ciao Rino

LE COMPAGNE E I COMPAGNI DI EnnEnnE

salutano e ricordano il Rino

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Il 20/12/2018, nella sua casa di San Siro, è morto Rino del Prete, aka Severino Simonetto.

Fotografo e grafico di CONTROInformazione, compagno del movimento milanese, appassionato d’arte e delle libere espressioni, testimone critico di una Milano fatta di tensioni vitali e scorribande.
Da sempre amico di Primo Moroni e vicino alla libreria Calusca sin da quando era al Ticinese, negli ultimi anni si divideva tra il centro sociale Cox18 e il centro sociale Micene.
Un pezzo di noi.

I compagni e le compagne, gli amici di sempre lo ricorderanno e lo saluteranno sabato 5 Gennaio alle ore 11.00 alla sala multifunzione del cimitero di Lambrate.

Milano tra locali, centri di aggregazione e malavita
Rino Del Prete
(da MILANO NERA sfuma in GRIGIO/ROSA rassegna e concorso creativo – CSOACox18, Milano, Febbraio 2017)

Dagli anni 70 indietro…

dalla fine della guerra in avanti

Sono nato nel ’45 e sono cresciuto a Milano, in zona centro. Da ragazzini eravamo il terrore del postribolo di via Chiaravalle. Andavamo al Porto Franco, dove c’era la compagnia di Primo e i suoi amici più grandi. Siccome la maîtresse non ci faceva entrare, andavamo a prendere i topi e glieli buttavamo dentro apposta, non c’erano i buttafuori allora. Succedeva un casino della madonna e poi la mattina veniva lei… sapeva chi eravamo. Ci aveva buttato fuori e noi per ripicca… Non avevamo neanche l’età, perch&escute; i casini li hanno chiusi nel 1958. Comunque, siccome eravamo nella compagnia dei grandi, qualcheduno riusciva a intrufolarsi dentro. C’era la discesa dalla scala per scegliere le donne e poi si andava in camera, ma noi fatto il giro foera tut, vi siete fatti gli occhi? Ora andate!

Il centro di Milano a quel tempo era una zona ancora popolare; c’era il Bottonuto, un quartiere di ladri che fu sventrato per fare spazio alla Torre Velasca. Il ladro non rubava mai nel suo quartiere, operava altrove perch&escute; se gli succedeva qualcosa veniva coperto in quartiere solo se lì non rubava. C’era omertà, io ti copro, però se mi succede qualcosa tu recuperi quello che mi hanno rubato. Era il quieto vivere. Per lo stesso motivo le donne del quartiere, che erano poi le sorelle del tuo amico, non le toccavi. Anche se magari facevano le zoccole da un’altra parte, tu comunque non potevi andarci assieme. A quei tempi l’etica era uguale dappertutto, in periferia come in centro. I comportamenti erano uguali dappertutto e ti lasciavi andare soltanto quando uscivi dal quartiere.

Comincio dai locali.
Il Bar Jamaica, in via Brera, era frequentato da artisti, intellettuali e, negli anni ‘65-‘66, dai primi beat o capelloni, come si chiamavano allora. Uno dei personaggi del Jamaica, era mamma Lina, la proprietaria. Io ci andavo perch&escute; ero amico di artisti e fotografi, due generazioni di frequentatori dell’Accademia. Questo bar nasce negli anni 30 e da lì in poi non ha mai cambiato arredamento. Ci sono passati artisti come Lucio Fontana, Piero Manzoni, Gianni Dova, Emilio Scanavino; fotografi come Ugo Mulas, Mario Dondero; scrittori come Luciano Bianciardi; nomi che più avanti saranno riconosciuti dal mercato.
Il figlio della Lina apre al primo piano Il Ponte, un locale dove si esibiscono alcuni tra i migliori jazzisti italiani di allorai: Gianni Basso, Oscar Valdambrini, Franco Cerri, Renato Sellani.
Attaccato al Jamaica c’era la trattoria delle sorelle Pirovini, che hanno sfamato gli artisti, ma non solo… Gli artisti con la scusa di fare uno scarabocchio sul tovagliolo, mettendoci la firma, mangiavano gratis. Un po’ come alla Toscana, la trattoria di corso di Porta Ticinese, solo che lì per mangiare dovevi dargli un quadro al mese; ci andavano Paolo Baratella, Nino Crociani, Fernando De Filippi, Giangiacomo Spadari, la nuova generazione di pittori neorealisti.
Un altro posto divertente era Il Ragno in via Madonnina. Era frequentato dai beat e anche lì ti arrangiavi, quando avevi i soldi pagavi e quando non li avevi non pagavi: avevano un conto aperto, che magari qualcuno non ha mai saldato.
Uscendo dal giro di Brera c’erano altri punti di aggregazione notturna o anche pomeridiana. I Ronchi, in via san Maurilio, un’enoteca con intrattenimento dove potevi assaggiare i vini o bere quello da corsa e intanto ascoltare musica; un altro posto, sempre in San Maurilio, era Il Refettorio, aperto e gestito da Roberto Brivio (un ex dei Gufi); c’era anche il Si o si, gestito da Primo Moroni dal 1966 fino al ‘70.
Un altro locale in cui potevi passare la serata senza spendere cifre esorbitanti era il Tri Basei, in via Valpetrosa, che adesso è diventato un ristorante degli Hare Krishna. In zona Magenta c’era Pino alla parete, un locale cosiddetto alternativo dove suonava Paolo Baratella, diventato un famoso pittore negli anni 70. Suonava la chitarra e cantava per sostenersi, visto che, appena arrivato da Ferrara, dormiva alla Stazione Centrale.
Uscendo dalla zona di via Torino, andavi verso piazza Beccaria alla famosa Crota Piemontese, se poi avevi voglia di continuare la serata ti spostavi al Teatro Gerolamo, gestito da Umberto Simonetta, e lì ascoltavi da Maria Monti a Paolo Poli o gli stessi Gufi o dei concerti jazz: memorabile la serata con Billie Holiday.
In corso Vittorio Emanuele, nello scantinato delle Tre Gazzelle, trovavi l’Intra club, che faceva principalmente serate jazz. Vi si svolgevano matin&escute;e o pre-serate gestite da giovani. Il sabato e la domenica diventava il Tricheco Club, un locale importante per la storia e il cambiamento della città. Il Tricheco nasce in via Vittorio Emanuele e inizialmente nel periodo estivo si trasferisce al Moncucco, una vecchia trattoria con balera estiva. Poi l’Intra viene chiuso, le Messaggerie Musicali rilevano i locali, allora il Tricheco migrerà in viale Monza al Teatro Officina, dove oggi c’è lo Zelig. Il Moncucco diverrà poi La Strega, locale divenuto famoso per la “strage della Strega” appunto, nel 1979, nel grande disastro del movimento che finisce nell’eroina: un scontro per il controllo delle piazze di Milano. L’unico sopravvissuto fu il cuoco, che quel giorno era a casa ammalato e che per questa circostanza verrà anche inquisito.
Un altro punto di riferimento era il Santa Tecla, dove ha suonato una intera generazione del beat italiano. Da lì sono passati tutti. Il Parco delle Rose faceva da succursale estiva del Santa Tecla, ora è una balera per anziani, ma allora ci suonavano I Camaleonti, Fausto Leali, I Giganti… tutta gente che poi ha fatto parte del primo Cantagiro, nel ’65.
Negli anni 70 Giorgio Vanni, un batterista che faceva il turnista, ossia suonava come base musicale per gli altri artisti, aprì il Capolinea che prima era una balera, il Belluria. Si trovava attaccato al Ca’ Bianca, un’alternativa più economica al Derby Club di via Monte Rosa, famoso per la quantità di artisti che vi avevano sfondato. Un elemento rappresentativo del Derby sarà Franco Nebbia, che aprirà poi un suo club vicino alla questura di piazza Pio XI. Ci lavorerà, tra gli altri, Lino Robi, amico di Primo Moroni, che era già abbastanza affermato come spalla nelle varie riviste che si tenevano al Lirico, da Macario a Dapporto. Lino era sempre stato una spalla e qui invece aveva uno spazio tutto suo. Poi diventerà un esponente abbastanza famoso della canzone e dell’operetta. Lui e Massimini faranno tutti i percorsi dell’operetta a Trieste, dove ogni anno c’era un festival di questo genere.

