Colpo di stato in Bolivia e “Dulcis in Fundo”un Vescovo

bolivia_protestas_golpe_estado_bolivia_evo_morales_reuters.jpg_1718483347                                                                                         Indios Boliviano e Conqustadores Bianchi

 DUE ARTICOLI in SINTESI

Il primo é di poche ore fa il secondo di giorni precedenti il golpe

Courtesy Come don Chisciotte

1) DI GENNARO CAROTENUTO

gennarocarotenuto.it

Il GOLPE è consumato.

Evo Morales rinuncia alla presidenza in Bolivia per evitare una guerra civile voluta dai bianchi e dai ricchi e da quei poteri internazionali che male hanno digerito che la Bolivia, per la prima volta nella sua storia sia stata in grado di prendere in mano il proprio destino.

Evo si dimette come in Cile dal 29 giugno all’11 settembre 1973.

La colpa di Evo? La colpa di Evo è quella di avere reso la Bolivia un paese produttivo, un paese in crescita economica, con una moneta stabile, di aver ridotto indigenza e povertà e fatto entrare milioni di boliviane e boliviani nelle classi medie. Ciò secondo qualunque fonte.

La colpa di Evo è stata avere bene utilizzato i soldi della nazionalizzazione degli idrocarburi. Nel 2019, secondo l’FMI, la Bolivia crescerà del 4%. Secondo la Banca Mondiale, dal 2006 a oggi il PIL del paese è passato da 11 a 38 miliardi di dollari e la povertà è passata dal 60 al 36%. Di cosa si accusa Evo Morales?

La colpa di Evo è quella di non essere mai andato a Washington con il cappello in mano come qualunque presidente boliviano prima di lui aveva fatto.

Soprattutto la colpa di Evo è stata aver fatto finire il regime di apartheid sul quale si è basata la storia della Bolivia per 500 anni. La Bolivia dei bianchi questo non lo ha mai perdonato.

L’uso della violenza da parte dei paramilitari al servizio delle destre, sul quale c’è stato un silenzio complice dei media monopolisti, ha fatto da preludio all’intervento dei generali traditori.

Non vogliono elezioni che Evo o un altro esponente del MAS rivincerebbe esattamente come pretendere il ballottaggio era un pretesto. Volevano il golpe. Vogliono il potere.

L’etica superiore di Evo e di Álvaro García Linera sanno che anche la più importante esperienza di governo della storia del paese non valga una guerra civile, i morti, la tortura, i desaparecidos, che peraltro la Bolivia già conosce.

Ancora una volta nella storia latinoamericana va in scena la lugubre commedia dei generali rappresentati come se si facessero carico del potere per spirito di servizio, indegna menzogna alla quale i media monopolisti ancora una volta si prestano.

 

2) courtesiy Vietato parlare

Nei giorni precedenti il golpe

 

di Fabrizio Casari

 

Come già in Venezuela e in Nicaragua, con identiche modalità e comuni complicità, gli Stati Uniti stanno tentando di rovesciare con un colpo di Stato il legittimo governo di Evo Morales in Bolivia. Preoccupati dal tempo che scorre e riduce le proteste e delle missioni internazionali che dovrebbero certificare l’esito elettorale favorevole a Morales, hanno deciso di accelerare i tempi e nei giorni scorsi hanno sabotato l’elicottero con il quale il Presidente doveva spostarsi. Solo l’abilità del pilota lo ha salvato.

La tattica è quella consueta: non riconoscere il voto è la prima mossa per delegittimare la sinistra che vince le elezioni e sui loro governi si gettano come avvoltoi con sanzioni, embarghi, aggressioni politico-diplomatiche e commerciali, con l’intento di costringerli alla resa.

 

L’obiettivo è cacciare Evo Morales e restituire la Bolivia alle multinazionali USA e il piano è sempre stato quello di rifiutare qualunque risultato che non fosse stato la vittoria della destra, chiamando alla frode e scatenando incidenti nella speranza che il governo mandasse i militari a reprimere. L’opposizione non riconosce la sconfitta maturata in una tornata elettorale giudicata corretta e serena da tutti gli osservatori elettorali internazionali, ma la storia dei dieci punti è funzionale alla strategia golpista.

Ma il terreno per gli USA resta in salita: indifferenti al golpismo statunitense, 120 paesi hanno già espresso le loro congratulazioni ad Evo Morales per la sua rielezione; particolarmente vicini i presidenti Daniel Ortega, Nicolas Maduro, Miguel Diaz Canel e il neo eletto presidente argentino Alberto Fernandez.

 

 

C’è il rischio che la strategia di Evo non risulti determinante per una soluzione, perché il conteggio dei voti è solo una scusa per innescare il tentativo di colpo di Stato. Lo stesso ha fatto in Venezuela e in Nicaragua. Il governo USA chiede elezioni a tutti come prova di democrazia ma ne riconosce la legittimità solo quando i suoi candidati vincono. Ha cominciato nel 1973 con il Cile e non ha mai smesso, utilizzando la medesima strategia ai quattro angoli del pianeta.

