti nella stanza registrano con i telefonini o altri apparecchi quello che lei racconta. Quando finisce di parlare uno del gruppo l’accusa di nuovo di avere un passaporto Centro africano falso. « Ci sono due pagine 36 » « Ho risposto che quando gliel’ho consegnato non c’erano. Potevo vedere che il documento che avevano in mano si era come gonfiato, era aumentato circa del doppio. »

Alla donna sembra che il cosidetto capo simpatizzi con lei, ma abbia come paura degli altri. Le dichiarazioni non cambiano l’attitudine generale ; resta chiusa in una stanza isolata dal vetro, senza possibilitá di comunicare con l’esterno, senza accesso a interpreti e avvocati,  e continuano ad accusarla di aver falsificato il passaporto.  Si ritrova senza speranza, pensa che la portino da qualche parte e che le sparino. Viene rimessa in macchina e portata in un nuovo edificio. Passa da un metal detector e varie porte e si rende conto che si tratta di un carcere. Si tratta del centro di detenzione di Ponte Galeria. E’ in cella con tre altre donne, una delle quali la aiuta a fare il letto e le mostra simpatia. E’la prima volta nella sua vita che si trova in questa situazione, in galera, dopo essere stata imbrogliata varie volte, costretta a firmare fogli e documenti che avrebbero dovuto rilasciarla.

Giorno 2

La mattina, dopo il diniego delle guardie, riesce a farsi prestare il telefono da una detenuta e chiamare sua sorella, ma nessuno risponde. L’angoscia per la sorte dei familiari e della figlia cresce. Alle dieci del mattino viene portata a un colloquio.

« Mi portano in una stanza dove c’é un uomo italiano, capelli grigi, magro, circa 45 -50 anni. Non so il suo nome, parla russo, dice di essere l’avvocato della prigione e mi chiede di raccontargli i fatti. Gli racconto la storia, di come hanno attaccato la casa di notte, di come mi hanno detenuta, portata alla stazione di polizia, poi agli uffici immigrazione. Ascoltava, ma non scriveva veramente molti appunti. Poi ha cominciato a parlare delle leggi, e ha detto che potevano tenermi in prigione solo due giorni, e che la mattina del secondo giorno avrei avuto il giudizio, che poteva terminare con tre decisioni : il rilascio ; la detenzione ; o la espulsione dal paese. Ha detto che dovevo mettermi in contatto con l’ambasciata kazaka e che avrebbe cercato di contattare l’ambasciata lo stesso giorno. Io ho detto che non c’era niente di cui parlare con l’ambasciata, che non volevo parlare con loro, che ne ero spaventata e che volevo parlare con degli avvocati. Dopo di che mi riportarono in cella. »  All’ora di pranzo grazie a delle detenute riesce a mettersi in contatto con sua sorella, che la rassicura e le spiega che degli avvocati saranno presto lí.

Ritorna in cella « In quel momento mi sono sentita perduta, senza aiuto o speranza. Non capivo dove fosse il mio passaporto ; non capivo perché fossi seduta in cella. Ma pensavo che qualche persona di potere in Italia avesse ricevuto qualche ordine speciale e lo stesso eseguendo. Ma da chi e perché ? Non riuscivo a capirlo, ma capivo che stava succedendo qualcosa di anormale e questo faceva paura. »

Riceve poi la visita degli avvocati, che sono contenti di averla trovata e le dicono che stanno mettendo insieme i documenti per il suo rilascio.Ritorna in cella ma la chiamano ancora per un colloquio con l’uomo brizzolato che parla russo, autodefinitosi avvocato della prigione, quello che le suggeriva di contattare l’ambasciata. Appena arrivata nella stanza le mette in mano un telefono, dall’altra parte c’é l’ambasciata kazaka, un uomo che si presenta come il console e dice di chiamarsi Arman. Lei non vuole parlare, dice solo che é accusata di avere un falso passaporto, poi chiude la comunicazione ed viene riportata in cella. Seconda notte in galera.

Giorno 3

La mattina la portano in un reparto diverso, in una stanza dove siede una donna in uniforme e un uomo vicino a lei. Da una porta entrano i suoi avvocati, viene fuori che questo é il tribunale che deve giudicare il suo caso.