Poi ci sono le balere.
Quello delle balere è un altro percorso. Ogni quartiere aveva la sua balera e il Duomo faceva da centro di aggregazione per la periferia. Nel quadrilatero di piazza Duomo trovavi il Carminati, che era un night; un dopolavoro dell’ATM, all’ultimo piano in Galleria. Tutti i partiti avevano i loro punti di aggregazione. Anche il Ragno d’oro, in Porta Romana era un dopolavoro dell’ATM. In Porta Volta un circolo del PSI; in via Cadore un altro punto di riferimento sempre socialista, ma aperto al pubblico. Le stesse sale da ballo con le indicazioni al liscio facevano i matin&escute;e aperti agli studenti: faceva comodo e acquistavano prestigio. In Porta Vittoria c’era la Meridiana, in via Benvenuto Cellini e in via Amatore Sciesa la Fiorentina.
Negli anni successivi, stiamo parlando degli anni ’60, i locali che hanno occupato gli spazi lasciati vuoti dalle vecchie balere erano più o meno gestiti dalla mala. Tipo i night in piazza Diaz, come la Porta d’oro e l’Aretusa, dove si esibiva Celentano facendo l’imitazione di Jerry Lewis, insieme con Jack La Cayenne. Oppure il Club 25, dove c’era Julie Driscoll. Alla presentazione di questo locale, che era in un pezzo della vecchia sala per il ballo liscio del bar Commercio in piazza Duomo, c’era Mike Bongiorno, allora in auge col programma “Lascia o raddoppia?”. Il Club 59 era di proprietà della EMI, la casa discografica la Voce del Padrone, che aveva sede in Galleria Vittorio Emanuele. Era la casa discografica che, per lanciare i suoi cantanti li mandava lì. Inoltre, sempre nello spazio del Commercio, c’era il Charlie Max, un locale per super ricchi. Però per esempio il Bar del Dom, anch’esso in via Dogana alla fermata del tram, aveva sotto una sala da ballo, non grandissima ma molto frequentata da giovani e a prezzi popolari. A quel tempo il prezzo dell’entrata in sala da ballo era di mille lire, però si pagava la consumazione. Al Santa Tecla non c’era il biglietto, scendevi e se eri minimamente sveglio, appena uno si alzava, prendevi il suo bicchiere e te lo mettevi davanti, così quando arrivava il cameriere gli dicevi: “Ho appena bevuto”, e stavi dalle dieci di sera alle sei della mattina senza pagare una lira. Questo anche al night. Io abitavo in via Pantano e i night li avevo tutti lì intorno. Al Marocco, che era in Paolo da Cannobio, di fronte al Comune, scendevi e rimanevi al bar senza sederti, o se ti sedevi facevi la stessa operazione col bicchiere. Purch&escute; non arrivasse l’entreneuse a sedersi, senno erano guai. Quando si andava in giro, si raccoglievano le cento lire con la calamita tra le grate per pagare. Quando si andava al cinema, si faceva una colletta, si comperava un biglietto e chi entrava apriva le porte per far entrare la marea. Quelli erano appunto i soldi raccolti durante la settimana o era quello che, se eri fortunato, ti davano i genitori per andare in giro. Di soldi non ce n’erano davvero molti.
Altri locali del periodo beat sono stati la Triennale, diventato poi il Piper, aperto a Milano sull’onda di quello di Roma, da Leo Wätcher, un impresario che aveva fatto venire i Beatles in Italia. Ci sono passati artisti importanti come Jimi Hendrix, che però ormai era distrutto e non suonò neanche un brano. Lo portarono via in barella…
Altra cosa divertente nella metà degli anni 60 fu l’Onda Verde, che è nata nella sede del Partito Radicale in Porta Vigentina. Loro erano i primi provos italiani, quelli della contestazione contro la leva obbligatoria, i primi obiettori di coscienza. Da Onda Verde nascerà “Mondo Beat”. Gerbino, dopo aver fatto fuori Lo Russo, diventerà il leader di Mondo Beat, dentro cui c’era Umberto Tiboni. Era un piccolo distributore editoriale e sarà lui ad accollarsi l’onere di affittare lo spazio di via Ripamonti per il campeggio beat, che non durò neanche un mese perch&escute; ogni giorno il “Corriere” sparava a zero chiamandolo Barbonia city. C’erano i guardoni, c’era un po’ di tutto, c’erano le madri che andavano a cercare i figli, c’erano i figli che non volevano tornare indietro. A causa di una discussione con uno di questi che non voleva tornare a casa arrivò la polizia con l’AMSA e fecero pulizia: fu la fine del campeggio. Prima del campeggio i beat avevano vari punti di aggregazione, in piazza Cordusio, in piazza Duomo sotto quello che loro chiamavano “il pirla a cavallo” e infine i sottotetti di via san Maurilio. Lì Claudio Rocchi ospitava tutta questa gente.

Intanto, in piazza Duomo, la sera, c’erano i capannelli politici formati da un esponente per ogni partito…

Le Trattorie (1)
Le trattorie vengono scoperte dopo. In via Magolfa c’era un tabaccaio con un gioco delle bocce sul retro, un posto per tirare tardi, dove mangiavi le salamelle, bevevi… Era molto frequentato da un pubblico più anziano; poi c’era l’Isola Fiorita, che era un altro posto con un club di bocciofili, ma anche la stessa Briosca era una bocciofila prima di diventare frequentatissima dal movimento, soprattutto da quelli del Movimento studentesco. La Briosca è nota per gli spettacolini che la Vanda fa con il proprietario, il Pinza. La Vanda un personaggio ambiguo, allora si chiamava cù, che faceva degli spettacoli di canzoni della mala milanese. Se guardi sono le canzoni che oggi porta in giro il Pel&escute;, niente di nuovo. A ben vedere erano molto più raffinati gli spettacoli fatti da Strehler e da Paolo Grassi che avevano messo in scena al Piccolo “La ragazza della mala” con la Vanoni, o anche “Milanin Milanun” con Jannacci, la Milly e Tino Carraro. Quello era un momento alto, con un certo tipo di lettura della canzone milanese legata al periodo del dopoguerra, con tutto il suo corredo di metafore e doppi sensi.