 

 

Evo Morales, però, è uno di quei presidenti che governano per il loro Paese e non destinano le risorse nazionali ai portafogli delle multinazionali USA. Ha espulso la DEA e le forze di sicurezza statunitensi in Bolivia, così come le multinazionali petrolifere che si sono rifiutate di rinegoziare i contratti per lo sfruttamento energetico.

Le minacce di Casa Bianca e congressisti e l’elaborazione di piani golpisti, in cammino da mesi, non hanno invertito i pronostici: Evo sarà ancora il Presidente della Bolivia perché così vogliono gli elettori. Del resto perché dovrebbero scegliere diversamente?

Fino al 2005 la Bolivia era il paese più povero della regione.

 

Nei circa 14 anni del suo governo, è divenuta leader della crescita economica Sudamericana con una media del 4,9% negli ultimi sei anni e con una inflazione che il Fondo Monetario Internazionale stima in un 2% per il 2019. Il PIL è stato quadruplicato arrivando dai 9,5 miliardi di dollari nel 2005 ai 40 del 2018. Ha ridotto della metà la povertà estrema, passando dal 38,2 del 2005 al 15,2 del 2018. Secondo i dati FAO, la denutrizione è passata dal 30 al 19%. Le disuguaglianze si sono ridotte e la disoccupazione dall’8,1 è scesa al 4,3% mentre la speranza di vita è passata dai 64 anni ai 73. Risultati che sono stati possibili assumendo un modello di economia mista, che prevede dunque l’intervento dello Stato (sia come regolatore che imprenditore) e quello dei privati che concorrono alla generazione del PIL.

 

La crescita economica ha origine nella scelta di nazionalizzare i settori strategici: era necessario rinegoziare i contratti con le multinazionali del ramo estrattivo, che tenevano per loro l’82% dei proventi delle risorse e pagavano allo stato boliviano il 18%. Invertiti completamente i parametri, con il controllo dello Stato sugli idrocarburi e l’elettricità, principali esportazioni boliviane all’estero, i proventi sono rimasti nel Paese invece che volare nei conti off-shore delle multinazionali statunitensi dell’energia, permettendo gli investimenti pubblici per il finanziamento delle politiche sociali.

 

Le politiche ridistributive hanno generato una spirale virtuosa: l’aumento dell’occupazione alla crescita dei salari e il sostegno alle piccole imprese artigianali a carattere familiare, che forniscono il 60% dell’occupazione, hanno determinato l’innalzamento della domanda interna. Di questo trend di crescita ne ha beneficiato anche il settore informale, che non è più immerso nella povertà ed ha creato ulteriore impieghi. Tra gli interventi a sostegno dell’economia familiare, vanno segnalati il bonus agli studenti, quello alle donne in gravidanza e quello agli anziani.

 

Sono dati che corrispondono ad un poderoso divieto d’accesso per le multinazionali statunitensi specializzate nel saccheggio dei paesi a sovranità limitata e risorse illimitate, e dunque il golpe statunitense è in marcia; ma la mobilitazione di sindacati e comunità indigene a sostegno di Evo cresce costantemente anche nei territori dove l’opposizione ottiene più consensi.

 

 

Minatori, ferrovieri, studenti ed altri settori della popolazione, sostenitori di Evo, hanno già deciso di presidiare La Paz e, se necessario, di agire in prima persona per ripristinare l’ordine costituzionale. Diversi gli episodi di aggressioni a indigeni e simpatizzanti governative da parte di squadracce del latifondo che scatenano il loro razzismo sulle donne indigene. Queste, a decine di migliaia, sono scese in piazza due giorni fa proprio nella zona di Santa Cruz contro il razzismo e a fianco di Evo.

 

La Bolivia é proiettata suo malgrado in uno scenario difficile. Ancora una volta l’ingerenza degli Stati Uniti sembra destinata a produrre morte, distruzioni e sofferenze. Il tutto nel solito contesto, con la complicità dei partiti, dei giornali, delle ONG e dei sindacati europei. Il silenzio assordante dell’Unione Europea è parte di quella servitù agli USA che il Presidente Daniel Ortega ha recentemente ricordato senza giri di parole all’ambasciatore di Bruxelles a Managua. Strasburgo condanna Caracas e Managua ma tace su Quito e Santiago, perché per i nemici si protesta e per gli amici si comprende.

Chi sia Trump è ormai noto. Ma è bene ricordare a tutti quelli che lo vorrebbero fuori dalla Casa Bianca che, suoi avversari statunitensi ed europei non sono tanto migliori di lui.

Ed ecco il punto di vista del Vescovo Coter di Santa Romana Chiesa residente in Bolivia

Leave a Comment

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>