Confindustria parla Bonomi “Vogliamo tutto”

 

Pubblichiamo volentieri. Potremmo non essere d’accordo su tutto ma il punto, preoccupante é che sentiamo puzza di bruciato.bonomi-660x330

L’avete visto bene il nuovo boss di Confindustria? Ha la faccia del tipico fascista Cileno Salvadoregno Argentino etc etc. Il nostro Andrea Bellini direbbe che Lombroso aveva ragione.

Tocchiamo balle e speriamo di sbagliarci ma é pericoloso minimizzare la pericolositá di CasaPound, del folle Pappalardo e della eterna Maggioranza silenziosa  .  (EnnEnnE)

 

 

DI GIORGIO CREMASCHI

 

Il neo presidente di Confindustria Bonomi, dalle pagine de La Repubblica della famiglia Agnelli, lancia un proclama al paese: tutto il potere ai padroni. Questa è la sintesi di una lunga intervista nella quale il finanziere milanese, reduce dai disastri della Lombardia di cui la sua organizzazione condivide la responsabilità con la classe politica, chiede che tutte le risorse pubbliche e private vadano alle imprese ed ai loro profitti. Bonomi minaccia un milione di licenziamenti se non si farà come dice lui. Cioè basta coi contratti nazionali, coi diritti, coi salari, con il reddito di cittadinanza. Anche a CgilCislUil e a Landini, che in questi anni con gli industriali hanno concordato tutto, Il presidente di Confindustria dice basta. Sono 25 anni che in Italia cala la produttività, afferma Bonomi, e state certi che non pensa al fallimento della sia classe imprenditoriale, ma agli operai sfaticati. Basta guardare il lavoro dallo specchietto retrovisore, sintetizza il leader dei padroni e noi sappiamo da decenni questa modernità cosa vuol dire: più lavoro con meno salario.

 

Bonomi i soldi non li vuole solo dai lavoratori, ma anche dallo stato, che deve finanziare le imprese senza mettere becco sui loro affari, anzi favorendo proprio quelle più grandi, perché quelle piccole vanno aiutate solo a crescere. E questo spiega perché il giornale di John Elkann, in attesa degli aiuti pubblici, dia tanta enfasi a queste parole. Che sono rivolte con insolita durezza contro il governo e tutta la classe politica, accusati di pensare solo a dare soldi ai poveri e non alle imprese.

 

Il ministro Gualtieri ha risposto promettendo l’aiuto alla FCA, il mantenimento di autostrade a Benetton e lamentando la “ingenerosità “ del capo degli industriali. La sua è stata la risposta piagnona di un servo che non capisce perché il padrone non gli sia riconoscente. Il povero ministro non ha capito che con la crisi che avanza i padroni non si accontentano più dei tanti regali già ricevuti, ma vogliono proprio tutto.

 

Bonomi vuole i soldi europei, quelli dello stato, quelli dei lavoratori, quelli dei poveri e per questo non può accontentarsi. E vuole un governo che risponda immediatamente ai bisogni di classe dei padroni.

 

Così la Confindustria si candida a guidare quello che è stato definito il partito del PIL, a fare con esso un governo che attui quelle “riforme” liberiste che ancora chiedono i vertici UE in cambio degli aiuti. Come se quelle riforme, ultime la legge Fornero e il Jobsact, non fossero ancora state fatte, come se non fossero già state massacrate la sanità e il sistema pubblico, proprio per dare soldi ai padroni come Bonomi.

 

Quando- dopo trent’anni di politiche liberiste e privatizzazioni, dopo una pandemia che ne ha mostrato tutti gli effetti criminali – si parla come se l’Italia fosse un paese con troppo socialismo, allora si vuole un saccheggio capitalista del paese che è incompatibile con la Costituzione e la democrazia.

 

Il generale Pappalardo e Casapound hanno portato in piazza terrapiattisti fascisti contro tutta la classe politica, ma queste ridicole manifestazioni non minacciano la democrazia quanto il golpismo economico della Confindustria. Quando un padrone chiede di togliere il reddito di poche centinaia di euro ai poveri perché quei soldi servono ai suoi investimenti e questo non suscita indignazione adeguata; quando uno che parla come Bonomi non viene considerato e trattato come Bolsonaro, che ha lo stesso programma, allora la democrazia è sotto una minaccia mortale, anzi padronale.

 

 

Giorgio Cremaschi

 

 

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