La Mala
1943: la caduta del fascismo e i bombardamenti a Milano. La gente che si arrangiava a sopravvivere e chi invece si appropriava delle cose, tra cui i gerarchi che avevano incamerato tutto. E chi andava a spazzolargli i magazzini. Da qui nascono sia i primi ladri di polli, come si usava dire allora, sia le bande organizzate: la banda Dovunque di cui faceva parte Ugo Ciappina e la banda dell’Aprilia Nera, messa su da Ezio Barbieri, un noto personaggio dell’Isola, con Sandro Bezzi. Il Barbieri era una vera e propria primula rossa: era riuscito a scappare quattro volte. Una volta dalla camera di sicurezza della questura di Milano uscendo nudo e dicendo ai due poliziotti che l’avevano intercettato di essere in fuga perch&escute; il marito era rientrato… Il Barbieri diventa famoso durante la rivolta di San Vittore nell’aprile 1946, i quattro giorni raccontati da Alberto Bevilacqua nel romanzo “La Pasqua Rossa”. Dentro avevano le armi, c’erano fascisti, partigiani, detenuti comuni, c’era di tutto, c’era perfino Caradonna, che sarebbe diventato noto negli anni successivi come picchiatore fascista guidando insieme con Giorgio Almirante l’assalto missino alla facoltà di Lettere di Roma il 16 marzo 1968. Perciò figuriamoci che ambientino era allora San Vittore, era incontrollabile! Il prefetto di Milano era Ettore Troilo. Per sedare la rivolta hanno dovuto chiamare l’esercito. Data la nomea di primula rossa, il Barbieri era in isolamento e fu tirato fuori all’inizio della rivolta, diventandone poi l’interlocutore con l’esterno. Il risultato della rivolta fu di cinque morti, un agente e quattro detenuti. Invece il Bezzi, che era il socio del Barbieri, era morto prima per una soffiata, cercando di fuggire in bicicletta da Greco. Un cecchino l’ha seccato. Lui aveva rubato la bicicletta a un ragazzo…

Ci sarebbe da parlare anche di Luciano Lutring, il solista del mitra. Fatto sta che passa il tempo e ti trovi la rapina in via Montenapoleone, con Bergamelli e i marsigliesi, poi più avanti i torinesi con la banda Cavallero, chiamata anche la banda del lunedì. Una banda del lunedì aveva operato già nel ‘45, è la stampa a recuperare questo nome per la banda Cavallero perch&escute; le rapine le facevano il lunedì. Loro partivano da Torino e ritornavano usando tecniche diverse dalle solite: facevano la rapina e abbandonavano la macchina e ognuno prendeva un treno diverso per il ritorno. è andata male quella in largo Zandonai: è finita con una sparatoria, ci sono stati dei morti. Ch&escute; poi è tutto da vedere se sono stati loro o se è stata la polizia. La rapina di largo Zandonai, il 25 settembre 1967, era l’ultima di una tripletta. Dal film di Lizzani “Banditi a Milano” non esce il fatto che Rovoletto e Lopez dopo l’impatto con un’autocivetta della polizia vengono bloccati, mentre gli altri due, Pietro Cavallero e Sante Notarnicola, saranno arrestati quindici giorni dopo in un casello non custodito sulla Milano-Novara. Erano riusciti a fuggire e dopo qualcuno… C’era il problema della sopravvivenza, il cibo e roba del genere, forse sono state notate delle persone che si muovevano, così hanno chiamato le forze dell’ordine, magari li hanno riconosciuti dalle foto segnaletiche.

Bisogna smitizzare l’idea secondo cui la ligera non usava armi, perch&escute; non è vero. Il coltello è un’arma, bianca, però è un’arma. Non sparavano, questo sì. Bisogna anche capire la cronologia: c’era il balordo di un certo tipo e c’era chi si inseriva nella ligera frequentando determinati ambienti. Non erano ben visti gli sfruttatori, cioè i rucchet&escute;, quelli che usavano le donne per arricchirsi. Loro non erano apprezzati da chi invece rischiava del proprio per arricchirsi.
A Milano, nell’elenco delle grandi rapine, bisogna inserire quella di via Osoppo nel 1958, per la quale si sono poi fatti bere tutti da polli. Tutti, escluso Cesaroni, figlio di un droghiere di corso Magenta, che ha preso il volo ed è espatriato in Venezuela. Donne, macchine: il cambio del tenore di vita dall’oggi al domani non è sfuggito al buon Nardone, che ancora non era commissario, ma soltanto investigatore. Questo, da buon segugio, conosceva le abitudini della mala milanese, perch&escute; frequentava gli stessi posti. Ha lanciato l’amo lungo e alla fine qualcuno ha abboccato. D’altronde l’elenco fatto prima dei locali era conosciuto anche dalla polizia milanese.

La banda Vallanzasca, alla fine del 1976, rapisce Emanuela Trapani, figlia dell’amministratore delegato della Helene Curtis. La ragazza si innamora del bel Ren&escute; e nasce un flirt. Prima del pagamento del riscatto i due giravano indisturbati per Milano tra night e locali. In una delle sue fughe dal carcere, a Piacenza, Vallanzasca si è portato dietro il figlio di Adele Faccio, Dario, che era della colonna Walter Alasia. Una fuga d’altri tempi, attraverso un cunicolo scavato nel cortile fino a raggiungere la rete fognaria. A San Vittore, invece, ha cercato di portarsi dietro Corrado Alunni ma sono stati crivellati di colpi e ribeccati entrambi.

Le Bische
A proposito di mala, bisogna parlare anche delle bische. Le bische esistevano già da prima, sono sempre esistite. A qui tempi le bische più grosse di Milano, erano a cielo aperto: in viale Ungheria, in piazza Tirana, a San Siro, dove oggi c’è il trotto. All’Isola, c’erano invece le bische d’appartamento, frequentate da Francis Turatello, detto Francis faccia d’angelo, e da Renato Vallanzasca, che poi lo ha avuto come testimone di nozze. Tura aveva in mano le bische negli anni 70. Ha spazzolato un club legato ai socialisti dove c’erano persone della Milano bene che giocavano per i cazzi loro, in piazza Formentini, zona Brera. Senza sparare, hanno preso tutte le pellicce, tutti gli ori, tutti i soldi che erano in ballo e li hanno lasciati lì, dicendogli che le bische le gestivano loro che non era gradito che altri gli facessero concorrenza.
Turatello era sempre in via Coni Zugna, in un bar, e da lì controllava… Lui non ha mai usato niente, mandava gli altri: Epaminonda, i sicari e così via. Secondo alcuni era il figlio naturale di Frank Coppola, noto come Tre-dita, che gli aveva ben insegnato come fare.

Tutti questi posti, il Carminati, il Commercio, l’Aretusa, la Storia, la Porta d’Oro, a quei tempi, alla fine degli anni ’50, esistevano già ed erano tutti in centro. è vero che ce ne sono alcuni che aprono dopo, tipo l’ondata dei night. Un posto non citato prima è la Taverna Messicana, che è il pre Capolinea, in via Porlezza, una traversa di via Meravigli. Ci suonava Chet Baker. Tra i locali che ho tralasciato prima c’è lo Scoffone in via Cantù, adesso diventato Peck, che era come la Crota Piemontese.

Prostitute
Tutti i magnaccia che avevano le donne a battere in zona centro, in piazza Beccaria e in corso Vittorio Emanuele e traverse. Chi guadagnava di più si trovava alle Tre Gazzelle, chi guadagnava di meno era alla Crota Piemontese. Poi anche lì, dopo la chiusura del ’58 con la legge Merlin, nasce un altro modo di prostituirsi sulla strada: le donne hanno la macchina e per adescarti ti lampeggiano, così non possono essere portate via dalle retate di polizia, sono ferme… mentre quelle per strada che facevano avanti e indietro erano più visibili. Poi c’erano anche gli alberghi a ore, che in quel tempo hanno fatto proprio dei gran soldi. Inizialmente erano distribuiti su tutta la città; oggi gli unici rimasti sono in via Vallazze, in zona Lambrate.
La prostituzione di strada andava da via Vitruvio a via Rovello, via Tivoli e anche in centro, in piazza Beccaria. Le case di tolleranza vengono riprese in varie canzoni, da Sergio Endrigo con “Via Broletto 54″ e da Herbert Pagani con “Un albergo a ore”.