« La donna dichiara che il motivo della detenzione é il passaporto falsificato. L’avvocato chiede che il passaporto venga mostrato. La donna dichiara di non averlo. Al che l’avvocato comincia a dire : come possiamo esaminare il caso se il passaporto non c’é e non c’é la possibilitá di capire se é falso o no ? La donna in uniforme replica che il passaporto non c’é  e che non possono rilasciarmi perché il passaporto non c’é. Gli avvocati erano sicuri che il passaporto fosse in custodia dell’amministrazione che teneva in custodia anche me. La donna alzava le spalle e non sembrava capire veramente cosa stesse succedendo. C’era un inteprete che mi traduceva in russo, ma non potevo partecipare veramente alla discussione. Sembrava essere un vicolo cieco…non so se ho capito esattamente tutti i dettagli, ma l’intera udienza é durata meno di un’ora, non mi hanno rilasciata, mi hanno riportata in cella e non mi hanno lasciata parlare con gli avvocati. »

Dopodiché entra in cella una guardia e le ordina di raccogliere le sue cose. Viene portata in un ufficio dove si trovano alcuni partecipanti al raid e la donna che le aveva urlato in faccia durante gli interrogatori al centro migrazione. In seguito viene a sapere che il nome della donna é Laura e quindi nel memoriale da qui in poi la chiama per nome. Laura le chiede di chiamare sua sorella e di dirle di consegnare sua figlia a chi é venuto li a casa a prenderla. Ovviamente questa richiesta la terrorizza. Perché deve consegnare la figlia, e a chi ? Chiede di parlare con degli avvocati. Ma Laura insiste, se chiama potrá rivedere la bambina, potranno portargliela per una visita e la bambina non la vede da tre giorni e sente la mancanza della mamma. Ma la donna kazaka non cede, non vuole parlare con sua sorella e vuole invece un avvocato. Tira fuori il bigliettino col numero dell’avvocato, datole da suo cognato,  e chiede di chiamarlo, ma Laura le prende il biglietto di mano e lo strappa.

Ad assistere alla scena c’é anche il tipo brizzolato che parla russo, il sedicente avvocato della prigione.

« Laura fa il numero di qualcuno nella casa, loro passano il telefono a mia sorella. Mia sorella sta piangendo, dice che quelli del raid sono tornati e vogliono prendere la mia bambina e che hanno preso tutti i telefoni di casa e non la lasciano chiamare l’avvocato.  Ho cominciato a urlare nel telefono : Non dargli la bambina, non andare da nessuna parte senza avvocato, solo con l’avvocato !  Alla parola advocat in russo Laura mi prende il telefono e chiude la comunicazione. Io tremavo. Mi hanno ordinato di sedere e di aspettare. »

Siede e aspetta, senza poter chiamare un avvocato, senza sapere cosa succede, mentre gente, sempre gli stessi, va e viene. Poi tutto si mette in moto di nuovo, le dicono che bisogna andare. Andare dove ? chiede lei e chiede ancora di parlare con un avvocato. L’italiano che parla russo le dice che deve andare, ma lei insiste che vuole un avvocato e lui le dice che é impossibile, secondo la legge deve andare [sic]. Laura le dice che la porteranno in un posto dove potrá rivedere la sua bambina, tutti dicono andiamo andiamo, qualcuno si lascia sfuggire la parola aereporto.

La caricano su un minibus, ci sono almeno 10 persone, riconosce le facce del raid, Laura é seduta accanto a lei. Sente che parlano di Ciampino e capisce che stanno andando lí. L’uomo brizzolato che parla russo é seduto dietro di lei. Durante il viaggio Laura le chiede del Kazakhstan, e se veramente é cosí brutto come dice, e la donna cerca di spiegarle ma capisce solo alla fine che Laura sta registrando tutto quello che dice.

Arrivano a Ciampino, scortati da altre auto, entrano in un ufficio e le intimano di sedersi. Aspetta per circa un’ora, fino a che non si apre una porta e sua figlia le corre incontro. « Sentii che era una sorta di terribile trappola, ora che mia figlia era con me non avrei piú potuto fare nulla. Volevo piangere, ma mi sono trattenuta per non fare vedere alla bambina… che sembrava gonfia, come se avesse pianto molto nei giorni passati ».

Vengono lasciate ancora ad aspettare, per ore, l’uomo nel cui ufficio si trovano fa avere loro qualcosa da mangiare e dell’acqua, poi mostra loro le foto della sua famiglia nel computer, poi se ne va e le lascia sole, senza telefono, prive di qualsiasi diritto. Intanto ritornano quelli del raid, e Laura ; telefonano, sembrano in contatto costante con qualcuno. Laura non la lascia di un millimetro, le mostra le foto del suo bambino sul telefonino. Nell’ufficio di fianco c’é sua sorella e andando alla toilet riesce a incontrarla e si abbracciano, la sorella é in lacrime e non capisce cosa stia succedendo.

« A questo punto avevo capito che mi stavano mandando in Kazakhstan, sapevo quello che voleva dire per me, per mio marito e i  figli. Mi sono diretta verso uno degli uomini nell’ufficio e ho detto in inglese: Io chiedo asilo politico!  L’ho detto diverse volte, guardandolo direttamente, lui ha fatto finta di non capire, ma so che ha capito. C’erano altre due persone nell’ufficio e Laura, che uscirono immediatamente e chiusero la porta. Rimasi sola con mia figlia. Vedevo dal vetro che Laura parlava al telefono, sembrava impazzita. Rimasi sola con la mia richiesta, nessuno ci ha spiegato nulla, siamo rimaste sedute io e mia figlia per altre 4 ore.  Improvvisamente alle 18 Laura é entrata, ha preso mia figlia ed é corsa fuori con lei, io le inseguivo, per l’intero aereoporto. Laura teneva mia figlia e parlava con lei come se fosse in gioco, uno scherzo. Io le correvo dietro senza pensare a niente, poi Laura é saltata in un minibus, praticamente sulla pista, con mia figlia fra le braccia, io l’ho seguita. Il bus é partito, ed é cosí che mi hanno fatto salire sul bus.”