Le Trattorie (2)
Un’altra Crota Piemontese era quella in Alzaia Naviglio Pavese; lì ci andavano Vittorini e Quasimodo. Vittorini abitava in viale Gorizia e i due si incontravano lì all’angolo con l’Alzaia Naviglio Pavese.
Oltre alla Briosca, all’Isola Fiorita e al tabaccaio di via Magolfa, c’era Il Praticello, un ex casello delle Ferrovie dello Stato sull’Ascanio Sforza. Era frequentato dalla mala e anche da tutti quelli che lavoravano in Rai. In Rai chiudevano a mezzanotte e dopo la chiusura, andavano tutti al Praticello. Un posto divertente era il Battivac, in zona Barona, dove c’era il Migliavacca che suonava con i cucchiai; poi c’era il Gallo d’Oro all’Ortica, anche questo frequentato sia da gente normale sia da malavitosi e ladri di polli. Un altro locale che poi è finito con una sparatoria era la Pinuccia Folk, si trovava dove adesso ci sono le Scimmie. Lì c’è stato un regolamento di conti tra calabresi e pugliesi. Hanno chiuso e i proprietari hanno riaperto da un’altra parte. Le Scimmie è stato comprato per quattro lire.

Poi c’è stato l’avvento dei locali alternativi. In corso di Porta Ticinese l’unico bar frequentato da balordi, che poi erano gente di mezza tacca, era il bar dove è stata aperta l’Operetta. Anche quel bar è stato chiuso dalla polizia, era un bar di ricettatori. Poi c’era via Scaldasole, nota per essere la via dei venditori di sigarette di contrabbando o di quelli che ti facevano il pacco: un pacchetto in cima, uno dall’altra parte e dentro segatura,. Poi c’era la Casbah di Porta Genova, dove comperavi di tutto, dalla patente alle macchine rubate, e andavi a recuperare la refurtiva quando ti davano la soffiata.

La Bersagliera in Giambellino era come La Topaia in Argelati: era frequentata da tutti quelli della zona o anche di altrove, da balordi e ladri di polli come il Cerutti Gino della canzone di Giorgio Gaber. C’era la moda di rubare la macchina per farsi un giro e farsi vedere. La aprivi con la chiavetta della carne in scatola o con un tagliaunghie: le serrature si facevano saltare con poco. Tra la mala e il movimento c’era un rapporto che andava di pari passo con la coscienza presa dai sottoproletari nei quartieri, passando dal carcere.

Un altro posto significativo era la Fiera di Sinigaglia, ricettacolo di ladri di biciclette e di espropri ai magazzini delle forze di occupazione americane. La fiera di Sinigaglia in via Calatafimi c’è da prima, ma è dal 1945 che diventa la fiera della roba rubata o dei mezzi dismessi dalle truppe USA, come le Harley Davidson. Quelli che avevano i soldi, lavoravano magari all’Ortomercato, comperavano i Dodge a poco prezzo perch&escute; erano oramai dei mezzi obsoleti. Tutto ciò girava intorno alla fiera di Sinigaglia, c’era un grande mercato nero. A proposito, l’Harley è la moto dei Teddy Boys, che nascono nel 1955 sul filo del mito americano: motocicletta, juke box, giubbotto di pelle. Il loro ideale è Marlon Brando de “Il selvaggio”. Si terranno grandi convegni su questo fenomeno. Ogni quartiere aveva la propria banda che si scontrava con le altre per conquistare il centro della città. C’erano grandi risse nelle sale da ballo o nei night.

Merita fare un’altra parentesi sulla cultura negli anni 50-60.
“La vita agra”, che poi diventa un film di Lizzani, “Il lavoro culturale” e “L’integrazione” sono esattamente uno spaccato di Milano che Bianciardi, venuto da Grosseto, non sopportava perch&escute; troppo frenetica. Lui era un frequentatore delle case chiuse di via San Pietro all’orto e Chiaravalle. In Chiaravalle la prestazione costava 500 lire la singola, o 1000 lire la doppia. Io non avevo l’età…
Umberto Simonetta ne “Lo sbarbato” parla della prostituzione maschile al parco Ravizza. I giovani della Milano bene derubavano i travestiti. “Tirar mattina” è una storia di come sopravvivere a Milano in modo non tanto regolare, ed è una storia di malavita. Simonetta stesso dava un esempio di come la vita da bar fosse un linguaggio vivo e ricostruibile: il bar come seconda famiglia, una compagnia. Simonetta era omosessuale, come anche Testori. Un romanzo del secondo, “Il fabbricone”, racconta una storia di emarginazione e diversità: la vicenda di un ragazzino che si prostituisce alla fossa detta dei serpenti fra i binari delle Ferrovie Nord e viale Alemagna. Da un altro romanzo di Testori, “Il ponte della Ghisolfa”, Luchino Visconti trarrà “Rocco e i suoi fratelli”, ambientato nel momento della nuova immigrazione meridionale. Il film sarà censurato dalla Democrazia cristiana e avrà dei problemi a circolare nelle sale.
Un altro film girato a Milano da ricordare è quello di Vittorio De Sica con Zavattini come sceneggiatore, “Miracolo a Milano”, subito dopo i bombardamenti e il ritorno degli sfollati. “La vita agra”, “Rocco e i suoi fratelli” e “Miracolo a Milano” sono tre grandi film, anche se poi su Milano ne verranno girati molti altri, anche delle grandi cazzate.

 

Rino del Prete, militante, fotografo
Archivio Primo Moroni
Milano, 25 novembre 2011
 

Sinistra Proletaria, numero 1-2, sett ott 1970

Tommaso: Qual è il tuo rapporto con la fotografia militante?

Rino: La fotografia militante mi è, per così dire, strisciata un po’ sopra. Dobbiamo risalire al periodo della Sapere, casa editrice e libreria scaturita dal ’68 milanese, nella quale io mi occupavo della conservazione dell’archivio, come avrei poi fatto nella rivista “CONTROinformazione”. Entrambi questi archivi, quello della Sapere e quello di “CONTROinformazione”, hanno successivamente avuto un’altra collocazione, cioè se li sono portati via i poliziotti… Ai tempi, conoscevo e frequentavo tutti i fotografi di piazza, sempre presenti alle manifestazioni, e lo stesso tipo di rapporti avevo anche con chi faceva cinema militante. Il più delle volte ti servivi delle loro immagini per le copertine dei libri o per impaginare giornali di movimento come “Potere Operaio”, “Avanguardia Operaia”, le pubblicazioni del Collettivo Politico Metropolitano, “Nuova Resistenza”, “Sinistra Proletaria”, “il Nuovo Canzoniere Italiano”, “CONTROinformazione” e il “Bollettino”. Inoltre, esisteva una ricerca grafica ed estetica perché bisognava un po’ snellire l’impostazione delle riviste di movimento, che era rimasta ferma agli anni ’50. Allora attingevi dove attingevi, da riviste internazionali o da tutt’altre fonti… Denaro non ce n’era e perciò non potevi permetterti foto autoriali, a meno che tu non conoscessi personalmente qualcheduno che ti regalava l’immagine e poi tu gliela restituivi, senza pagargli il prezzo da professionista. Altrimenti pescavi da riviste inglesi o americane, dove non ti controllavano il copyright e probabilmente non sapevano neanche che esistevi. Successivamente, dal ’73 all’85, ho lavorato con “CONTROinformazione” e poi, per un paio d’anni, con “Metroperaio”. Sono intervenuto come creativo sulle copertine e sull’impaginazione, tutta personale.

T: Sapere viene prima…

R: Sì. La controinchiesta sulla strage di Piazza Fontana, La strage di Stato, quella ripubblicata dalle Edizioni Associate nel 1989, “Avvenimenti” nel 1993 e successivamente dalla casa editrice Odradek, appare nel 1970 presso la Savelli, a Roma, ma viene in buona parte elaborata negli ambienti della controinformazione milanese. La Sapere nel ’72 fa apparire un’altra importante pubblicazione, 1969-1972. Dalla strage alle elezioni, dotata di un amplissimo corredo fotografico, come voce fuori campo in occasione dell’inizio del “processo Calabresi – Lotta Continua”, anch’esso legato a Piazza Fontana. [A pagina 1 di questa «fotostoria» compare la seguente nota redazionale: “L’editore e la redazione ringraziano tutti i compagni che ci hanno aiutato per questo lavoro, in particolare dobbiamo sottolineare la collaborazione che ci è venuta dai compagni della Controinformazione romana (La Strage di Stato). Licia Pinelli per le fotografie di famiglia. Le redazioni di ‘Lotta continua’, ‘Potere Operaio’ e ‘A’ (giornale anarchico) per materiale redazionale, fotografico e grafico. Il collettivo fotografico e i fotografi: Adriano e Damiano Zecca, Rino del Prete, Francesco Radino. L’agenzia fotografica ITALIA, nella persona di certo Vitello, ha rifiutato con motivazioni pretestuose di venderci fotografie che sono apparse anche sui giornali di estrema destra”.]

Strage di Stato 1972 copertina Strage di Stato 1972 interno

T: … e in questi casi vi portavano dei materiali?

R: No, come ti ho detto, la documentazione fotografica che abbiamo usato era tutta “piratata”, non c’era nessuna foto d’agenzia.

T: … “piratata” come?

R: Prendevi i giornali, tagliavi per non fare capire che era una fotografia e la usavi sgranata, così non riuscivano a risalire all’autore.

T: Quindi non avevate un archivio o del materiale fotografico originale. E questi fotografi che, dicevi, vi regalavano le immagini…

R: Sì, per esempio Aldo Bonasia, che aveva l’agenzia DFP e passava le fotografie a “Rosso”. Non credo che lui abbia mai preso una lira per le immagini che forniva a “Rosso”, quelle stesse che ad altri vendeva tramite la sua agenzia.

T: Per esempio “CONTROinformazione” aveva delle immagini…

R: Tutte le foto dei primi quattro numeri della rivista – e qualcuna è arrivata qui [nell’Archivio Primo Moroni] – erano state regalate ad Antonio Bellavita, ma provenivano già dal suo archivio personale, erano foto sue. Bellavita faceva il grafico e le foto, se non andavano a ritirarle, diventavano di sua proprietà…

T: … cioè foto che lui usava professionalmente, lasciategli dai fotografi.

R: Sì, o qualcuna comperata, per esempio quelle della contestazione del ’68 a Sanremo credo che gli siano state regalate da fotografi amici che frequentavano la redazione.

T: Quindi spesso voi non sapevate neanche chi avesse fatto la foto.

R: Se non era timbrata dietro, no. Inoltre, eravamo contro il copyright e tutte le immagini si recuperavano, si tagliavano, si impaginavano diversamente da com’era lo scatto originario. Per esempio, ingrandivi il particolare che ti serviva. Era un lavoro in più che facevi, ma lo facevi volentieri e il più delle volte ti divertivi anche. Invece per il numero zero di “CONTROinformazione” sono andato a Torino a intervistare gli operai della FIAT, perché mi han tirato dentro. Tutte le foto che accompagnano l’inchiesta fatta dalle Brigate Rosse alla FIAT riprendono gli operai del primo turno che vanno a lavorare, con le situazioni di luce-ambiente dei tram di prima mattina e questi operai qui che dormono fino al capolinea, prima di entrare negli stabilimenti. Queste foto le ho fatte io, richiesto direttamente dalla redazione.

CONTROInformazione, numero 0, ottobre 1973 – FIAT ’73 storia di una lotta operaia

T: La rivista “CONTROinformazione” aveva delle bellissime copertine.

R: La prima copertina di “CONTROinformazione” usava un Pinocchio che poi qualcuno si è fregato. L’originale era molto vecchio, proveniva da un’edizione collodiana dei primi del Novecento. Seguirono una serie di copertine realizzate espressamente da artisti, come la seconda, di Duccio Berti, in cui troneggia un americano visto da dietro seduto su una montagna di soldi, e la terza, di [Paolo] Baratella. L’elenco degli artisti è più o meno questo: Baratella, [Nino] Crociani, Duccio Berti, [Fausto] Pagliano, [Gabriele] Amadori. Li incontravi tutti i giorni da Rattazzo o alla Trattoria Toscana, con loro esisteva un rapporto anche amicale, perciò gli chiedevi la cosa e loro te la facevano; poi domandavano: “ti piace o non ti piace?” e tu decidevi se andava bene o no, non è che per forza fosse: “me la dài e mi va bene”, alle volte accadeva che tu gli dicessi; “non me la sento, perché non mi piace esteticamente, perché poi ci rimetti anche tu come immagine”, non è che ti prendevi in toto tutto quello che ti passavano.

CONTROInformazione, numero 0, ottobre 1973
CONTROInformazione, numero 1-2, febbraio marzo 1974

T: I testi erano invece prodotti appositamente per il numero.

R: Sì, c’era la scaletta, l’indice, e i testi venivano da vari militanti dell’area della rivista o da compagni che, anche senza essere di quell’area, te li davano. Se andavano bene, venivano pubblicati (poche furono le volte in cui vennero cassati dei testi). Poi sai benissimo che c’era lo scambio “dentro-fuori” e tutto quello che riguardava la repressione veniva pubblicato senza toccare niente del contenuto, benché magari tu avessi delle posizioni diverse. Questo perché stavi facendo un’opera d’informazione a largo respiro e questa era la cosa più importante.

T: Voglio dire che il contenuto originale era soprattutto nel testo, l’immagine era a corredo, non c’era un uso narrativo dell’immagine.

R: Almeno per quanto mi riguarda non ho mai seguito il testo, ho sempre usato un’immagine che funzionasse come riempitivo della pagina. Per esempio, se si stava parlando di guerra, andavo a prendermi il “Times” o il “National Geographic” dove c’erano delle immagini di guerra che non corrispondevano necessariamente allo scenario dell’articolo. Tipo la copertina del numero 21 che è presa paro paro da un “National Geographic” sulle nuove tecnologie. Il contenuto della rivista erano le nuove tecnologie, le solite pisciate di Bonomi sulla funzione telematica. Poi ci sono i quattro quaderni di “CONTROinformazione”: la copertina del primo, dedicato ai Nuclei Armati Proletari, è ancora di Baratella, con le sbarre di prigione, dei pugni che fuoriescono e le rose; per il quaderno sulla Germania credo che sia stato commissionato un disegno non ricordo a chi; il numero sulla FIAT lo ha realizzato Fausto Pagliano, mentre quello sulla colonna “Walter Alasia” l’ho fatto io. Se lo sfogli, vedi che le testimonianze della “Walter Alasia” non c’entrano niente con l’impaginazione, nella quale da una parte c’è un recupero del valore iconico della scrittura e risalta il punk, che allora stava nascendo, e dall’altra tutte le foto utilizzate provengono dall’Inghilterra o da riviste settoriali specifiche. Infine, per il supplemento intitolato Il comando cibernetico ho usato la copertina di un disco degli Yes inserendovi un dettaglio elettronico.