Nel bus ci sono altre 5 persone, armate, tutti italiani, e il solito uomo brizzolato che parla russo.  La donna dice a Laura che vuole asilo politico, ma Laura le risponde « teneramente » che é impossibile, tutto é ormai deciso. Ma non é finita, il bus si ferma, l’uomo brizzolato le sussurra : non dica che parlo russo, e lei crede per un momento che possa aiutarla. Lí c’é un altro italiano e due kazaki, il console e un interprete. L’Italiano le legge un documento, che il kazako traduce, in cui le si chiede di firmare una dichiarazione per affidare sua figlia a un tale Vladimir, ucraino, che si occupa della gestione della casa dove viveva con sua sorella. Perché devo lasciare mia figlia in custodia a un uomo pressoché sconosciuto non della famiglia, perché non a mia sorella ? Al che la donna reitera la sua richiesta di asilo, che viene tradotta in italiano dall’inteprete kazako. L’italiano presente risponde : questo é impossibile, una decisione é giá stata presa dall’alto, ed é troppo tardi. Ma non dice chi ha preso la decisione. Le chiedono se vuole prendere la figlia con se, deve scegliere se affidare la figlia al tale Vladimir, o portarla con se; lei decide di tenere la figlia con se, non le sembra ci sia altra scelta, le fanno firmare un foglio.

Vengono portate verso l’aereo, mentre gli altri, Laura e gli uomini armati in borghese restano  sul minibus.

«L’italiano che ha letto il documento ci conduce, e lungo il percorso il console kazako chiede all’italiano in inglese se abbiamo dei documenti. Chiede in inglese all’italiano : per favore le dia il passaporto. L’italiano risponde : no, non ho il suo passaporto. Il console chiede: allora dov’é il suo passaporto ? L’italiano non risponde.  Il console continua: per favore date una qualche lettera. Ho sentito l’italiano rispondere: no. Il console ha alzato le spalle.  Ho avuto l’impressione che il console stesse facendo quello che gli era stato detto senza sapere bene perché…Stavano portando via  me e mia figlia senza alcun documento, senza passaporti, sensa documenti di accompagnamento, senza biglietti, non eravamo passati da alcun controllo passaporti o doganale italiano. Salimmo sull’aereo, una hostess ci ha detto Hello in russo.Ho capito che l’aereo era stato portato dal Kazakhstan, neanche il pilota ha domandato documenti, nessuno ci ha chiesto niente, stavamo lasciando il paese senza documenti. In pratica, ci hanno semplicemente rapite.”

Alma Shalabaieva descrive l’arrivo a Astana, capital kazakha, dove l’aspetta un minibus e un gruppo di persone, ancora una volta le chiedono di firmare documenti che lei rifiuta, una replica di quanto successo in Italia. Il memoriale si conclude qui, datato e firmato, 22 Giugno 2013.

Di fronte ai contenuti del memoriale:

1. Dovrebbe essere possible verificare gli eventi descritti in base ai luoghi e le descrizioni particolareggiate dei personaggi : il brizzolato che parla russo, i protagonisti del raid, i vari personaggi nei vari uffici, il tribunale giudicante, Laura e l’italiano sulla pista. Ma anche varie persone presenti negli uffici, il personale di guardia a Ponte Galeria, le compagne di cella etc.

2. La donna parla di una serie di documenti e verbali firmati, ce ne sono molti, dove sono? come sono intestati? da chi sono controfirmati? chi li ha in custodia o a chi sono stati consegnati?

3. Dovrebbe essere possible identificare la catena di comando delle azioni : la donna parla di 50 di persone, almeno 30 di sicuro, e 15 macchine, una forza non semplice da mobilitare, se non con ordini dall’alto e dovrebbero essere spiegati i costanti riferimenti a consultazioni telefoniche ; le decisioni vengono prese  evidentemente in base a queste : chi c’é dall’altra parte ?

4. Dovrebbe essere possibile fare un’analisi legale circa quali e quanti regolamenti e leggi nazionali, europee e internazionali, inclusi trattati e convenzioni, sono stati infranti durante l’intera procedura

5. Associazioni civili e dei diritti umani italiane e internazionali dovrebbero considerare l’opportunitá di costituirsi parti civili per violazione flagrante dei diritti fondamentali alla giustizia, alla difesa, all’asilo e violazione di diritti umani fondamentali inclusi i diritti dei minori,   e appellarsi nelle sedi appropriate, nazionali, europee e internazionali.

 

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