CONTROInformazione speciale marzo 1983
CONTROInformazione, numero 28 giugno 1984

T: Dunque, chi faceva foto le vendeva ai giornali. Come le usava?

R: Le vendeva tramite agenzia.

T: Non c’era cioè una circolazione di immagini tra le riviste di movimento.

R: No, dovevi avere fotografi che facevano parte del tuo gruppo e facevano foto diverse da quello che era l’input delle agenzie, foto funzionali a quella certa area politica di movimento o al rispettivo giornale. Noi non essendo “movimento” usavamo come principio la creatività e non l’immagine dal vivo: in “CONTROinformazione” c’è stato solo un caso in cui è stato preso espressamente e pagato un fotografo (che poi è andato a finire a lavorare a “Panorama”) per un servizio sulle forze armate… o se no c’era [Paolo] Zappaterra che veniva da “Potere Operaio” e le foto che non vendeva le dava a “CONTROinformazione”. Questo perché era vicino all’area, prima che lo spezzone di redazione vicino a “Potere Operaio” passasse a “Rosso”, cioè tutta l’ala negriana.

T: E questo materiale era tutto nella vostra sede.

R: Nella sede, sì, e in parte anche a Robbiano di Mediglia.

T: Beh, visto che ne hai parlato, spieghiamo di cosa si tratta.

R: Con l’operazione di Robbiano di Mediglia salta fuori per la prima volta il nome di Antonio Bellavita, che per motivi suoi che nessuno sapeva – almeno io personalmente non lo sapevo – aveva fatto la scelta di dare a una certa area il suo materiale, che aveva raccolto durante il lavoro di ricerca sui movimenti della destra, i servizi segreti e cose di questo genere.

T: … cioè a Robbiano di Mediglia viene trovato un appartamento di un gruppo di militanti delle Brigate Rosse…

R: … la perquisizione era in corso, è salito [Roberto] Ognibene, all’esterno a passeggiare per coprire le spalle c’erano [Pietro] Bertolazzi e [Piero] Bassi, inizia la sparatoria, scatta l’operazione di chiusura dei carabinieri, bloccano i due fuori e iniziano un conflitto a fuoco con Ognibene; hanno aspettato che entrasse, ma la perquisizione probabilmente l’avevano già fatta.

T: … e lì trovano del materiale che proviene da “CONTROinformazione”, e da ciò parte l’operazione contro la rivista.

R: … però arrivano [in redazione] e non trovano nessuno perché tutti se ne erano già andati.

T: … ma i poliziotti portano via tutto.

R: Sì, non chiudono la sede però, portano via solo l’archivio, non a caso. Cosa divertente, un paio di giorni dopo vado e apro la porta e mi trovo davanti uno che mi dice: “lei cosa fa?”. Io rispondo: “sono l’uomo delle pulizie, mi han detto di venire a pulire'” e questo era un carabiniere della caserma di via Moscova. Tutta l’indagine parte da Torino, da [Gian Carlo] Caselli.

T: E di quel materiale non si sa più niente?

R: No.

T: Dicevi che anche l’archivio della casa editrice “Sapere” è stato sequestrato?

R: La polizia è venuta una volta quando è successo il “fatto” Calabresi, ma non hanno trovato niente.

T: … e hanno portato via tutto.

R: No, non hanno portato via niente. I poliziotti sono arrivati ed erano tutti là che brindavano e han capito subito che non era… anche perché poi l’Angelo Ruggeri veniva dal giro cattolico… si vocifera che ha aperto la Sapere con la cassa dell’Università Cattolica, ossia che ha fatto “la bella” con la cassa, poi sono magari fantasie che giravano allora… Sapere non aveva un archivio. Quello di “CONTROinformazione” è finito in questura, quando sono venuti per “blindare” Antonio Bellavita hanno spazzato tutto. Tutte le risoluzioni strategiche e roba del genere erano là, nell’archivio, ch’era aperto. Han buttato tutto per aria.

Atti preparatori convegno sulla repressione,
– maggio 1981 – copertina
Atti convegno sulla repressione,
– maggio 1981 – copertina

T: … in corso di porta Ticinese.

R: … al numero 87, la redazione è sempre stata lì. Da quando Antonio [Bellavita] e [Franco] Tommei decidono di fondare la rivista, dopo varie riunioni, fatte anche con quelli del “superclan”, per esempio, che avevano chiuso il “Gruppo Gramsci”. Alcuni di loro sono entrati nel gruppo di via Disciplini [“Rosso”] e altri han fatto una scelta diversa, come quelli dell’Hyperion, che sono andati a Parigi.

T: In che anni siamo?

R: Nel ’73, quando nasce la rivista, anche se il progetto era in corso già da prima. D’altronde poi chi si vedeva in redazione erano i tre fratelli Bellavita, poi c’era il figlio della Petra [Krause] che ogni tanto passava, poi c’era quello esperto dell’Irlanda che poi è morto a Cinisello [Maurizio Biscaro, militante delle BR-Walter Alasia, deceduto a Cinisello Balsamo nel 1982 precipitando da un palazzo, nel tentativo di sfuggire alla cattura dei carabinieri]. Era amico anche di Carlo Pellizzi, loro due scrivevano i pezzi sull’Irlanda, non a caso le foto dell’Irlanda del Nord le ho prese tutte da McCullin, un fotografo inglese che lavorava per la Magnum, se gli passava per mano la rivista dovevi pagargli una barca di soldi, però essendo una rivista che… però girava: negli ultimi tempi era arrivata a 10 mila copie.

T: Forse c’era meno attenzione al copyright di quanta ce ne sia oggi.

R: … mah, guarda che allora ho visto scene del tipo: “mi hai fregato la fotografia”, “quella lì l’ho fatta io”, “ma se t’ho dato io l’obiettivo, non te lo ricordi più…”, perché succedeva anche quello. Eri in piazza, andavi con la borsa, però non sapevi se dovevi fare delle foto da vicino o da lontano, dipendeva sempre dalla situazione di piazza. Uno che ha un bell’archivio è il [Giancarlo] De Bellis, quello che lavorava a “l’Unità”: era sempre lui in piazza per il giornale. Lui e poi quell’altro, che era suo nipote, che ha aperto Fotogramma [Domenico Carulli]. Beh, di quegli anni lì chi è rimasto? [Walter] Battistessa è morto nel 1996; Roby Schirer, quello che ha aperto la Tam Tam, a quel tempo faceva solo il fattorino, quello che andava a consegnare le foto alle agenzie; Aldo Bonasia è morto; Vitali faceva altre cose, perché ha fondato il cinema militante, con un archivio “crematogli” dal direttore della RAI di Milano Renato Fassa, che per farsi assumere ha portato in RAI gli archivi degli altri. Poi c’erano Uliano Lucas e Mario Dondero, che poi è andato a Parigi e che già collaborava con “il manifesto”. Poi altri fotografi che sono rimasti in giro… non ce n’è più molti. Quelli che sono venuti dopo, quelli che hanno fatto quella porcata di libro per DeriveApprodi, sono tutti fotografi che escono dal Movimento Studentesco.

T: Parli di Storia di una foto? Perché dici che il libro di DeriveApprodi è una porcata?

R: è una scelta editoriale: se faccio l’elenco di chi ha scritto i testi mi viene da ridere, perché qualcosa questi qui hanno raccontato, se sfogli le pagine, se guardi chi ha scritto i testi… beh, per esempio, il Fracchia, dopo che gli hanno bruciato lo studio, è andato a lavorare per l’Esercito Italiano, come fotografo.

T: E perché gli hanno bruciato lo studio?

R: Perché lui ha venduto le foto di via De Amicis, c’era anche lui, è anche citato in quella vaccata di libro.

T: Quello che mi ha colpito di quel libro è vedere che gli scatti sono tantissimi: ne è rimasto famoso uno, ma di fotografi ce n’erano molti.

R: Perché sapevano qualche cosa… Poi la sera, alla Statale, hanno mandato uno più di là che di qua: “Riccardone”, che era di “Rosso”, lavorava al “Sole 24 Ore”, come pubblicista, però era di “Rosso”.

T: L’han mandato all’ospedale per una questione politica…

R: Sì, politica, non perché fosse giornalista del “Sole 24 Ore”. Metà di quelli lì sono tutti fotografi del Movimento Studentesco. Perché prima che partisse la manifestazione il servizio d’ordine di “Rosso” ha preso Bonasia, l’ha chiuso dentro un portone e gli ha detto: “tu oggi non fotografi…” e, alè, chiuso dentro un portone in via Torino, “tu oggi non farti vedere in giro, ché se no ti veniamo a prendere”.

T: … e invece ce n’erano tanti…

R: … e invece c’erano tutti quelli che stavano “dall’altra parte”, non si sa per quale motivo, ma erano lì. Sono lì, li vedi… c’era gente puntata e tutti i fotografi, e le foto sono state tutte prese da dietro. Esclusa una, quella in cui lui è così [fa segno di puntare una pistola], le altre sono prese da dietro, cioè i fotografi erano tutti dietro gli alberi.

T: Da dietro via Olona.

R: No, la cosa succede in via de Amicis, all’altezza di via Ausonio; la fuga è verso via Olona, ma loro [i fotografi] sono al 54 di via de Amicis, di fronte dove c’è lo slargo. Il muro che vedi alle loro spalle è quello delle Orsoline. Tutte le macchine sono parcheggiate sul marciapiede sotto gli alberi, e loro sono dietro le macchine e coperti dagli alberi.

T: E che ne han fatto di quelle foto?

R: Guarda caso, dove è andata finire la foto più “spettacolare”? è stata venduta a “L’Espresso”, scoop!

T: Come funzionavano i rapporti tra i fotografi e le agenzie?

R: A quell’epoca le agenzie ti davano 25 mila lire a foto, poi le vendevano ai giornali a un altro prezzo. Tutti erano lì, “l’ho fatta io”, “l’ho fatta io”, c’era il vanto di vendere le foto alle migliore testate. Il “Corriere della sera”, avendo i suoi fotografi, non aveva bisogno di comperarle, escluse alcune cose che probabilmente uscivano dalla linea editoriale. Il “Corriere” ha un grande archivio fotografico e, quando occorre, si rivolge all’Olympia Press o all’Agenzia Italia.

CONTROInformazione, numero 18, giugno 1980

T: I fotografi d’agenzia come lavoravano?

R: Se diventavi fotografo d’agenzia, era l’agenzia che ti chiamava e ti diceva: “va’ lì”.

T: A quel punto le foto erano dell’agenzia.

R: No, il copyright era tuo, però non potevi venderle ad altri, eri sotto tutela dell’agenzia, che vendeva la tua immagine.

T: … e [Dino] Fracchia…

R: … era legato anche lui a qualche agenzia…

T: … e lì andò che venne fuori la foto…

R: … e quegli altri, due giorni dopo, gli han bruciato lo studio.

T: La polizia fotografava in piazza?

R: Sì, ma non erano così bravi come adesso: c’erano dei cagnacci o se no assumevano qualcuno che faceva il fotografo, ma che non fosse troppo conosciuto. In piazza ti conoscevano tutti…

T: Beh, li vedevi…

R: Li vedevi perché stavano dall’altra parte, certo, sì. Poi la fotografia allora non costituiva prova in tribunale, non veniva usata, perciò anche se ti riconoscevano dovevano avere le prove materiali.

T: Serviva cioè come strumento di indagine…

R: Loro andavano negli archivi delle agenzie, se gli serviva del materiale andavano a vederlo, andavano a scartabellare tutto.

T: Però, per esempio, in “CONTROinformazione”, dove c’era un archivio delicato in quanto a documenti, il materiale fotografico…

R: … era relativamente scadente. Quello che loro cercavano era quanto usciva dal carcere e tutto il materiale clandestino, come per esempio le risoluzioni strategiche, che però arrivavano clandestinamente lo stesso. Trovavi il pacchetto fuori dalla porta, non è che te la mettevano in casella. Quante volte Primo [Moroni], tirando su la clèr [della libreria Calusca], trovava il pacco. Credo che anche a lui, quando hanno fatto la perquisizione in via Cesare da Sesto per l’inchiesta del 7 aprile [1979], abbiano portato via di tutto, volantini, pubblicazioni della lotta armata, quelle cose lì, le agende ecc. Lui, [Nanni] Balestrini e altra gente firmavano la rivista “7 Aprile”. Ne sono usciti due numeri ed è in quel periodo che han fatto la perquisizione a casa di Primo. Quel materiale è a Padova, perché da lì partiva l’inchiesta di [Pietro] Calogero. Adesso ti portano via il computer, allora la prima cosa che ti portavano via era l’agenda telefonica.

CONTROInformazione, supplemento al 7/8, settembre 1977

T: Tornando a via de Amicis…

R: … c’è stata quella volta che l’MLS ha menato Andrea Bellini da Rattazzo, quando ‘sti qua sono entrati con le chiavi inglesi e lui da solo si è difeso e li ha fatti andare via; ché poi noi abbiamo stilato un volantone e mentre lo stavamo attacchinando ci hanno aggredito, un gruppo uscito dalla [sezione] “Clara Zetkin” [del Movimento Lavoratori per il Socialismo], alle Colonne [di San Lorenzo], e una parte che arrivava dalla Bocconi, …

T: … ma questo non c’entra con via de Amicis…

R: No, no, non c’entra niente con via de Amicis. Bisogna controllare la data [26 febbraio 1978], però credo che sia poco dopo o poco prima, ché poi chi ci ha rimesso di più, ché l’hanno mandato in prognosi riservata al Policlinico, è stato il Pagliano, che faceva parte del gruppo del Ticinese. La firma del manifesto era “i compagni del Ticinese”: c’erano un po’ di “Rosso”, un po’ del [collettivo autonomo del] Casoretto, un po’ di Lotta Continua, era un gruppettino sprovvisto perché non ti aspettavi una risposta così forte… Il Fausto [Pagliano], per esempio, aveva accanto un anarchico che non riusciva a correre e quindi era rimasto indietro per cercare di non farlo prendere, col risultato che han preso lui e non l’altro. Questo è successo in via Orazio, dopo l’angolo del [liceo] Manzoni. Poi c’è stata una lunga polemica da parte di alcuni che volevano che sporgesse denuncia, ma lui non l’ha fatto. Però ne ha avuto per quaranta giorni, non ne è uscito tanto bene.

T: E poi? Come si comportava uno che era stato in ospedale quaranta giorni perché gli avevano spaccato la testa…

R: … va beh, lui, abitando al 77 di porta Ticinese si era valutato che non si faceva una guerra per bande… sono loro che non si facevano vedere in giro per un po’ di tempo. Si sapeva grosso modo chi erano ma era tardi e nel fuggi fuggi generale non si è capito di preciso chi era stato.

T: Torniamo alla “fotografia militante”. Tu non andavi in manifestazione con la macchina fotografica.

R: Andavo in manifestazione, ma non fotografavo.

T: Andavi senza macchina fotografica.

R: Sì.

T: E le occupazioni di case?

R: Le ho seguite, ho seguito anche la rivolta di San Vittore.

T: E chi le ha fatte quelle foto? Le foto della gente sui tetti…

R: Bonasia.

Quaderno di CONTROInformazione, NAP, novembre – 1975

T: Tu dici che c’erano i fotografi d’agenzia, i fotografi dei giornali, come quello del “Corriere”, …

R: … beh, in piazza andavi a esibire, si faceva a chi aveva la macchina più bella, anche se poi poi gli effetti fotografici erano discutibili, dovuti al caso. Anche [Uliano] Lucas: per esempio, la foto che è diventata famosa è quella con la piramide dei poliziotti che sparano in alto, alla Statale, e lui era dietro, perché in quel momento si è trovato lì.

T: Poi hai detto che c’erano dei fotografi “di area”, come quelli dell’MLS che erano in via De Amicis, e forse – mi chiedo – c’erano delle aree senza fotografi.

R: No, no. Lotta Continua aveva i suoi, perché Tano d’Amico viene da lì, poi ha fotografato la Roma dell’Autonomia operaia, però viene da lì. A Milano è venuto più volte [in quegli anni] e continua a fotografare ancora adesso, senza grossi problemi, magari non essendo più schierato, non essendoci più movimenti… No, sulla piazza di fotografi, e anche cineamatori o professionisti legati ai movimenti ce n’erano, non c’erano solo quelli accreditati. Certo, tu che non avevi la tessera di fotografo professionista correvi più rischi, questo sì. Se la polizia ti fermava, ti sequestrava i rullini perché non avevi il tesserino. Per il resto, niente di particolare. L’unica cosa era che, quando le cose si facevano pesanti, non dovevi fare dei primi piani ai gestori dell’ordine, anche se poi li facevi…

T: Tu dici anche che c’erano i fotografi di area, che “CONTROinformazione” non era un’area e quindi non aveva fotografi. Ma “CONTROinformazione” un’area ce l’aveva…

R: Sì, però quando è nata, l’area era quella di chi “ne sapeva”, ma non era visibile al di fuori, almeno non per la stampa esterna. “CONTROinformazione” la si vede citata da [Giorgio] Almirante [durante un comizio] in piazza Duomo, quando lui disse che era una rivista del terrorismo, delle Brigate Rosse, e con questo aprì una campagna di denigrazione e anche di repressione nei confronti della redazione.

T: Quello che mi chiedo è se all’interno della compagine dei gruppi c’erano quelli che facevano le foto e quelli che non le volevano.

R: A volte eri tollerato e a volte ti dicevano: “per favore, vai via”. Dipende sempre da cosa c’era in campo, che tu probabilmente non lo sapevi ma il servizio d’ordine lo sapeva. Una cosa successa dopo l’uccisione di Claudio Varalli, l’assalto a via Mancini: i fotografi dei giornali arrivano dopo. E, invece, guarda caso chi c’è? Aldo Bonasia e alcuni fotografi del movimento, gli altri arrivano dopo. [Giannino] Zibecchi muore all’angolo di corso XXII Marzo, con i CAF [Comitati Antifascisti] che giungono per ultimi e sparati, subito dopo arrivano le camionette dei carabinieri che erano già fuori di zucca. Zibecchi finisce proprio sotto una camion [dei CC che fa lo slalom sui marciapiedi]. E lì rimane a terra per un paio d’ore, con i poliziotti che ne controllano il cadavere perché non lo potevano spostare fino all’arrivo del magistrato…

T: Non capisco la relazione.

R: I giornali in via Mancini arrivano dopo perché il corteo normale è andato da una parte, i servizi d’ordine sono andati dall’altra, perciò [i giornalisti] sono stati disorientati. Il tempo d’arrivare e la cosa era già successa.

T: Però succedeva anche che quando il corteo deviava il percorso qualcuno dicesse: “adesso basta fotografi”.

R: Sì, perché, se no, erano problemi loro.

Atti convegno sulla repressione – maggio 1981 – interno

T: Quindi, il rapporto tra fotografia e movimento era complicato in certe situazioni…

R: Sì. Si è visto l’uso indiscriminato fatto a Genova di tutto quello che è stato ripreso con i telefonini e roba del genere. Vuol dire che da Genova in avanti ti potevano tranquillamente sequestrare tutto e fare l’identikit delle persone che avevano partecipato a determinate cose, non certo quelli che sfilano ma quelli che scelgono un altro campo di azione.

T: Genova 2001 segna una svolta in questo rapporto, dopo quella di via de Amicis, per arrivare oggi agli scontri a Roma del 15 ottobre 2011, in cui “la Repubblica” pubblica le foto inviate dai lettori…

R: … e ti chiede di identificarli, di denunciarli…

T: Oggi, per altro, fanno foto tutti, costa poco ed è facile avere uno strumento.

R: Sì, ci sono telefonini, videocamere ecc., mentre allora era difficile, anche perché non è che vendevi molto alle agenzie. Dovevi essere proprio addentro oppure ti arrabattavi. Piazzando cinque foto al mese, nel 1970, erano 25 mila lire. Con 25 mila lire al mese, dovevi trovarti un altro lavoro. Il cambio lo fai subito, fai due calcoli, uno decide di fare il free-lance, non il paparazzo, o fai la moda o il fotografo d’arte (e allora cambiano proprio i valori di mercato) o il pubblicitario, lo still life da studio (però devi avere un capitale iniziale per aprire uno studio e delle conoscenze) o entrare nelle grosse testate giornalistiche.

T: Tu facevi foto d’arte?

R: Io facevo cataloghi d’arte, lavoravo per gli artisti e i conoscenti degli artisti, perciò le gallerie. Fotografavo l’opera e con le foto veniva realizzato il catalogo, che pagava il gallerista. O altrimenti un art director ti chiamava e ti diceva: “ho bisogno di questo e questo, sei in grado di fotografarlo?”. Quando erano quadri io rispondevo “sì”, se invece si trattava di still life oggettistica, non era il mio mestiere. In quegli anni di militanza e anche di non lusso con Gabriele Amadori abbiamo, lui come artista e io come fotografo, fatto alcune copertine di “Re Nudo” e in più per la casa discografica “Ultima Spiaggia” suo il quadro e io alla foto, la copertina del disco di Ricky Gianco. Con Paolo Baratella, anche qui suo il quadro e mia la foto, la copertina del disco che si chiama anche lui “Ultima Spiaggia” di Nanni Ricordi già talent scout di vari artisti di movimento.

T: E da lì per fare le foto alle foto per le copertine delle riviste militanti il passo è breve …

Quaderno di CONTROInformazione,
Il comando cibernetico, settembre – 1982

 


 

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